Pubblicato in: jihad, maternità

Mother power

Carta di Laura Canali

[carta di Laura Canali]

Le mamme dei combattenti stranieri partiti per la guerra santa si aggregano per arginare o prevenire il reclutamento di nuovi ragazzi. Un’arma potente grazie all’importanza materna nell’islam e al legame con il figlio anche dopo la partenza.

Quelle di Plaza de Mayo ormai sono diventate nonne, ma non smettono di fare politica.
Le mamme che creano movimenti e associazioni di lotta civile in nome dei loro figli si moltiplicano. Perché dopo averli persi per sempre, combattere per cambiare la società e la politica può diventare una nuova ragione di vivere.
Succede anche ai tempi del jihadismo globale, con le madri dei nuovi desaparecidos: ragazzi che non sono stati rapiti e uccisi da una dittatura, come successo in Argentina, ma da un’ideologia, che li ha resi prima carnefici e poi vittime del fondamentalismo.

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Pubblicato in: guerra, jihad

Le nostre armi contro il terrorismo

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Non sarà un piano a tre punti che sconfiggerà Isis e al Qaida. E non ci sarà nessuna mission accomplished. Ma gli attentati si possono fermare se un certo tipo di uomini con la pistola impara a organizzarsi

Uno, due e tre. Nell’era del powerpoint e dei social network non c’è niente che funzioni di più delle liste a 3 punti. Tre come la trinità, come tesi-antitesi-sintesi di Kant, come le parti in cui si deve svolgere un compito in classe a Parigi, come i primi numeri scanditi dai bambini per salire le scale o giocare a bandierina. Niente di meglio di un piano in tre punti che risolva tutti i problemi del mondo, pensano gli americani, che amano semplicità e classificazione.  Continua a leggere “Le nostre armi contro il terrorismo”

Pubblicato in: democrazia, proteste, Unione Europea

Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani

Tayyip Erdogan
Recep Tayyip Erdogan

pubblicato su Il Dubbio

Sessantamila purghe tra arresti, sospensioni di dipendenti pubblici, commercianti a cui è stata ritirata la licenza. Ventiquattro emittenti radio e tv chiuse. Striscioni che evocano le impiccagioni e politici che invocano la pena di morte. La Turchia che tutti abbiamo conosciuto, quella su cui contava l’Europa per restare collegata al Medio Oriente, non esiste più.

Finché il delicato equilibrio tra governo e apparato militare ha retto, le spinte autoritarie dei generali o dei presidenti sono state arginate dalla loro controparte. Ankara ha preso di mira i curdi e finanziato gruppi fondamentalisti in Siria, ma ha conservato un certo grado di democrazia e di laicità nelle proprie istituzioni. Poi Erdogan ha deciso di cambiare tutto, e il fallito golpe lo ha aiutato a completare il lavoro. Continua a leggere “Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani”

Pubblicato in: calcio, guerra

Dalla vittoria calcistica del Portogallo alla guerra in Sud Sudan. In 10 passi

Mentre tutti i giornali parlavano degli Europei di calcio vinti dal Portogallo, al Palazzo di Vetro si discuteva di come frenare un nuovo conflitto in Sud Sudan, dove gli scontri hanno fatto vittime anche tra i caschi blu dell’ONU. Il Sud Sudan è un Paese nato da appena cinque anni dove infuria un conflitto dal 2013. La vittoria del Portogallo e la guerra a Juba possono essere collegati in dieci passi.

1) La Nazionale di calcio del Portogallo ha vinto i Campionati europei. Nonostante durante la finale sia stato costretto a uscire dal campo, il capitano Cristiano Ronaldo è stato osannato dai fan: durante tutta la partita ha dimostrato un grande spirito di squadra incitando i suoi compagni con tutto se stesso.

2) Su Twitter i portoghesi si sono scatenati e hanno incensato Ronaldo, mettendolo a confronto con l’unico campione di calcio che può reggere il suo confronto: l’argentino Lionel Messi. Ronaldo, dicono i twittatori, è un campione vero, che al contrario del suo avversario dimostra la sua correttezza pagando le tasse fino all’ultimo centesimo.

3) Il riferimento alle tasse è dovuto allo scandalo che ha recentemente coinvolto Messi: il campione del Barcellona è stato condannato a 21 mesi e a una multa di 2 milioni di dollari per una frode fiscale da 4 milioni di dollari. Secondo i giudici l’argentino ha aperto dei conti in Uruguay e Belize, per non pagare le tasse nel Paese dove percepisce il suo onorario, e cioè in Spagna.

4) Uruguay e Belize, insieme a Panama, sono tra i paradisi fiscali più noti del Sudamerica. Sebbene le istituzioni internazionali abbiano dichiarato la guerra alla segretezza bancaria, i modi per nascondere i proprio soldi o per pagare meno tasse di moltiplicano, perché in un mondo dove la finanza e i flussi di capitali hanno una libertà quasi assoluta, le leggi dello stato – che valgono solo all’interno dei propri confini – sono facili da aggirare.

5) Allo Stato che non riesce più a riscuotere le tasse dei suoi cittadini, e che sempre più vede le sue aziende stabilire il proprio quartier generale all’estero, non resta più la fonte di legittimazione che ne ha costituito la base storica. No taxation without representation, dicevano i coloni americani: lo Stato rappresenta i propri cittadini perché questi pagano le tasse e chiedono in cambio che i propri interessi vengano tutelati.

6) Perdendo questo ruolo, lo Stato si basa sempre più su un altro principio: quello identitario e nazionalista, costruito in contrapposizione all’identità di un’altro Stato o a un altro soggetto politico. Le nazioni che negli ultimi trent’anni hanno dichiarato l’indipendenza hanno aderito a questo schema: nei Balcani, a esempio, Bosnia e Kosovo sono nati e continuano a vivere in nome della contrapposizione con la Serbia.

7) L’ultimo Stato a nascere in ordine di tempo è il Sud Sudan, dove la contrapposizione con lo Stato madre – il Sudan – è evidente a partire dal nome. Per anni l’Esercito di liberazione Spla ha lottato contro Khartoum per chiedere la secessione del sud – animista e cristiano – dal nord – prevalentemente musulmano. E nel 2011 c’è riuscito: il Sud Sudan è diventato uno Stato con capitale Juba.

8) Una volta acquisita l’indipendenza, però, sono venute alla luce tutte le contraddizioni che caratterizzano qualsiasi movimento di liberazione. Finché c’è da lottare contro un nemico comune le fazioni restano unite, ma quando il nemico non c’è più, ciascun gruppo di potere cerca di avere la fetta più grande di un bottino alquanto scarso.

9) Il presidente Salva Kir fa parte dell’etnia Dinka (maggioritaria) e il capo dell’opposizione armata Machar è dell’etnia Nuer. Entrambi hanno la loro base elettorale nella corrispettiva etnia, ma questo non fa della loro contrapposizione un conflitto etnica. Entrambi vogliono mettere le mani sui pozzi di petrolio dislocati nel nord est del Paese. Nel 2013, quindi, Salva Kir ha accusato il compagno di lotta Machar di voler fare un colpo di stato col sostegno dal nemico numero uno, il presidente del Sudan Bashir. Come risposta le milizie di Machar hanno occupato le regioni petrolifere. Da allora, più di 2 milioni di persone hanno perso la loro casa e decine di migliaia di susudanesi sono morti.

10) Nel 2015 i due contendenti hanno firmato un accordo di pace che stabilisce la condivisione del potere: Salva Kir rimane presidente e Machar vicepresidente. Ma in queste settimane le milizie di Machar che sono rientrate nella capitale Juba e in altre province hanno violato alcune regole dell’accordo di pace e il governo di Salva Kir ha reagito duramente, scatenando nuovamente il conflitto. In tre giorni di scontri i morti sono già 200.

Pubblicato in: jihad

Chi e perché ha fatto l’attentato in Turchia

At Least 10 Killed In Suicide Bomb Attack On Ataturk International Airport In Istanbul

Non è la prima volta che i terroristi colpiscono la Turchia, ma è la prima in cui attaccano un luogo di importanza internazionale come l’aeroporto. I colpevoli sono i jihadisti di Isis e l’obiettivo è senza dubbio mettere in guardia il governo di Erdogan per le scelte che sta facendo in politica estera. E i motivi per cui l’attentato avviene qui e ora sono tre:

  1. Il governo turco è molto indebolito. Per anni ha tollerato la crescita dello Stato Islamico ai suoi confini a patto che lottasse contro il proprio nemico numero uno in Siria, il presidente siriano Assad. Ma i veri alleati dei turchi non erano quelli di Isis, bensì i combattenti islamici dell’Esercito della Conquista, un insieme di fazioni più vicine ad al Qaida. Negli ultimi tempi non è più stato possibile fare l’equilibrista, perché Isis ha attaccato sempre di più queste fazioni islamiche, invece del presidente Assad, ed è arrivata ad attaccare la stessa Turchia. Erdogan ha quindi deciso di chiudere molti canali di passaggio che portavano  combattenti e rifornimenti allo Stato Islamico. Ha ricucito i rapporti con gli Usa e persino con Israele – nemici di tutti i jihadisti. Per rompere queste alleanza non c’è niente di meglio che colpire il punto debole dei turchi: l’eterna guerra contro i curdi. Un popolo considerato nemico dalla Turchia perché lotta per l’indipendenza del suo territorio, ma amico storico degli israeliani e oggi anche degli americani perché combatte con successo contro Isis.  Quindi lo Stato Islamico ha attaccato Istanbul per avvertire i turchi che non devono andare avanti con questa politica, e non ha rivendicato l’attentato proprio per alimentare il sospetto che i colpevoli siano terroristi curdi.
  2. Negli ultimi mesi la Turchia sta cercando di negoziare un avvicinamento anche con la Russia, che è alleata da sempre con il presidente siriano Assad e che ha bombardato e colpito duramente l’Esercito della Conquista. Turchi e russi per questo motivo avevano rotto ogni rapporto, ma adesso tutti entrambi i Paesi hanno problemi economici e subiscono l’isolamento dei Paesi occidentali, che li condannano per violazioni dei diritti umani, quindi cercano di farsi forza. Il loro riavvicinamento, però, non può che essere malvisto dai  jihadisti, in particolar modo da quelli che vengono da regioni russe o sotto influenza russa, che combattono il jihad proprio per dimostrare a Putin che non può mettere i piedi in testa ai musulmani. Guarda caso, gli attentatori di Istanbul vengono proprio da queste regioni: Uzbekistan, Kirghizistan e Caucaso.
  3. La nota positiva è che lo Stato islamico somiglia sempre più alla mafia e come la mafia compie attacchi via via più spettacolari man mano che si indebolisce. Isis in Iraq e Siria ha perso molti territori e c’è l’ipotesi che voglia trasferire le sue attività proprio in Turchia, dove si sarebbero formate cellule autonome di jihadisti che organizzano attentati anche in luoghi lontani dal confine. Il problema è che la mafia, dopo gli attentati del 1992-93 in Italia, ha cominciato a perdere colpi sul territorio, ma si è rafforzata come rete, gestendo affari sempre più internazionali. Così i jihadisti rischiano di perdere il loro Califfato ma di proseguire la loro impresa terroristica in tutto il mondo, se non vengono fermate le loro fonti di finanziamento

 

Pubblicato in: elezioni

Da Ikea ai risultati elettorali spagnoli in dieci passi

 

Da sinistra a destra: Mariano Rajoy (Ppe), Albert Rivera (Ciudadanos), Pablo Iglesias (Podemos) e Pedro Sanchez (Psoe)
Da sinistra a destra: Mariano Rajoy (Ppe), Albert Rivera (Ciudadanos), Pablo Iglesias (Podemos) e Pedro Sanchez (Psoe)

1) Ikea apre il suo museo. La celebre azienda svedese vuole celebrare i suoi successi mettendo in mostra gli oggetti che ha creato negli ultimi 70 anni (è stata fondata nel 1943) Il 30 giugno ci sarà una grande cerimonia di apertura a Älmhult, in Svezia, in cui migliaia di persone visiteranno stanzoni pieni di mobili, ma stavolta non potranno nè toccarli nè comprarli. La struttura del museo è grande 7mila metri e contiene 20mila oggetti

2) Contemporaneamente all’apertura del museo verrà inaugurato un programma di formazione da parte dei professionisti di Ikea, che proprio nel Museo istituiranno il proprio dipartimento per l’educazione.  Il focus è quello dell’imprenditoria, della tecnologia e del design Continua a leggere “Da Ikea ai risultati elettorali spagnoli in dieci passi”

Pubblicato in: donne, Unione Europea

Dal cappellino della regina alla Brexit in dieci passi

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I giornali italiani hanno dedicato per anni i loro servizi sulla Gran Bretagna all’abbigliamento della famiglia reale. In questo modo si sono persi la trasformazione del paese in un’isola ribelle che rischia di uscire dall’Europa. Per rimediare all’errore, ho cercato di trovare un collegamento tra i due fenomeni. 

1) La regina è arrivata alla corsa di cavalli più elegante del mondo, quella di Royal Ascot, indossando un cappellino arancione per niente demodé. Stavolta il suo copricapo, pur decorato da un motivo floreale, non era né eccessivo né adatto a una “anziana carampana”. Era carino e trendy.

2) La regina indossava un cappellino trendy perché le grandi marche di cappelli per signora, anche quelle di lusso, si sono buttate nel mercato di massa e hanno iniziato a confezionare modelli meno ingessati. Continua a leggere “Dal cappellino della regina alla Brexit in dieci passi”