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Gli scandali passano, Blatter resta. Geopolitica della Fifa

Sepp Blatter

Gli agenti dell’Fbi arrestano i dirigenti della Fifa e si avvicinano a Blatter, ma la corruzione non è una novità per l’imperatore del calcio. Che dal 1998 resta al suo posto grazie a un consenso globale guadagnato con una sapiente assegnazione dei Campionati Mondiali 

Il suo impero si estende su 3 miliardi e mezzo di persone e il suo potere è assoluto. Non lavora nel Palazzo di vetro e del diritto internazionale se ne frega, perché lui ha in mano un’arma molto più potente: il gioco. Sepp Blatter il 29 maggio verrà riconfermato per la quinta volta alla guida della Fifa, la Federazione che “governa” il calcio mondiale, lo sport più praticato (250 milioni di giocatori secondo wikipedia) e più seguito (più di 3 miliardi) nel pianeta. Anche stavolta, come le precedenti, la sua elezione avverrà tra gli scandali. Quattro anni fa era stato scelto nonostante fossero già note le accuse di corruzione per la scelta di Russia e Qatar come prossime sedi dei Mondiali. Oggi lui non è stato arrestato ma è tra gli indagati dell’Fbi, che ha tolto la libertà a 7 dirigenti Fifa per una serie di reati presunti; riciclaggio, frode, irregolarità nelle gare per aggiudicarsi i campionati mondiali, negli accordi per il marketing e i diritti televisivi.

Eppure gli scandali vanno e vengono ma lui resta sempre là. D’altronde chi guida la Fifa ha più potere del segretario dell’Onu. La sua organizzazione, infatti ha più membri (208 contro 192 delle Nazioni Unite) e non ha mai subito l’egemonia degli Stati Uniti, restando saldamente in mano al Vecchio continente.

A sfidare la sua leadership, nemmeno il potere spirituale: Città del Vaticano è una delle cinque entità statali che non fanno parte della Federazione. Come tutti gli imperi che si rispettino, anche quello dei presidenti Fifa è sempre durato a lungo: il brasiliano Joao Havelange ha resistito 24 anni – dal 1974 al 1998 – prima di cedere il trono. E per non soccombere agli emergenti del calcio, negli anni Novanta ha anche cercato di democratizzare l’organizzazione e aprirla agli africani.

«I brasiliani hanno sempre tenuto il piede in due scarpe, una nel terzo mondo e una con gli americani» commenta Giovanni Armillotta, saggista e esperto di geopolitica del calcio. «È evidente che c’era bisogno di accreditarsi con l’Africa, che oggi conta un quarto delle nazioni con diritto di voto nella Fifa». Una potenza inferiore solo a quella dell’Europa, che col crollo dell’Urss ha raggiunto cifra 53 federazioni. Havelange se ne rese conto nel 1997, quando lanciò il Meridian project per stabilire una partnership paritaria e la nascita dell’asse tra Uefa e Caf (Confederazione africana). Il merito di questa svolta andava anche al presidente della Uefa, lo svedese Johannson, fedele alla politica estera del suo governo, improntata all’umanitarismo e alla promozione dei Paesi in via di sviluppo. Johannson tentò di capitalizzare il credito, candidandosi alle elezioni della Fifa, ma Havelange aveva già scelto: il suo delfino era Joseph Blatter, il candidato della continuità. La Confederazione africana abbandonò lo svedese e lo svizzero prese più voti. All’indomani dell’incoronazione cominciarono a volare le prime accuse: alcuni delegati dei Paesi in via di sviluppo avrebbero ricevuto 50mila dollari per non votare Johannson. Un episodio su cui nessun tribunale o commissione ha mai fatto chiarezza. La stessa nebbia che avvolge le elezioni successive, quelle del 2002: a sfidare Blatter, quella volta, c’era il camerunense Issa Hayatou, sostenuto da Johannson. Durante la campagna elettorale dichiarò che la bancarotta di Isl – il gigante che gestiva i diritti televisivi dei Mondiali – aveva fatto perdere alla Fifa più di 100 milioni di sterline, mentre il presidente ne denunciava 22. Il comitato che venne creato per determinare la perdita reale fu sciolto da Blatter prima di emettere una sentenza. E lo svizzero cominciò a raccogliere nuovo sostegno in Africa, viaggiando senza sosta nel continente e costruendo sapientemente un nuovo consenso. Rieletto, non si vergognò di aggravare il suo preesistente conflitto di interessi: dal 2002 a gestire i diritti tv della Fifa c’è un altro gigante, la svizzera Infront, guidato da una persona di fiducia. L’amministratore delegato, infatti, si chiama Philippe Blatter, ed è il nipote di Sepp. Anche ora che la società è stata acquistata dal cinese Wang Jianlin – forse per favorire la scelta di Pechino per i Mondiali 2026 – Blatter junior mantiene la sua carica.

Tanta malafede dovrebbe stancare qualsiasi compagno di viaggio, invece anche alle elezioni del 2007 il presidente viene riconfermato e nel 2011 conquista addirittura 186 voti su 203. Peccato che sulla scheda ci fosse solo il suo nome: il rivale – il qatarino Mohammed bin Hammam – era stato eliminato giusto qualche giorno prima dall’ennesimo scandalo di mazzette. Insieme a un altro membro del comitato esecutivo della Fifa, Jack Warner, è stato accusato di voler conquistare i voti dei Paesi caraibici a suon di tangenti. Il comitato etico della Fifa, dunque, ha aperto un’inchiesta contro di lui, che ha deciso di ritirarsi. Sommerso da accuse dello stesso tenore, Blatter, invece, a ritirarsi non ci ha pensato un secondo. Hanno provato gli inglesi a fermarlo, chiedendo di posporre le elezioni. Ma quando il presidente della Federazione, David Bernstein, è intervenuto in Assemblea non ha ricevuto che insulti e risposte stizzite, come quella del rappresentante del Congo Constant Selemani Omari: «Siamo tutti maldisposti con le persone che lanciano accuse infondate».

Le accuse infondate erano quelle della stampa britannica, che aveva dato spazio alle inchieste che documentavano la corruzione interna alla Fifa. Prima che l’Inghilterra fosse sconfitta nella corsa ai Mondiali 2018, il giornalista della Bbc Andrew Jennings aveva diffuso un documentario in cui accusava lo stesso Warner di aver preso mazzette e di non aver altro che guadagnato dalla gestione Blatter. Gli stessi inglesi – che nell’impresa di conquistare i Mondiali avevano investito due anni di sforzi e 15 milioni di sterline – avrebbero cercato di vincere pagando quattro membri del comitato esecutivo. Jennings accusava inoltre i leader della Fifa di aver trattato la Isl come una banca e di averla usata per pagamenti segreti da 100 milioni di dollari. Blatter, in quel caso, avrebbe volutamente taciuto. Non lo ha fatto quando è stato il momento di scegliere il vincitore per il 2018 e ha caldamente consigliato i sostenitori dell’Inghilterra di cambiare cavallo. Alla fine ha vinto la Russia, dove senz’altro i giornalisti sono meno inclini a creare problemi. D’altronde, come ha dichiarato il vice presidente della Fifa, Julio Grondone, «noi attuiamo il socialismo con i contanti. Distribuiamo risorse così che tutti ne possano avere un po’». È questa la forza di Sepp Blatter: i soldi. Nel 2005 la Fifa ha dichiarato un reddito di 664.7 milioni di dollari, nel 2009 la cifra è schizzata a più di un miliardo, in modo da creare un fondo di 794 milioni da destinare a «spese relative allo sviluppo» mai meglio identificate, ma sicuramente capaci di creare una sacco di federazioni riconoscenti. Un patrimonio guadagnato grazie ai diritti televisivi venduti dalla Infront amministrata da Philippe Blatter. E se le ricche entrate ufficiali non bastassero, i dirigenti Fifa possono consolarsi con le pingui mazzette che avrebbero riscosso in più casi, secondo gli agenti Fbi. Il più noto, quello dell’assegnazione dei Mondiali 2022 al Qatar: il Sunday Times ha sostenuto, ad esempio, che il membro del Comitato esecutivo della Fifa Jacques Anouma ci avrebbe ricavato un milione e mezzo di dollari. E che dire del guadagno di Blatter, che nel 2011 aveva come unico avversario proprio un qatarino e ne ha ottenuto le dimissioni per un unico piccolo scandalo di tangenti? I malintenzionati sostengono che sia stato proprio l’emiro del Qatar, una volta intravista la possibilità di vincere l’assegnazione, a suggerire a bin Hammam di togliersi di mezzo. In un modo o nell’altro, l’Emirato arabo ha ottenuto l’impossibile: ospitare la Coppa del Mondo in un paese desertico e caldissimo, talmente caldo che i furbacchioni della Fifa hanno deciso per la prima volta nella storia che le partite saranno disputate d’inverno e la finale si terrà il 18 dicembre, giorno in cui si celebra l’indipendenza del Qatar.

Il 2015 doveva essere l’anno di Platini, che per conquistare la poltrona di Blatter era sempre stato attento a non criticarlo troppo. Oggi invece ne parla malissimo e infatti probabilmente non guiderà mai la Fifa. L’imperatore svizzero invece può contare sul sostegno di Africa, Sudamerica, America del Nord, alcuni Paesi caraibici e anche Federazioni asiatiche e europee, compresa quella italiana. Inghilterra, Francia, Germania, Olanda e alcuni Paesi scandinavi voteranno contro, perché tanto non hanno niente da perdere: il regolamento impedisce di conquistare i Mondiali 2026 sia all’Europa (che ospita quelli del 2018) che all’Asia (2022). Si sono già candidati invece Canada, Messico e Colombia, fedeli sostenitori di Joseph “Sepp” Blatter.

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