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In Turchia la vagina è un handicap

Women shout slogans and hold banners as they march through central Ankara to commemorate International Women's Day March 8, 2012. REUTERS/Umit Bektas (TURKEY - Tags: SOCIETY CIVIL UNREST) ORG XMIT: ANK01

Il 7 giugno ad Ankara si vota e Erdogan si aspetta – come al solito – di stravincere. Ma molte donne non saranno entusiaste di votare il suo partito, visto che negli anni dei governi Akp la condizione femminile è peggiorata esponenzialmente. E chi uccide la moglie viene invitato come ospite in tv

«L’islam ha chiarito qual è la posizione della donna, è quella di madre. Una donna non può essere trattata come un uomo, perché va contro le leggi di natura. Le caratteristiche, le abitudini e i particolari fisici femminili sono diversi da quelli maschili, non si può certo mettere una madre che allatta un figlio sullo stesso piano del marito. E le donne non possono fare gli stessi lavori degli uomini, come si faceva nei regimi comunisti». Non è il califfo dello Stato Islamico a parlare ma Tayyp Erdogan, presidente del Paese musulmano più secolarizzato del Medio Oriente, la Turchia. L’ha detto pubblicamente, di fronte a un’audience che comprendeva sua figlia Sumeyye, l’anno scorso. Il premier non si vergogna di apparire un maschilista, perché in questi ultimi quindici anni il suo partito ha sempre guadagnato la stragrande maggioranza dei voti nonostante – o grazie a – le sue esternazioni contro una società troppo secolarizzata e una donna troppo emancipata.

Il 7 giugno, però, il partito di Erdogan si presenterà alle elezioni parlamentari indebolito da scandali politici e problemi internazionali, e il malcontento delle donne potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso. La società turca, infatti, è ammalata di un cronico pregiudizio nei confronti della sua parte femminile, considerata dai più un appendice di quella maschile, che di fronte ai soprusi e alle violenze dei mariti deve tollerare e comprendere. E gli anni di governo dell’Akp non hanno fatto che peggiorare la situazione. «Nel 2010 l’allora ministro della Giustizia rivelò che i femminicidi erano aumentati del 1400 per cento nel corso degli ultimi 7 anni», denuncia Gülsum Kav dell’associazione “Fermeremo gli assassinii di donne”, «Poi però si è pentito di aver parlato e da quel momento non ha più fornito dati. Adesso non abbiamo nessun informazione ufficiali sul fenomeno».

I dati mancano, ma le storie no. Nel 2012 Gülşah Aktürk, una ragazza ventisettenne della provincia di Van, è stata uccisa dal suo ex fidanzato. Una vicenda drammatica, che apparentemente potrebbe avvenire ovunque. In quest’angolo dell’oriente turco però, la giovane maestra era conscia del pericolo che stava correndo, ed era andata a denunciare l’uomo di cui aveva paura. Era arrivata addirittura a chiedere l’aiuto del vice governatore di Van, Zafer Coşkun, al quale aveva fatto presente che il 36enne Hakan Başar la minacciava di morte da quando era stato mollato. Ma con tutta l’autorità conferitagli dallo Stato, il vicegovernatore le aveva risposto: «Al massimo morirai, tanto non puoi sfuggire al tuo destino». E così è stato. Nonostante Gülşah sia fuggita con tutta la sua famiglia nel centro dell’Anatolia – a Konya – l’ex fidanzato l’ha raggiunta e uccisa il 6 dicembre 2012. Solo per aggiungere un episodio più recente, si può raccontare la storia di una donna incinta presa a botte dal marito il 9 settembre. Se il fatto fosse avvenuto in casa non se ne sarebbe accorto nessuno, ma l’uomo non si è vergognato di riempirla di schiaffoni in mezzo a una strada affollata. E nessuno dei presenti ha mosso un dito per aiutarla. Una testimone, la sessantaquattrenne Nazen, ha dichiarato a Al-Monitor: «È normale, non volevamo infilarci in una questione di famiglia, tra un uomo e una donna. Una donna è come un albero di fico. Se un ramo è infestato dai vermi bisogna tagliare l’albero o l’intero frutteto andrà perduto». Per dare un’altra idea di come vengono “assolti” gli uomini che compiono violenza sulle loro donne, si può ricordare che nel 2014 Sefer Calinak, colpevole di aver assassinato ben due mogli, dopo aver scontato le proprie pene in carcere (prima 4 anni e mezzo e poi sei) si è presentato al programma televisivo The Bachelor in cerca di una nuova fiamma.

La mentalità maschilista che domina in buona parte della Turchia è stata combattuta negli anni anche con la creazione di istituzioni statali che lavorassero per dare più potere alle donne. Ma femministe e gruppi anti discriminazione denunciano i passi indietro fatti dall’Akp di Erdogan proprio depotenziando queste istituzioni. Prima c’è stato il Ministero per le questioni femminili, trasformato nel 2011 in un più “moderato” ministero delle Famiglie e delle Politiche sociali. E da anni si parla di rinominare anche il Kefek, oggi Commissione per l’uguaglianza di opportunità tra uomo e donna, domani Commissione per le Famiglie e le Politiche sociali (su semantica e questioni di genere, segnaliamo il blog di Aura Tiralongo su Il Fatto). Mentre il Direttorato per lo status della donna dovrebbe conservare il nome, ma non le competenze: già svuotato di funzioni negli ultimi anni, potrebbe presto scomparire.

Selma Acuner, ricercatrice dell’Università di Ankara sulla questione femminile, sostiene che «La politica dell’Akp sia quella di marginalizzare le donne e non riconoscerle come individui e cittadini. La mentalità del partito di Erdogan è quella di conservare la famiglia come una cosa sacra in una sorte di golpe contro le donne, inserendo queste ultime in una categoria “svantaggiata” al parte dei bambini, degli anziani e degli handicappati, affermando quindi che le donne non sono uguali agli uomini». Secondo la Acuner il comportamento del governo inciterebbe addirittura alla violenza: «Le autorità non riescono nemmeno a tollerare di vedere il termine “femminile” nel nome di un ministero. Questo significa non riconoscere la donna come un’entità separata, e non può non avere effetto sui femminicidi».

Ogni giorno in Turchia ci sono donne che vengono uccise da uomini, spesso dai loro mariti. Ma il primo ministro Davutoglu, anche lui proveniente dalle fila dell’Akp, sostiene che l’uguaglianza di genere faccia danni peggiori, portando i Paesi che l’adottano a un alto tasso di suicidi.

Per dimostrare il proprio impegno nella tutela delle donne, però, Erdogan nel 2012 ha ospitato la conferenza che ha dato i natali alla Convenzione di Istanbul, una Carta che vingola chi la ratifica a combattere la violenza sulle donne. Il trattato è entrato in vigore il primo agosto del 2014 eppure la Turchia continua a registrare pessimi risultati a proposito di occupazione femminile, indipendenza economica delle donne e funzionamento della giustizia in merito a cause di abusi familiari.

D’altronde favorire l’emancipazione della donna non sarebbe una politica ben vista dai tanti fondamentalisti che stanno crescendo in Turchia e che in alcuni casi decidono persino di prendere le armi per difendere la loro idea di Islam in Siria e in Iraq. La Turchia è considerata da sempre un alleato chiave della ribellione contro Assad e anche se formalmente è al fianco degli Occidentali nel contrasto ai jihadisti di Isis, viene criticata per la sua tolleranza nei confronti dei foreign fighters che passano dal suo territorio per raggiungere lo Stato Islamico. Questa primavera, il ministro degli esteri  Mevlüt Çavuşoğlu ha annunciato un bando contro gli spostamenti di 12,500 sospetti jihadisti e il rafforzamento dei controlli sul confine con la Siria. Ma se il fondamentalismo va così di moda, non sarà Erdogan a provocarne i simpatizzanti concedendo alle donne uno spazio in più nella sfera pubblica.

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