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Lo sport non è un gioco

Roman Amoyan of Armenia, left, and Elman Mukhtarov of Azerbaijan compete in the the Men's wrestling, 59kg Greco-Roman Bronze Medal event at the 2015 European Games in Baku, Azerbaijan, Saturday, June 13, 2015. (AP Photo/Dmitry Lovetsky)
(AP Photo/Dmitry Lovetsky)

L’Urss è caduta ma qualcosa di sovietico resta: l’importanza delle gare sportive, anche quelle che in Europa non si fila nessuno. Come i Giochi di Baku

Ci sono cose che solo oltrecortina si possono capire. Il mondo sovietico potrà essere scoppiato, l’Ucraina combattere con la Russia, la Georgia fare tira e molla con gli americani e persino i siberiani si possono ribellare a Mosca, ma tutti quelli che abitano in quelle terre hanno qualcosa che gli scorre nel sangue più veloce degli altri: lo sport come dimostrazione di forza. Altro che mondiali di calcio, nei paesi dell’ex Urss si compete per qualsiasi cosa e ogni sfida è vista come la più importante del mondo. Se l’Occidente non condivide, e perché non capisce. O meglio: perché non vince abbastanza.

E allora ecco i Giochi europei di Baku, un contest inventato dall’Azerbaijan per poterlo scrivere sulla patente e far finta di far parte dell’Europa. Sono cominciati il 12 giugno ma in pochi se ne sono accorti, persino i mondiali di calcio femminile hanno raccolto più attenzioni. In Italia c’è solo qualche fanatico disposto a guardarsi il tiro a piattello da sdraiato su un canale sportivo di Sky, ma a Baku è l’evento del millennio e gli azeri sono convinti di avere tutti i riflettori del mondo concentrati su di loro. Una festa pagata con i petroldollari di un Paese dittatoriale che sta sfruttando gli idrocarburi del Caspio come se non ci fosse un domani e che investe milioni nell’autopromozione all’estero. I giochi europei sono l’ennesimo capitolo di questo programma che mira a far innamorare il vecchio Continente dell’Azerbaijan, a partire da un oleodotto – il Tap – che congiungerà direttamente Baku alla Puglia, per passare a ricchissime sponsorizzazioni sportive, come quella dell’Atletico Madrid, e ai migliaia di manifesti pubblicitari che incoraggiano i turisti a raggiungere la “terra del fuoco”.

Eccola lì, la terra del fuoco, in realtà terra delle trivelle, con migliaia di stendardi e decorazioni lungo l’autostrada che porta a Baku, con premi e cotillon per qualsiasi cronista sportivo raggiunga questo angolo di Caucaso per raccontare i Giochi e soprattutto con metà della popolazione impegnata nel ruolo di volontario per rendere impeccabile l’organizzazione dell’evento. Le televisioni non trasmettono altro, i giornali li esaltano, i leader degli altri Paesi ex sovietici fanno i loro omaggi al presidente Alyev. Eppure nessuno nell’Europa occidentale si ricorderà chi ha vinto la medaglia d’oro a questi Giochi. Sono gare che interessano solo a loro, gli ex sovietici. Lo dimostrano le dichiarazioni di Sergey Bubka, il campionissimo del salto con l’asta oggi responsabile del comitato olimpico ucraino. Nonostante i tormenti che vive Kiev e il suo allontanamento dall’orbita del Cremlino, Bubka ha speso parole di ammirazione per gli azeri, dichiarando che quello di Baku è uno splendido e importantissimo festival.

La storia di Baku sembra ricopiata da quella di Kazan. Due anni fa, in quesa città della Federazione Russa si sono svolte le Universiadi, campionati mondiali degli universitari. Anche in quel caso sono stati mobilitati qualcosa come 25mila volontari, costruiti enormi complessi sportivi, organizzata un’inaugurazione pirotecnica presentata dallo stesso Putin. Le emittenti televisive hanno glorificato i grandi atleti russi, che hanno fatto incetta di medaglie in tutte le competizioni. Le compagine più folte, inutile dirlo, erano quelle dei Paesi che una volta facevano parte dell’Urss. E pur di vincere tutti il vincibile, Mosca è riuscita a far passare per universitari anche sportivi professionisti di 30 anni. Tanto – se l’evento non interessa a nessuno – le regole se le possono pure fare da soli.

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