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Il matrimonio è un incubo

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Nonostante la storica vittoria dei gay in America, la libertà di sposarsi non diventa universale. In molti Paesi le donne devono ancora ottenere il diritto a NON sposarsi 

Anche se i gay americani festeggiano, non sempre nel mondo il matrimonio è una conquista. Neanche tra gli stessi gay. Gli omosessuali indiani, che secondo le leggi del loro Paese non possono neanche fare sesso, rischiano che di fronte alla possibilità di sposarsi le loro famiglie gli prospettino nozze combinate.  In una società molto legata alle tradizioni e al classismo delle caste, infatti, anche gli omosessuali rischiano di essere piazzati dalle mamme con un compagno “pari requisiti”.

La madre dell’attivista lgbt Harish Iyer, ad esempio, ha già messo un annuncio matrimoniale, indicando una preferenza per gli uomini appartenenti alle caste più alte. Il figlio sostiene di non essere classista e che per lui l’importante non è la famiglia di nascita dell’aspirante marito, ma le sue virtù: può essere anche un intoccabile ma l’importante è che non mangi carne, come fanno le caste più “pure”. In India, infatti, essere vegetariani è un valore importante, tanto che il 40 per cento della popolazione non si ciba di animali e molti neanche di latte e uova. Gli attivisti gay fanno passare la loro battaglia anche da questo: adottano la filosofia vegan per lottare contro ogni tipo di discriminazione, sessuale e di classe. Il principio, dicono, è lo stesso: c’è gente che pensa che l’appartenenza a una razza, una casta o un sesso segni uno status morale superiore, invece sono le qualità e il comportamento a dare valore a una persona. Oltretutto, sostengono gli indiani, ignorare gli interessi degli animali significa adottare un’altra forma di razzismo, lo specismo, che sarebbe il primo passo per non accettare gli individui diversi da noi.

Ma se in India il matrimonio combinato e il classismo tradizionale sono fonte di polemiche, ci sono Paesi dove nessuno mette in discussione queste pratiche e anzi l’annullamento della volontà individuale viene rivendicato e la “solidità” della società tradizionale ostentata di fronte ai numeri delle coppie divorziate – tra il 40 e il 50 per cento – che si registrano in America, regno del libero arbitrio. In India, ad esempio, si separa solo l’1.1 per cento di chi si sposa. Difficile, però, usare lo stesso argomento in Arabia Saudita, dove l’80 per cento delle coppie divorzia durante il primo anno di matrimonio. I motivi spesso sono futili – divergenze nate durante lo zapping serale – o gretti – il marito vede per la prima volta la moglie la prima notte di nozze e la considera troppo brutta per lui – ma in ogni caso derivanti dallo scarso affiatamento di coppie che non si sono sposate per amore. Eppure le autorità difendono il diritto degli uomini a scegliere unilateralmente le donne da sposare, fino ad accettare senza difficoltà il matrimonio con le bambine: in Arabia non esiste un’età minima per il matrimonio. Ragazzine di 10 o addirittura 8 anni diventano quarte mogli di uomini anziani, sopra i sessantanni. I padri di solito le cedono perché sono in difficoltà economiche e il “valore” di una bambina così piccola può raggiungere i 40mila dollari.

Ma i sauditi non sono il caso più drammatico. In Niger il 76 per cento delle donne dai 20 ai 24 anni sono state costrette a sposarsi quando erano minorenni, seguono Chad e Repubblica Centrafricana. Secondo l’organizzazione non governativa Girls not brides, la graduatoria dei Paesi dove i matrimoni combinati sono più frequenti è composta soprattutto da africani, anche se il Bangladesh è quarto e l’India è 11esima (ma in termini assoluti è prima). In totale, 10 milioni di ragazzine tutti gli anni vanno in spose prima dei loro 18 anni, nei Paesi in via di sviluppo una donna su sette viene presa dal marito prima dei 15 anni. Per 10-15 milioni di americani che hanno conquistato il diritto di sposare chi vogliono, sono 142 milioni nel mondo le donne in questo decennio non potranno scegliere un bel niente.

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