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Arezzo da Nobel

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Rondine, la cittadella toscana che ospita uno studentato internazionale, è candidata al premio per la Pace. Perché da qualsiasi parte del mondo vengano, non possono fare la guerra al loro coinquilino

Un Paesino in provincia di Arezzo è candidato al Nobel per la Pace. Si chiama Rondine, e su Limes ne abbiamo già parlato tanti anni fa perché l’avevamo trovata un’esperienza unica. In queste dieci case in muratura vivono ragazzi provenienti da zone molto lontane e molto particolari. Sono aree che hanno vissuto la guerra, dove popoli vicini si odiano e sognano vendetta, Paesi dove sono poche le risorse economiche e tante le ragioni di arrabbiarsi. Là dove i governi e le istituzioni falliscono, Rondine interviene per cercare di riallacciare i rapporti tra le persone, creare una possibilità di dialogo e di collaborazione. Sembra naif e invece funziona. Funziona perché i ragazzi che vengono a Rondine non sono qui per una vacanza, ma per studiare, specializzarsi e poi tornare nella loro terra, dove molto probabilmente troveranno lavori qualificati o addirittura leader politici. Forti di un bagaglio internazionale, godranno del rispetto dei loro connazionali e la loro opinione peserà di più. Anche se è un’opinione controcorrente.

I primi ad arrivare a Rondine furono i giovani del Caucaso, dove il territorio è frantumato in repubbliche russe, Stati indipendenti, nazioni non riconosciute e tante tante montagne dove si cresce a montone e risentimento. Sembrava impossibile che un azero e un armeno dormissero nello stesso appartamento, ancora più difficile che lo facessero un ceceno e un russo, o un inguscio e un osseto. A dividerli non solo la religione – in ciascun di questi casi i primi sono musulmani e i secondi cristiani – ma anni e anni di scontri fratricidi. Eppure ci sono riusciti, perché non avevano alternative. Se volevano restare e diventare davvero un punto di riferimento per la loro comunità, dovevano seguire le regole: studiare, imparare l’italiano, costruire un rapporto con i loro coinquilini.

Sia chiaro, la convivenza a Rondine non è un idillio. I ragazzi litigano perché quello tiene la luce accesa, quell’altro ascolta la musica, un altro ancora è troppo permaloso. E le qualità negative vengono associate alla nazionalità: il palestinese dice che l’ebreo è insopportabile, gli abkazi lo dicono dei georgiani, i kosovari dei serbi. Però, la maggior parte delle volte, finisce lì. Quello che una volta era il nemico diventa semplicemente antipatico. E poi, dopo mesi e anni, si scopre che ha anche delle qualità e magari nasce un’amicizia. O magari no, ma almeno ci hanno provato.

I ragazzi di Rondine vengono selezionati tra i più diligenti e motivati del loro Paese. Ma succede comunque che qualcuno non si integri, non voglia studiare, pensi di poter farsi pagare il soggiorno senza dare niente in cambio. Questi ragazzi qui non hanno speranza. Franco Vaccari, presidente di Rondine, li rispedisce a casa in un batter d’occhio. Ne ha visti passare a centinaia ormai e sa riconoscere chi può essere messo in riga e chi non ha nessuna intenzione di collaborare. Visitando Rondine te ne rendi conto subito: tu sei un’estranea – accolta con gentilezza e generosità – ma pur sempre un’estranea. Loro sono un gruppo che in comune ha qualcosa di esclusivo, e lo difende. I più informali sono i palestinesi, che ti fanno ascoltare il rap arabo, ti coinvolgono nelle loro chiacchiere e nei loro scherzi. Poi ci sono i georgiani, che vogliono dimostrarti quanto siano occidentali, diversi dagli altri caucasici. Più seri e chiusi i ceceni, i daghestani e anche i i balcanici, che durante le guerre che hanno sconvolto la ex Jugoslavia non hanno ricevuto tante rassicurazioni dall’Italia. E con i giornalisti preferiscono eccedere in prudenza. I più umili e riservati sono i ragazzi sudanesi e ruandesi, che hanno vissuto forse le tragedie più pesanti eppure non tradiscono sentimenti di rabbia. Se queste sono generalizzazioni che lasciano il tempo che trovano, ci sono dati di fatto che non possono essere smentiti. Decine di ragazzi che oggi vivono in repubbliche nemiche o poco affini, e si telefonano, chattano su facebook e su whatsapp. Se c’è un problema, informazioni poco chiare su quello che succede a qualche chilometro di distanza, possibilità di attrito per piccole incomprensioni politiche, si attiva la rete di Rondine. Un messaggio al vecchio compagno di stanza, è il dubbio è chiarito. Un tempo si chiamava diplomazia, oggi networking. E Arezzo è il centro della rete.

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