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Geopolitica umanitaria: il Papa e Angelina Jolie

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Profughi rohingya intrappolati in mare mangiano gli aiuti umanitari lanciati dagli elicotteri

Il pontefice e l’attrice chiedono aiuto per i rohingya, minoranza islamica del Myanmar. Colpita (anche) dalle alluvioni, la popolazione perseguitata fornisce un pretesto per l’intervento internazionale Il Papa l’8 agosto ha sorpreso tutti parlando della lotta all’immigrazione come di un crimine di guerra. Ha sorpreso, soprattutto, che Francesco facesse riferimento ai rohingya, popolazione sconosciuta ai più che non risulta affollare i barconi del Mediterraneo. I rohingya infatti sono una popolazione musulmana che vive in Myanmar – un Paese in prevalenza buddista – e che viene pesantemente perseguitata. Nel 2012 in migliaia sono stati rincorsi col machete e 140mila hanno perso le loro case, molti dei sopravvissuti hanno deciso di fuggire dalla loro terra su zattere e scialuppe, nella speranza di raggiungere Thailandia, Indonesia e Malesia. Ma gli asiatici sembrano essere più rigidi degli europei e preferiscono farli morire in mare piuttosto che ospitarli. Il Papa si riferiva dunque a questa carneficina quando parlava di crimini di guerra e la affiancava a quella delle minoranza cristiane in Medio Oriente, forse per non sembrare di parte e dimostrare la sua solidarietà verso una popolazione musulmana discriminata, vessata e persino privata del diritto di voto alle elezioni che si terranno il prossimo 8 novembre. Anche se gli accostamenti del Papa mancano di  simmetria – la maggioranza che perseguita i musulmani rohingya è buddista, non cristiana – a Francesco I va comunque il merito di portare all’onore della cronache una popolazione disgraziata, che in questi giorni sta subendo un’altra tragedia. Il Myanmar infatti è stato travolto da pesanti alluvioni, che hanno lasciato senzatetto più di centocinquantamila persone in quattro diverse regioni. Una di queste è il Rakhine, dove vive la maggior parte dei rohingya. La macchina degli aiuti internazionali si è messa in modo e sono partiti gli appelli delle organizzazioni umanitarie. La causa di una popolazione perseguitata da un regime dittatoriale e abbandonata da tutti ha ricordato agli americani il caso del Darfur ed è sembrata perfetta da sposare a tutti quei vip che vogliono apparire interventisti ma politically correct. In primis Angelina Jolie, ambasciatrice di buona volontà dell’Onu, che si è recata nella capitale birmana Yangon per parlare con i rappresentanti della popolazione rohingya e ricordare al mondo che nello Stato di Rakhine ci sono già 140mila sfollati creati dal conflitto del 2012. C’è bisogno di intervenire subito, ha detto la Jolie, per aiutare una popolazione che rischia di essere doppiamente vittima. Anche le Nazioni Unite hanno denunciato la scarsità di informazioni reperibili sulle condizioni del Rakhine, dove la capitale Sittwe è stata tagliata fuori dai collegamenti e gli alluvionati saranno raggiungibili solo via mare quando il tempo migliorerà. Ma oltre al Rakhine in Myanmar sono state duramente colpite altre tre regioni: Chin, Sagaing e Magway. Secondo le agenzie di aiuti, il Paese avrà bisogno di almeno 47 milioni di dollari per fronteggiare i danni dell’alluvione. Tutti i birmani vanno aiutati – non solo le minoranze – e il segretario di Stato americano John Kerry ha dichiarato che sta lavorando con le autorità del Myanmar per determinare le priorità umanitarie e stendere un piano di soccorso.  Gli Usa, infatti, non possono permettersi di tirare troppo la corda con la Giunta di Yangon quando rischiano di regalare un nuovo alleato al loro nemico numero uno: la Cina. La Repubblica Popolare infatti si è già messa in moto per aiutare le popolazioni colpite dall’alluvione nella regione confinante di Sagaing. Un team di esperti è partito da Pechino alla volta del capoluogo della regione Kalay per portare scorte di cibo, acqua e medicinali. E per accertare quali sono le necessità delle vittime, per poter organizzare un piano di aiuti più vasto. La missione cinese segna una nuova era di collaborazione tra Yangon e Pechino, che stanno ricominciando a dialogare dopo un lungo periodo di ostilità. Proprio in questi giorni, il 30 luglio, le autorità del Myanmar hanno ordinato un’amnistia, tradottasi nel rilascio di 7mila prigionieri comuni, con la quale sono stati liberati anche 150 cinesi accusati di disboscamento illegale e destinati al patibolo. La durezza della condanna era stata interpretata da Pechino come un atto di rappresaglia contro alcune compagnie cinesi che avrebbero stretto accordi commerciali con i rappresentanti di minoranze etniche birmane. Pechino si era molto irritata e aveva minacciato nuove ostilità, ma adesso il clima sembra cambiato. È la pioggia che va, e ritorna il sereno.

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