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Bello e bravo

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Clooney lancia un altro modo di combattere la guerra

Scopro ora che George Clooney ha lanciato la campagna “La sentinella” per cancellare la guerra in Africa. Sembra una delle tante iniziative benefiche dei vip di Hollywood, invece è una cosa intelligente. Il progetto prevede di convincere le grandi potenze a guardare la luna invece che il dito. Se le guerre continuano non è perché gli interventi militari non sono abbastanza imponenti o gli aiuti finanziari e logistici poco mirati. È perché la guerra conviene. In Paesi molto poveri, il conflitto crea una galassia di business alternativi, naturalmente illegali, che forniscono opportunità di lavoro e soprattutto grandi profitti alle principali reti criminali. Quindi, sostiene Clooney insieme al suo amico John Prendergast (ex direttore degli Affari africani per il Consiglio di Sicurezza Usa) dobbiamo “seguire i soldi” e bloccare i capitali di chi guadagna sulla pelle di chi muore. The Sentry elenca quattro atrocità di massa utili al guadagno: genocidio, utilizzo della fame come arma, pulizia etnica, bombardamento aereo di villaggi. E individua chi può guadagnarci: trafficanti di esseri umani, cacciatori di frodo di avorio, reti di corruttela, sciacalli e depredatori. Spesso, spiega Prendergast, negoziare con le parti in conflitto (governi compresi) significa dare ascolto e credito a quegli eserciti e a quei ribelli che usano una violenza estrema “per controllare risorse naturali, lavoro e reti di spaccio”. La violenza, poi, si autofinanzia col saccheggio, lo spoglio di risorse naturali e il furto di beni dello Stato. Gli autori di questi crimini sono ben collegati con il resto del mondo e non hanno difficoltà a posizionare i proprio patrimoni a a New York, Londra, Dubai. È qui che bisogna colpirli.

Condivido in pieno l’iniziativa del belloccio e del secchione. Qualcuno li ha criticati perché vogliono risolvere il problema africano con metodi e attori occidentali, ma non è questo il mio appunto. I due sembrano non considerare il fatto che che una delle principali fonti di profitto in un’economia di guerra sono gli aiuti umanitari. Mary Kaldor, che oggi insegna alla London school of economics, spiegava ormai diversi anni fa che là dove c’è un’emergenza e si concentrano le derrate delle organizzazioni internazionali si crea economia, indotto, nuove possibilità di saccheggio. Basti pensare – oltre alla banale depredazione degli aiuti – all’assunzione di personale locale delle ong e alla fornitura di servizi per gli espatriati occidentali. Le stesse persone che commettono crimini di guerra frequentano i campi profughi, creano connessioni con chi ci vive e chi ci lavora, guadagnano dalle armi e da chi si oppone alle armi. Se il piano è quello di togliere l’acqua ai pesci, bisogna anche che l’oceano umanitario non sia navigabile.

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