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Perché gli inglesi non ci vogliono

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Londra dice stop agli stranieri, anche europei. Gli inglesi sanno che possono tirare la corda quanto vogliono, tanto Bruxelles non li caccerà mai 

La Gran Bretagna non vuole più stranieri, neanche europei. I giornali italiani gridano allo scandalo: perché, se gli inglesi sono in Europa come noi, pensano di potersi permettere di fare come vogliono? Perché in effetti se lo possono permettere. Gli inglesi lo hanno sempre fatto. Stanno con un piede dentro l’Europa e uno fuori. Si fanno desiderare per ottenere le migliori condizioni da Bruxelles e tirarsi fuori dalle peggiori.

Negli uffici della Ue la Gran Bretagna neanche la prendono in considerazione. I funzionari sanno già che nella maggior parte dei casi gli inglesi sono contrari. Ma non si preoccupano. Pensano a convincere i tedeschi, i finlandesi, magari i danesi. Ma gli inglesi no, perché tanto le decisioni si possono prendere anche senza di loro. Nell’Unione europea, infatti, esiste la procedura di opt out, che sembra cucita addosso ai britannici. Su certe questioni specifiche, se proprio non vuoi partecipare allo sforzo comunitario, puoi tirarti fuori. Significa che una certa decisione vale per tutti, ma non per te. Certo, ne paghi le conseguenze perché tutti gli altri si regolano secondo certi standard e tu resti fuori, rendi più difficile l’interazione tra il tuo Paese e gli altri. Ma la Gran Bretagna è un’isola e le piace così. Londra ha fatto opt out per l’Area di Libertà, Sicurezza e Giustizia, ovvero legislazione penale e di polizia, per l’Unione economica e monetaria, e infatti usa ancora la sterlina, per la Carta dei diritti fondamentali, che elenca i valori su cui si basa l’Unione, e per l’accordo di Shengen, che prevede la libera circolazione degli individui.

È difficile capire come possa la Gran Bretagna far parte dell’Unione a queste condizioni. La Carta dei diritti fondamentali, ad esempio, deve essere rispettata da tutte le istituzioni Ue e non può essere violata da nessun provvedimento comunitario. Un funzionario inglese, in teoria, potrebbe elaborare una proposta contraria alla Carta, e solo perché il suo Paese è in forte minoranza (la Polonia è l’unico altro Stato che ha fatto opt out in questo settore) la sua proposta non avrebbe possibilità di successo. Come sarebbe giudicato il suo comportamento contrario ai principi comuni, visto che le istituzioni devono rispettarli? Ma questo è solo un esercizio di stile. Nei fatti, a Bruxelles gli inglesi preferiscono tenere un basso profilo, tanto che a volte non ci si accorge neanche che ci sono.

In Gran Bretagna, invece, di essere in Europa ci se ne accorge. Non contenta dei suoi privilegi, Londra ha ceduto alla pressione degli euroscettici e nel 2017 proclamerà un referendum sulla Ue: volete restare dentro o uscire fuori? La paura di pesanti conseguenze economiche forse convincerà gli elettori a votare Sì (vogliamo restare nell’Unione), ma il risultato non è affatto scontato. Gli inglesi sono convinti di farcela molto bene anche da soli. O meglio, di farcela molto bene con l’aiuto degli Stati Uniti, con i quali continuano a conservare una special relationship, ovvero un’alleanza politica e strategica, che si traduce anche nella comune ostilità al Cremlino, principale partner (commerciale) dell’Europa.

Eppure Bruxelles si tiene stretta Londra. Lo fa perché gli inglesi hanno comune radici storiche e culturali, certo. Perché hanno regalato una lingua veicolare a tutti gli altri europei. Perché fanno da ponte con Washington. Ma prima di ogni altro motivo, lo fanno perché gli inglesi sono ricchi. O meglio, sono più ricchi della maggior parte degli europei. Il Pil della Gran Bretagna è secondo solo a quello della Germania e così il contributo netto al budget dell’Unione europea. Significa che gli inglesi contribuiscono alle spese dell’Europa –investimenti nello sviluppo, sovvenzioni, costo delle istituzioni – con circa 17 miliardi di euro e ricevono per i propri bisogni produttivi e socioeconomici circa 7 miliardi. In pratica, più di 10 miliardi di euro vengono “donati” agli altri europei affinché raggiungano standard simili ai Paesi più sviluppati. Gli inglesi non sono gli unici, certo. Anche gli italiani sono generosi, con circa 4 miliardi di contributo netto, ma dieci miliardi non sono tanto facili da digerire, soprattutto se il 38 per cento del budget da qui al 2020 andrà alla politica agricola comune. Al Paese industriale per eccellenza non puoi chiedere di spendere ancora soldi per i contadini. La Gran Bretagna non l’ha mai sopportato e quella della politica agricola è una questione che sollevano continuamente gli euroscettici.

Dunque meglio prendere le distanze dall’Europa e anche dagli europei, che non contenti di spendere i soldi britannici a casa loro vanno anche a ritirarli direttamente alla fonte. Se in Gran Bretagna ci sono 8 milioni di stranieri, infatti, non è solo per imparare l’inglese. Lo stipendio medio da queste parti è 26.500 sterline (36mila euro), il più alto della Ue. La vita, certo, è cara. Ma se escludiamo Londra, dove l’affitto di un appartamento con un camera è di quasi 1800 sterline al mese, le città medio piccole sono ancora una buona destinazione per i giovani in cerca di opportunità e di un discreto stile di vita, soprattutto se provenienti dai Paesi del Sud. Ora il ministro May vorrebbe limitarne il flusso, chiudere la porta agli europei meridionali. Ma se la pioggia e il freddo non hanno fermato il migrante italico, non sarà certo un ministro a riuscirci.

 

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