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Come ospitare tutti i profughi senza spendere una lira

rifugiati in Svezia
Rifugiati in Svezia

Ci sono tre fonti di finanziamento e parecchie idee per l’integrazione. Che potrebbero aumentare anche il benessere degli europei

Al mercato dei rifugiati la Francia e Germania se ne sono presi 70mila. Lo fanno per “solidarietà”, perché finché morivano a casa loro andava pure bene ma lasciarli morire sul nostro continente fa troppo impressione anche ai tedeschi. E allora sono partite le gare alla solidarietà selettiva: noi ospitiamo tutti i cristiani, noi diamo asilo solo ai siriani, noi vogliamo dare un tetto ai bambini.

Eppure selezionare è stata la nostra dannazione. Con i soldi che spendiamo per identificare, distinguere tra aventi diritto e no, respingere chi non ha il permesso, potremmo finanziare una politica di accoglienza che non serva solo a lavarci la coscienza, ma anche ad inserire gli stranieri nella società e persino arricchire chi li ospita. Ma con quali soldi?

Innanzitutto ci sono i fondi di Frontex, l’agenzia europea delle frontiere, che quest’anno ha ricevuto 90 milioni di euro di stanziamenti per pattugliare coste e confini, riconoscere chi ha diritto a chiedere asilo e fermare tutti gli altri. Ma siccome per stessa ammissione di Frontex la maggior parte dei fermati proviene da Siria, Afghanistan e Eritrea – e può dunque ottenere lo status di rifugiato in Europa – la maggior parte di quei soldi vengono spesi per dire: sì, ok, sei buono e puoi passare. Se aggiungiamo i fallimenti delle missioni organizzate da Frontex per intervenire direttamente in mare, e notiamo che a portare i migranti a terra sono solitamente le navi commerciali norvegesi o la guardia costiera italiana, possiamo ipotizzare una sospensione provvisoria delle attività dell’agenzia e il trasferimento della maggior parte dei fondi alle nazioni che ospitano i rifugiati.

Ma ovviamente 80-90 milioni di euro non bastano ad affrontare l’emergenza. Affinché profughi e popolazione ospitante possano convivere e costruire un rapporto costruttivo va cambiato anche il modello di accoglienza. Ci vogliono centri piccoli, che ospitino al massimo qualche decina di immigrati. Ci vuole l’inserimento nel tessuto sociale, con la possibilità anche dei richiedenti asilo di trovarsi un lavoro (attualmente è vietato finché l’asilo non viene concesso) e ci vuole che la popolazione locale non si senta né invasa né danneggiata. Inizialmente, si possono organizzare piccole attività per rompere il ghiaccio. Eventi in cui sia agli indigeni che agli stranieri possano raccontare le loro esperienze e di imparare gli uni dagli altri qualcosa di utile, ad esempio a cucinare piatti che non conoscono. Non interessa a nessuno? Bisogna investire soldi per organizzare gli incontri? Basta trovare i soldi e metterli in palio per chi partecipa e ottiene i migliori risultati di integrazione.

Bisogna dunque cercare fondi fuori dall’Europa. In primo luogo, vanno chiamati in causa gli Stati Uniti. Non occorre essere anti americani per riconoscere che qualche responsabilità, nella destabilizzazione di Maghreb e Medio Oriente, ce l’hanno anche loro. Attualmente Washington spende soldi per dare armi ai soldati iracheni e per bombardare la Siria. Solo che le armi in Iraq vengono prese dall’Isis e le bombe in Siria non indeboliscono lo Stato Islamico ma rafforzano la propaganda anti occidentale. Poi ci sono i soldi spesi per i campi profughi nei Paesi limitrofi: Giordania, Libano, Turchia. Gli stessi campi profughi da cui oggi scappano i siriani. Dunque l’Europa potrebbe convincere gli americani che farebbero un ottimo investimento di immagine spostando il loro impegno a favore dell’inserimento dei profughi. Anche perché finanziare corsi per l’integrazione e strutture d’accoglienza costa infinitamente meno di un drone o di un missile.

Il vero bottino, però, è nascosto nella penisola arabica. Gli sceicchi sauditi, gli emiri di Dubai, i tycoon del Qatar hanno così tanti soldi che li spendono per costruire stadi di calcio sott’acqua. Ma siccome ci tengono a professarsi buoni musulmani e a versare la zaqat, l’elemosina obbligatoria, bisogna convincerli ad aiutare i loro fratelli islamici che sono scappati in Europa, a contribuire al loro sostentamento e al loro inserimento. Comunità di migliaia di profughi sono anche un nuovo mercato per istituti di credito in linea con il Corano e per prodotti alimentari halal. Gli Stati europei dovrebbero prevedere sgravi fiscali per impiantare queste attività e dovrebbero incoraggiare i magnati sauditi ad investire. Inoltre, gli emiri potrebbero costruire piccole moschee al servizio dei profughi. Ma con una regola: noi vi diamo l’autorizzazione a costruire il luogo di culto se finanziate anche una struttura utile a tutta la popolazione, non solo quella musulmana. Una scuola, un campo sportivo, una piazza. Così tutti beneficeranno dell’arrivo degli immigrati islamici.

E si potrebbe addirittura tentare il rilancio dell’occupazione. Immaginando un provvedimento legislativo europeo che permetta agli imprenditori non solo di godere di sgravi fiscali se assumono un profugo, ma anche di conquistare il diritto ad assumere un autoctono a metà prezzo per ogni straniero assorbito. Legando il destino degli uni al benessere degli altri.

 

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