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I migranti non esistono

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Bono Vox all’Expo ha sostenuto che tutti i fuggitivi sono profughi. E non ha tutti i torti. La storia ci dice che la differenza tra richiedente asilo e semplice immigrato è stata creata ad hoc dagli americani

Non c’è solo Bono a dire che profughi e migranti sono la stessa cosa. La studiosa francese Karen Akoka su Délinquance, justice et autres questions de société spiega perché i due concetti siano stati differenziati e strumentalizzati dalle potenze uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale. Anzi, da alcune potenze tra quelle vittoriose.

Con la Convenzione di Ginevra del 1949, infatti, la comunità internazionale ha definito il profugo come una  “vittima di persecuzione”, decidendo di circoscrivere il campo delle sciagure a quelle imposte dalla politica. Sono stati gli Occidentali a volerlo, perché avevano in mente un profugo ben preciso: il cittadino del Blocco sovietico, che fuggiva dal “giogo del comunismo”. Gli Stati socialisti avevano provato ad imporre un’altra definizione, che comprendesse le vittime di violenze economiche, ma erano in minoranza e non ci sono riusciti.

Nel corso degli anni, poi, l’Occidente ha continuato a ritagliare il profilo del rifugiato intorno alle vittime che preferiva. Negli anni 70 dava asilo ai vietnamiti e ai cambogiani, che fuggivano da Stati marxisti. Accoglierli significava screditare i regimi comunisti della penisola indocinese, ma anche risolvere problemi economici dei Paesi ospitanti. In quegli anni, infatti, diminuivano i poveri che migravano alla ricerca di un lavoro mentre le imprese, soprattutto nel settore dell’automobile, avevano un bisogno crescente di manodopera.

Per capire se uno era rifugiato o no bisognava guardare sul passaporto e verificare la nazionalità. Se veniva da uno Stato tendenzialmente comunista allora andava bene. Anche prima della Convenzione di Ginevra bisognava appartenere alla nazione giusta: russi e armeni erano profughi, mentre spagnoli e italiani – che fuggivano da regimi fascisti – l’asilo se lo potevano sognare.

Oggi i rifugiati per eccellenza sono i siriani, un popolo che sta subendo una tragedia immane, e che ha la virtù – come ha sottolineato anche il leghista Salvini – di essere composto da molti professionisti che potrebbero essere impiegati nei Paesi europei. Piacciono un po’ meno i rifugiati di serie B, quelli che vengono da posti con pochi laureati e molti diseredati: Afghanistan, Iraq, Sudan. Infine ci sono i semplici “migranti”, che scappano dal loro Paese perché non hanno lavoro, opportunità, futuro. Gente che suscita poca pietà, anche perché spesso ha aspirazioni futili, sogna di diventare ricca e potersi comprare l’ultimo modello di i-phone. Un po’ come gli adolescenti della provincia italiana.

 

 

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