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Un bimbo tagiko non vale niente

Umarali Nazarov
Umarali Nazarov

Russia, San Pietroburgo, bassifondi post sovietici. Storia di Umarali, un bambino di 5 mesi con la colpa di essere tagiko  

Zarina Nazarova ha 21 anni, un figlio di cinque mesi, un marito operaio. Il 13 ottobre a San Pietroburgo fa già freddissimo, ma fortunatamente il suo appartamento è talmente minuscolo che si riscalda con l’alito. Il piccolo Umarali, quindi, dorme tranquillamente mentre lei fa le pulizia di casa. Ma a metà mattinata arriva la polizia. Sono alti, hanno occhi di ghiaccio e urlano in una lingua che lei capisce poco, perché Zarina viene dal Tagikistan, un Paese che una volta faceva parte dell’Urss e che oggi è stato risucchiato dalla miseria. Ogni anno in Russia arriva un milione di tagiki. Svolgono i lavori più umili, vivono in tuguri (nelle campagne anche nelle buche per terra), scappano dai nazionalisti che li vogliono morti e per qualche mese all’anno se ne tornano a casa, tanto per sembrare stagionali. Il loro Paese è il più ricco di storia dell’Asia centrale, con tradizioni persiane e grandi intellettuali, ma adesso non ha nessun appeal, non ha petrolio né gas, ed è al mondo lo Stato che dipende di più dalle rimesse dei suoi emigranti.

Zarina viene trascinata in commissariato per rispondere di immigrazione clandestina. La portano via di forza, non le danno nemmeno il tempo di coprire bene Umar, che si becca tutto il vento gelido dell’ex Leningrado. Arrivati a destinazione, il bambino viene strappato via alla mamma, che viene rinchiusa in una cella presto raggiunta dal marito. I due non sanno cosa fare, Zarina chiede di poter dare almeno il biberon con il latte artificiale a Umar, ma gli agenti la prendono in giro per il accento e il suo russo stentato. Dopo cinque ore la decisione: la famiglia Nazarov deve tornarsene in Tagikistan, non ha nessun diritto di lavorare in Russia. I due giovani, preoccupatissimi, escono dalla cella e cominciano a cercare Umar. Nessuno dà loro informazioni, nessuno li rassicura. Tornatevene a casa, dicono, domani si sistemerà tutto. A Zarina sembra di vivere un incubo, sta imparando adesso a fare la mamma e pensa di non aver saputo proteggere la sua creatura. Non dorme, aspetta tutta la notte una telefonata che arriva la mattina dopo. Signora Nazarova? Mi dispiace informarla che suo figlio Umar è morto.

Insufficienza respiratoria, dicono. La causa della morte è dovuta a un problema pre-esistente, dicono. L’arresto non c’entra niente, dicono. Non spiegano perché è rimasto un giorno un più con la polizia, non spiegano dove è morto e come. Solo due settimane dopo fanno vedere ai due genitori distrutti un corpicino senza vita, che sembra proprio quello di Umar.

Il ministero russo degli interni ha già stabilito che la polizia non ha nessuna responsabilità. Anzi. Dato che al peggio non c’è mai fine, le autorità hanno reso noto che potrebbero perseguire i genitori per maltrattamenti.

Zarina non parla più. Suo marito chiede giustizia, chiede pietà, chiede anche speranza, sostenendo di aver visto quel cadavere troppo velocemente per essere sicuro che fosse suo figlio.

La Russia per una volta si è risvegliata. Lo sdegno è cresciuto e l’opinione pubblica chiede al Cremlino di non archiviare il caso come la solita disgrazia dei soliti tagiki.

Ma tra qualche giorno anche i russi, come gli europei con i migranti siriani, torneranno a non pensarci più e a sostenere che le frontiere vanno sigillate. Anche se il lavoro agricolo, quello domestico e quello edilizio vanno avanti grazie a 984mila migranti tagiki regolari e altrettanti irregolari, la crisi morde e i colpevoli vanno trovati. Dal 20 ottobre 1.500 persone di questa nazionalità sono state deportate solo dalla provincia di Mosca. Se nell’operazione qualcuno non arriva a destinazione, pace. È solo un tagiko in meno.

 

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