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Le donne salvate dalle donne

In questa Terra abitata solo da cattive notizie, mi sento in dovere di segnalare una storia positiva

Ufficiale delle Nazioni Unite
Ufficiale delle Nazioni Unite

L’Onu ha capito che per difendere la popolazione femminile gli uomini non sono il massimo. Meglio addestrare ufficiali dello stesso sesso delle vittime 

Qualcuno al Palazzo di Vetro ha capito che per aiutare le donne – minacciate, violentate, sottomesse – sono più adatte le donne. Nei contingenti internazionali di peacekeeping, quelli che l’Onu invia per tenere a bada le parti di un conflitto e salvaguardare fragili tregue, solo il 3 per cento del personale è femminile. Eppure le principali vittime di un clima di violenza diffusa sono le donne, che spesso con gli uomini non ci vogliono proprio avere a che fare. Ora però le Nazioni Unite stanno investendo negli  ufficiali di sesso femminile e le stanno addestrando a fermare gli abusi contro le donne. Un corso tenuto a Nuova Delhi ad aprile e uno svolto in Sudafrica alla fine di settembre hanno raccolto 32 partecipanti ansiose di combattere in prima linea. Non significa che vogliono sparare sul nemico – i Caschi Blu non sono fatti per questo – ma che invece di restare relegate a ruoli logistici, come è avvenuto finora, vogliono fare qualcosa per aiutare chi ne ha bisogno.

Le donne tra i Caschi Blu
Le donne tra i Caschi Blu

L’obiettivo è avere donne che pattugliano la piazza del mercato e le aree dove le casalinghe vanno a raccogliere la legna o le provviste. La loro stessa presenza, è verificato, funziona da deterrente per potenziali stupratori. Poi ci sono quelle situazioni in cui le donne locali non possono o non vogliono confidarsi con un uomo. Entrare in contatto con una donna che ha il potere di difenderle aiuta a convincere le vittime di avere diritti, oltre a rendere loro più facile parlare di particolari intimi.

Il corso dell’Onu include l’addestramento tattico, che insegna a individuare i segnali di una possibile escalation di crimini contro le donne – come un aumento delle violenze domestiche e il ritiro delle ragazze da scuola. Per la deterrenza si punta sui pattugliamenti notturni e per le situazioni di crisi le ufficiali sono state esercitate con una simulazione in cui dovevano evitare casi di violenza sessuale durante un conflitto armato.

Un casco blu in testa a una donna può sembrare strano a certe latitudini, ma Felicia Maganwe, luogotenente colonnello nelle forze armate sudafricane, racconta come se l’è cavata lei in Congo. Impegnata con la missione di pace Monusco, ha dovuto affrontare la diffidenza delle forze sul campo e dei combattenti ribelli: «Ma come… tu sei una donna!!!». C’è voluto poco, però, per far ricredere i guerriglieri. Quando una base operativa dell’Onu è stata presa d’assalto da civili bloccati nel bel mezzo di uno scontro a fuoco, Maganwe ha affrontato la crisi in un batter d’occhio: ha telefonato a uno dei leader ribelli e gli ha chiesto di andare a combattere altrove. Il suo interlocutore le ha dato retta, perché, sostiene lei: «è più facile agire quando sei una donna. I comandanti si sentono meno minacciati e sono più disponibili a negoziare». Almeno finché la parità di genere non si diffonderà anche tra i gruppi armati.

 

 

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