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A Parigi è guerra tra al Qaeda e Isis

Il leader di al Qaeda al Zawahiri e il "califfo" al Baghdadi
Il leader di al Qaeda al Zawahiri e il “califfo” al Baghdadi

Gli attentatori di Charlie Hebdo e del Bataclan non sono gli stessi. Il fronte jihadista è spaccato e due organizzazioni combattono per il primato. Anche in Europa

I jihadisti non sono tutti uguali. Chi vuole combattere la guerra santa può decidere se farlo con al Qaeda o con Isis. E anche se a noi ci sembrano la stessa cosa, i due gruppi terroristi non sono solo divisi, sono nemici. E Parigi è uno dei teatri della loro sfida.

L’attentato a Charlie Hebdo è stato rivendicato da al Qaeda, quello di venerdì 13 novembre dallo Stato Islamico. Le due organizzazioni, che si combattono soprattutto in Siria ma hanno cominciato a farlo anche in Yemen, Afghanistan, Pakistan e Maghreb, competono per dimostrare al mondo chi è la più forte, la più temibile, la più efficace. Per reclutare più combattenti, infatti, bisogna far vedere che si è ancora vincenti, mentre sia al Qaeda che Isis stanno subendo qualche colpo e cominciano ad avere qualche problema a rimpiazzare i loro caduti in guerra.

Lo Stato Islamico, ad esempio, avendo tanti nuovi affiliati in Africa e in Medio Oriente, non può più contare sullo stesso bacino di risorse umane pronte a raggiungere la Siria: adesso possono combattere nel loro Paese, perché partire? Al Qaeda, d’altro canto, non viene più nominata dai media occidentali e lo stesso Zawahiri ha cominciato a temere l’oblio, dichiarando recentemente che “nonostante i grandi errori dello Stato Islamico, se fossi in Iraq o in Siria io coopererei con loro per uccidere crociati, secolaristi e sciiti”. Fermamente contrario al califfato di al Baghdadi, più per competizione personale che per ideologia, il leader di al Qaeda cominciava a vedersi marginalizzato e ha cercato una possibile via d’uscita nell’alleanza. Ma la sua è un’idea di cooperazione “alla pari”, non certo di subordinazione.

Con questi ultimi attentati, invece, lo Stato Islamico sembra voler comunicare proprio ad al Qaeda: guarda, anche noi siamo in grado di colpire Parigi, e in modo molto più devastante di voi. Se volete unirvi alla nostra lotta, dovete sottomettervi.

Per gli Occidentali che vogliono annientare il terrorismo non è difficile individuare le differenze tra le due organizzazioni e attuare diverse strategie. Al Qaeda organizza attacchi più mirati, quasi telefonati: il direttore di Charlie Hebdo, ad esempio, era nella lista dei dieci nemici most wanted pubblicati sul numero nove di Inspire, il giornale dell’organizzazione creata da Bin Laden. Al Qaeda tende a limitare le vittime musulmane e ad evitare metodi dimostrativi cruenti come la decapitazione. Al Qaeda agisce attraverso le sue cellule distribuite nel mondo e ben organizzate al loro interno. Lo Stato Islamico invece è dirigista, comanda direttamente alle cellule in Occidente di compiere un attentato, ma non è ben organizzato al suo cuore e manda contemporaneamente messaggi poco coerenti. Tant’è che i terroristi agiscono contemporaneamente in Sinai, che in Libano e in Francia senza indicare chiaramente chi è il nemico numero uno del momento. Insomma, al Qaeda è un nemico assai preferibile rispetto all’anarchico Stato Islamico per noi occidentali. Ormai li conosciamo meglio, li capiamo meglio, li combattiamo meglio.

Ma con i bombardamenti sul Califfato, spera al Baghdadi, gli europei si faranno nuovi nemici tra i civili, che andranno a ingrossare le fila dello Stato Islamico. Così i militanti di al Qaeda – che in Siria si chiamano Brigate al Nusra – saranno sempre più tentati di fondersi con Isis.

Senza contare che i russi già li trattano come se fossero la stessa cosa, combattendo contro chiunque si opponga ad Assad e scagliando i loro attacchi più sulle formazioni ribelli esterne a Isis che contro i miliziani di al Baghdadi.

Europei ed americani non dovrebbero aiutare nessuna delle due organizzazioni, e invece colpendo una favoriscono inevitabilmente l’altra. E soprattutto non devono considerarle un unico agglomerato, ma trattarle il più possibile come due cose distinte, anzi, cercando di attuare il buon vecchio divide et impera che proprio di Putin ha fatto la fortuna.

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