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L’Isis nel mondo

isis - N022

In Libia e in Somalia, ma anche in Afghanistan a sfidare i Talebani. Lo Stato Islamico fa affiliati in tutto il mondo. E procede verso est 

Originariamente pubblicato da La Regione Ticino

Con gli attentati di Parigi il mondo si è accorto che lo Stato Islamico non colpisce solo in Siria e in Iraq. In realtà è da tempo che l’Isis fa proseliti in tutto il mondo, grazie alla fama di vincenti che hanno conquistato i suoi militanti tra i gruppi armati di ogni latitudine. In cerca dello stesso successo, ma soprattutto degli stessi finanziamenti, anche criminali che hanno scoperto da poco l’Islam o militanti che finora avevano simpatizzato con al Qaeda hanno giurato fedeltà al Califfato. In Sinai gruppi di beduini da sempre recalcitranti ad accettare le regole del governo centrale hanno cominciato a strizzare l’occhio ai terroristi quando hanno conquistato una certa autonomia economica, grazie ai traffici illeciti con i palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza. Per poter continuare a guadagnare in quel modo, bisognava affiliarsi a uno Stato che non vietasse il loro commercio, uno che avesse tutte altre regole. E cioè l’Isis.

La grande madre del nuovo jihad contro gli occidentali non è più il conflitto israelo-palestinese, ma la guerra in Libia. Lì è stato rotto un equilibrio storico che ha liberato energie distruttive in tutte le direzioni. Armi in quantità donate dagli occidentali, odi etnici scatenati da massacri tribali, anarchia generalizzata creata dall’annientamento del clan Gheddafi. La giusta coltura per la nascita di nuovi gruppi jihadisti sulla costa del Mediterraneo, proprio lì dove potevano lucrare sul ricco business dei migranti. È così che anche in Libia, una volta il Paese più stabile del Maghreb, il gruppo terrorista Ansar al Sharia è cresciuto a dismisura, ha preso il controllo di Bengasi ed è fiorito all’ombra dei due governi che si contendono il Paese, quello di Tripoli e quello di Tobruk. Poi i gruppi jihadisti si sono moltiplicati, alcuni hanno giurato fedeltà all’Isis e hanno subito visto crescere il loro potere. Anche i militanti di Ansar al Sharia hanno cominciato a defezionare per unirsi a chi combatte in nome del Califfato. Ed è così che tutti i Paesi limitrofi hanno potuto importare armi e fondamentalismo senza limiti. L’Africa sopra l’Equatore era già costellata di gruppi islamici in cerca di ricchi finanziatori e Isis è sembrato il giusto brand per tutti. Anche perché attira gli interessi degli occidentali che arrivano con tutto il loro armamentario che poi lasciano agli eserciti ufficiali. Appena partiti, è “tana libero tutti”. Chiunque abbia un mitra nell’armadietto lo rivende al miglior offerente. Come è successo in Mali dopo l’intervento francese del 2013, che ha arginato l’avanzata dei Tuareg affiliati ad al Qaeda. Ma sconfitta la lotta indipendentista, per i reduci del Movimento di liberazione dell’Azawad è rimasta solo la guerra santa. Confluiti nei gruppi fondamentalisti del Sahel, molti di loro hanno giurato fedeltà allo Stato Islamico.

Ma in Africa i primi a lasciare al Qaeda per sposare la causa dell’Isis sono stati i somali di al Shabaab, alla ricerca disperata di nuovi fondi da quando il loro Paese ha perso anche l’unico business redditizio che aveva, quello della pirateria. Con pattuglie di mercenari ormai installati su ogni bastimento, sequestrare navi non è più possibile e un popolo che vive senza Stato da 25 anni dovrà pur trovare un’altra fonte di sostentamento. Il jihad può funzionare, però, dove qualcuno investe risorse da saccheggiare e quindi non in Somalia. Per questo motivo la zona d’azione di al Shebaab si sta spostando nel vicino Kenia, storico alleato degli Stati Uniti, dove gli affiliati all’Isis hanno attaccato un college universitario lo scorso aprile, facendo 147 morti. Coinvolgere le forze di sicurezza keniane significa tirare in ballo ricchissimi rifornimenti di armi venduti a prezzo speciale dal Pentagono al governo di Nairobi nel corso degli ultimi dieci anni.

Non arrivano più, invece, le armi americane in Nigeria. Washington si rifiuta di inviare nuovi rifornimenti al governo di Abuja perché gli esperti della Casa Bianca sono convinti che i loro fucili possano finire nelle mani sbagliate. E hanno ragione. Anche in Nigeria il mercato nero delle armi è fiorente, a tutto vantaggio dei terroristi di Boko Haram, che combattono quella che chiamano guerra santa dal 2002. Dicono di volere tutto il Paese soggetto alla sharia e per chiarire bene il concetto colpiscono soprattutto la popolazione cristiana. Ma la ragione principale dei sequestri è quella di guadagnare soldi, gli stessi soldi che una volta arrivavano dall’Occidente proprio per sostenere la minoranza cristiana e che adesso, con la crisi in Siria, sono drasticamente diminuiti. Persino il governo nigeriano, adesso, è costretto a comprare le armi sul mercato nero, alimentando quelle stesse reti criminali che dice di combattere. Boko Haram ha dichiarato fedeltà all’Isis quest’anno, nella speranza che dal Medio Oriente arrivassero nuovi fondi. Ma non è stato così. I nigeriani non hanno capito che è l’Isis a servirsi dei suoi satelliti, e non il contrario. Gli affiliati possono fruire del brand, ma non dei finanziamenti.

Il Califfato non ha (ancora) un network finanziario sviluppato come quello di al Qaeda, che poteva contare su ricchi sceicchi sauditi ed emiri ben istruiti. La forza dell’Isis è legata al controllo del territorio e alle risorse che drena da Siria e Iraq. Per diventare globale ha bisogno di un network, quello che vuole strappare all’organizzazione che fu di Bin Laden. Ed è per questo che l’Isis è così attivo proprio là dove al Qaeda è ancora forte e le sue reclute vanno attratte una a una nella nuova organizzazione terroristica, quella che può vantare uno Stato e una capitale. È così che il Califfato colpisce anche nell’intoccabile Arabia Saudita, regno degli integralisti wahabiti e degli sceicchi che finanziano gruppi ribelli siriani avversi all’Isis, come le Brigate al Nusra affiliate a al Qaeda. Il 6 agosto a sud est di Riad un attacco kamikaze ha colpito una moschea uccidendo 13 persone e a rivendicarlo è stato proprio lo Stato Islamico. Nel vicino Yemen, dove i sauditi hanno inviato i propri carri armati per contrastare i miliziani Houti, sostenuti dall’Iran, l’Isis è nato da pochi mesi, ma già sta sorpassando al Qaeda. La rete di Bin Laden ha avuto qui la sua maggiore roccaforte negli ultimi cinque anni e avrebbe potuto approfittare dello scontro tra l’ex presidente e i ribelli sciiti per allargare la sua zona di influenza, invece deve cedere di fronte alla popolarità che stanno conquistando i jihadisti importati, noti per i metodi più aggressivi e l’aspirazione al Califfato. Ma non è finita qui. Lo Stato Islamico ha fatto la sua apparizione persino nella culla di al Qaeda: l’Afghanistan. I siti di propaganda esibiscono pattuglie di uomini in nero addestrati dall’Isis per contrastare i talebani. Quello del Califfato, sostengono i media jihadisti, è un esercito vero e proprio, con una propria organizzazione tattica e gradi militari identici a quelli di una fanteria statale. E colpisce tutti gli “apostati”, cioè gli afgani che osano aiutare i talebani. Sì perché gli eredi del mullah Omar hanno osato intavolare trattative con alcuni membri del governo di Kabul e dunque non rappresentano il volere di Allah. Per non cedere di fronte alle accuse, i talebani hanno interrotto il dialogo con il presidente Ashraf Ghani e ripreso gli attentati sanguinari. Lo «Stato Islamico di Khorasan», il nome preso da Isis in Afghanistan e Pakistan, vuole infatti imporsi grazie alla sua violenza e ferocia, armi che i talebani non si vogliono far scippare. E così, invece di distruggersi l’uno con l’altro, i due contendenti si battono tra loro a suon di omicidi, contribuendo massicciamente alla distruzione del Paese. In Pakistan, invece, lo Stato islamico del Khorasan avrebbe già attratto dalla sua parte diversi gruppi talebani, con i quali organizzare attentati contro gli infedeli. Lo ha dichiarato lo stesso governo di Islamabad, che pur minimizzando la presenza dell’Isis nel Paese, ha lanciato un nuovo allarme terrorismo chiedendo a tutte le associazioni cristiane di tenere la massima allerta di fronte a possibili assalti dei nuovi jihadisti.

Persino nel poverissimo Bangladesh, dove il terrorismo islamico finora non aveva mai fatto clamore, il Califfato ha cominciato a farsi sentire. Prima rivendicando l’assassinio del cooperante italiano Cesare Tavella e poi quello di un turista giapponese di 66 anni. I fondamentalisti dell’organizzazione Ansarullah Bangla Team erano soliti colpire solo blogger locali, ma da quando si sono affiliati all’Isis hanno diffuso un elenco di obiettivi in tutto il mondo: scrittori, attivisti, figure della cultura troppo libere per i loro gusti.

L’Isis cavalca dunque verso Oriente e la Cina ha paura. I suoi musulmani, quelli della minoranza uigura, combattono già come foreign fighter in Siria e Iraq, anche se distribuiti equamente tra squadroni dello Stato Islamico e Brigate al Nusra. Finché combatteranno la loro guerra santa in Medio Oriente Pechino non avrà niente da dire. Ma il califfo al Baghdadi ha dichiarato di recente che la Repubblica Popolare è tra i Paesi che l’Isis vuole conquistare entro il 2020. E la Cina, da sempre poco disposta a glissare sulle provocazioni, è già pronta a intervenire in Siria a fianco dei russi. Ma le bombe di Mosca più che indebolire l’Isis stanno colpendo i jihadisti rivali, quelli di al Nusra e di Ansar al Sharia, diretti concorrenti del presidente Bashar al Assad. E il Califfato ringrazia.

 

 

 

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