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Come sconfiggere l’Isis. In 4 mosse

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Sgombrare il campo ideologico, radiare i finanziatori, accerchiare Daesh e attenderne l’implosione. Il generale Mini spiega come affondare i jihadisti. Senza bombardamenti a pioggia 

Un’alleanza con la Russia per bombardare lo Stato Islamico? Se non è corale e condivisa da tutti non solo è inutile, ma controproducente. Trattare il conflitto con i jihadisti come uno scontro di civilità? Un’idea stupida di chi è caduto vittima della propaganda. Il generale Mini, già comandante delle forze Nato in Kosovo, ha le idee chiare: «Non ha senso bombardare a casaccio senza colpire il cuore del nemico. Dobbiamo trattare i jihadisti per quello che sono: una banda di criminali, ai quali bisogna togliere i mezzi di sussistenza. Dobbiamo metterci in testa che per sconfiggerli  dobbiamo assumere dei rischi. L’Occidente si è cullato per decenni nell’idea di poter vivere in pace senza dover tanto faticare per conservarla. È ora che guardi la realtà».

Generale, se i bombardamenti aerei – quelli sferrati da russi, francesi, inglesi – non servono a niente, qual è la prima mossa che gli europei dovrebbero fare per fermare la minaccia jihadista?

Innanzitutto ci vuole una svolta concettuale: basta col raccontare che questa è uno scontro di civiltà, una guerra tra religioni o tra diverse visioni del mondo. Il nostro sistema democratico e il nostro stile di vita sono troppo forti e radicati per essere messi in discussione da un attore esterno. Da qualcuno che ci propone un’alternativa che non ha niente a che fare con noi. Bisogna liberare la testa e il campo dalle fisime ideologiche, pseudoreligiose e propagandistiche. Liberati da questi legacci potremmo finalmente vedere l’Isis per quello che è veramente: una banda di criminali. E allora le azioni da intraprendere sarebbero più chiare e coerenti.

Inquadrata la realtà dalla giusta prospettiva come si deve agire?

La seconda mossa per sconfiggere l’Isis è tagliargli tutte le fonti di finanziamento e di sostegno materiale e politico. Sembra scontato, eppure finora nessuno lo ha fatto. Perché non c’è stata una reale volontà di fermare i flussi di denaro o di armi. Perché non c’è stato un reale interesse nella stabilizzazione.

Lei sostiene dunque che gli attori in gioco – Arabia Saudita, Turchia, Iran, ma anche Russia e Usa – non abbiano interesse nella stabilità?

No, non ce l’hanno. E se ce l’hanno non lo dimostrano. Perché la stabilità non rende, né economicamente né politicamente. Ai tempi del capitalismo industriale si diceva che la pace faceva bene agli affari. Non era vero perchè lo stesso capitalismo ingrassava durante le guerre. Oggi è ancora meno vero. Il capitalismo di oggi è sfrenato e senza regole, trae profitto dalle crisi, dai fallimenti delle banche così come dalle guerre. E anche politicamente, a nessuno conviene eliminare le minacce alla pace: quali armi di ricatto rimarrebbero? E come vivrebbero tutte quelle organizzazioni che della gestione della guerra hanno fatto il loro mestiere?

Come si dovrebbero fermare quindi i finanziamenti a Isis?

Decidendo di sanzionare tutti i soggetti – dai businessman, alle organizzazioni, fino agli Stati – che ne sostengono la lotta armata. Gli individui devono essere perseguibili penalmente da una giurisdizione internazionale che faccia i processi e commini la relativa galera. E se si accerta la responsabilità di uno Stato, questo va inserito nella lista degli Stati canaglia ed escluso dall’Onu.

Basterebbero dunque le sanzioni verso i finanziatori per mettere al tappeto i jihadisti?

Se queste misure fossero applicate alla perfezione il problema sarebbe già risolto. In ogni caso bisogna accertarsi che lo Stato Islamico non riceva nessun tipo di rifornimento, accerchiandolo. Il piccolo territorio controllato da Daesh va circondato e sigillato, impedendo qualsiasi movimento in entrata e in uscita, tranne il flusso dei profughi che però devono essere attentamente controllati. Perché l’accerchiamento funzioni occorre mettere d’accordo tutti gli Stati dell’area: Arabia Saudita, Giordania, Libano, Israele, Iraq, Iran, Turchia e anche quel che resta della Siria. Sono loro che dovrebbero assumersi il compito di sigillare il territorio. Ma se qualcuno non vuole collaborare, allora l’operazione deve essere fatta da una coalizione internazionale. Non da quella già in azione e neppure quella vagheggiata da Hollande, alleanze che si limitano a guardare e bombardare dall’alto, ma da una coalizione seria che assuma il controllo effettivo del territorio dividendolo in settori da assegnare alle forze militari dei vari alleati. Per un’operazione del genere non ci vogliono molte risorse, perché l’Isis controlla sostanzialmente due tratti delle vie di comunicazione lungo il Tigri e l’Eufrate più una parte della bretella di raccordo. Basterebbe creare robusti posti di sbarramento in cinque settori nevralgici a cavaliere delle direttrici più importanti e il 90 per cento della mobilità Isis sarebbe neutralizzata. I miliziani sarebbero costretti a muoversi fuori delle grandi arterie e allora sarebbero facili bersagli degli interventi aerei: con circa 20mila uomini sul terreno i jihadisti sarebbero isolati.

A questo punto che si fa con i combattenti rimasti circondati?

Il sistema, una volta totalmente chiuso, non può che autoimplodere. Tuttavia è fondamentale che in questa fase intervenga la popolazione locale, che di fronte all’indebolimento dei fanatici avrebbe finalmente la possibilità di organizzarsi per rovesciarli. E se proprio i jihadisti continuassero a resistere, basterebbe stringere il cerchio dell’assedio, piano piano, un chilometro al giorno. Fino allo strangolamento operativo. La vittoria può arrivare perfino senza combattere.

E una volta sconfitto l’Isis, cosa succede in Siria?

Quello che può succedere in Siria e in tutto il Medio Oriente non può essere deciso alla fine delle operazioni militari. Deve essere stabilito prima e in particolare nel momento in cui si ottiene l’impegno serio e definitivo di tutti per la eliminazione dell’Isis. Ossia, quando gli sponsor del terrorismo verranno apertamente denunciati e sanzionati. Soltanto allora si potrà essere certi della vera natura degli attori fondamentali e quindi disegnare un Medio Oriente nel quale trovino posto soltanto coloro che si sono dimostrati degni di far parte della comunità internazionale. Ora il problema sembra concentrarsi sulla Siria – per la quale si parla di cantonizzazione etnica e politica odi amministrazione internazionale “controllata” – ma il quadro è molto più ampio. Oggi si parla soltanto di azioni armate, ma dev’essere chiaro che qualsiasi strategia militare si adotti non si risolvono tutti i problemi. È la politica che deve pensare alle soluzioni ed è la politica che deve assumersi i rischi di strategie titubanti, parziali o sbagliate. Come quello di veder rispuntare le stesse bande criminali o le loro affiliate – altrettanto o più violente – in un qualsiasi altro punto del globo.

 

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