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I nostri arabi preferiti

Attivisti per i diritti umani simulazione di una decapitazione in Arabia Saudita
Attivisti per i diritti umani simulazione di una decapitazione in Arabia Saudita

Le donne votano in Arabia Saudita. Ma in realtà a Riad le elezioni non esistono. E la monarchia continua a uccidere chi le pare

Una rivoluzione, una pietra miliare, un salto in avanti. Delle elezioni municipali in Arabia Saudita si è parlato solo per festeggiare l’entrata in campo delle donne, finalmente ammesse a partecipare a un’occasione consultiva nel Paese della segregazione sessuale. Ma come si può parlare di rivoluzione se su circa 800 candidature femminili probabilmente solo una o due si tradurranno in vittorie? Per non parlare del fatto che in Arabia Saudita, in realtà, non si vota. Queste elezioni sono limitate ai consigli municipali, che hanno competenze nella difesa dell’ambiente e nei servizi locali, ma non possono dire una sola parola sulla famiglia reale o sul ruolo del clero. Giusto per aggiungere un dato: su 20 milioni di cittadini, solo un milione e mezzo si è registrato per votare. E di questi, solo 130mila sono donne.

Queste donne che finalmente sono state ammesse al grande processo elettorale possono fare propaganda solo dietro a un muro, perché dagli uomini non possono farsi vedere, oppure approfittare di parenti particolarmente disponibili, come ha fatto una candidata di Jeddah, e far parlare i figli in loro vece ai piccoli comizi ammessi dalla monarchia. Le restrizioni alla campagna elettorale, infatti, sono infinite, sia per i maschi che per le femmine. I candidati di entrambi i sessi non possono mostrare le loro foto sui volantini e non sono autorizzati ad apparire in televisione. In pratica  la propaganda può passare solo attraverso i social network e la vita sociale delle donne continua a essere relegata su internet, dove le loro relazioni virtuali crescono.

I cittadini sauditi non devono avere interesse per la politica. Non devono chiedere alla monarchia perché sta combattendo una guerra in Yemen, dove non ci sono interessi nazionali da difendere se non quelli di imporsi sull’Iran e sui suoi alleati sciiti di quella regione. E non devono indignarsi se durante questa guerra si bombardano le scuole, peraltro vuote, come denuncia Amnesty International . Sono vuote perché da marzo nessun ragazzino yemenita va a farsi sparare in classe, e un popolo intero sta rinunciando all’istruzione per salvarsi la pelle. In Arabia Saudita, invece, a scuola ci si va, ma formarsi un pensiero autonomo è vietato. Chi dissente o osa proporre soluzioni politiche alternative viene semplicemente condannato a morte. Centocinquantuno le pene capitali comminate nel 2015, a cui presto potrebbero aggiungersi quelle di sei ad attivisti sciiti di Awamiya, la regione petrolifera orientale dove i sunniti sono minoranza e la monarchia sta particolarmente attenta a non lasciare margini di manovra alla popolazione locale. Il reato contestato ai uomini? Hanno protestato nel 2011 per i maltrattamenti subiti nelle manifestazioni organizzate sulla scia delle primavere arabe. Tre di loro erano minorenni.

Questo Paese è l’antitesi della democrazie eppure continua a essere uno dei migliori alleati dell’Occidente nell’area Medio Orientale. Gli americano gli hanno appena venduto un bel carico di armi e noi europei cerchiamo in tutti i modi di stringere buoni accordi commerciali con gli sceicchi. Da anni proviamo a estorcere un piccolo aiuto per risolvere la crisi siriana, e invece loro continuano a finanziare chi gli pare, in particolare i qaedisti di al Nusra. Certo, non lo fa il re o la sua famiglia, lo fanno le organizzazioni caritatevoli indipendenti. Ma sostenere che esistano organizzazioni che sfuggono al controllo del governo, in un Paese dove non si può neanche parlare in pubblico, fa abbastanza ridere. Anche se in Siria non ride nessuno.

Le esecuzioni degli attivisti sciiti dovrebbero avvenire presto, tramite decapitazione o crocifissione. I combattenti di Isis saranno invidiosi.

 

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