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La vera storia dei sunniti e degli sciiti

L'ayatollah Khomeini
L’ayatollah Khomeini

Con la rottura dei rapporti tra Arabia Saudita e l’Iran torna in auge la retorica dello scontro tra le due confessioni dell’Islam. È il momento di capire quali sono le differenze tra i due e chi alimenta questa contrapposizione

Sarà capitato anche a voi, di avere una domanda in testa. Di avercela da anni, ma non essere mai riusciti a risponderle veramente. La mia era: ma qual è la vera differenza tra sunniti e sciiti?

La storia che sanno tutti la sapevo anch’io, ok, tutta la faccenda della discendenza da Maometto, dei sunniti che riconoscevano come legittimo successore del profeta il suo migliore amico – nonché suocero – Abu Bakr e degli sciiti che invece avrebbero voluto che gli discendesse Ali, il genero. Ma poi? Possibile che una storia di 1400 anni fa continuasse a generare conflittualità tra i due gruppi senza che ci fossero sostanziali differenze tra i seguaci dell’uno e quelli dell’altro? Mi sembrava come se i cristiani si fossero divisi tra tifosi di diversi evangelisti, luchiti contro giovanniti, o marchiti contro matteiti.

Invece no, mi dicevano i miei amici islamisti (non nel senso dei fondamentalisti ma degli studiosi). C’è una conflittualità politica importante tra sunniti e sciiti che deriva anche dalla  loro storia e dal diverso modo in cui concepiscono l’aspetto religioso dell’esistenza. Eppure a me i due approcci sembravano uguali: il Profeta è Maometto e il Libro il Corano, vanno tutti in moschea e ascoltano gli imam, credono nei cinque pilastri dell’islam (fede nell’unico dio Allah, elemosina, pellegrinaggio, ramandam, obbligo di preghiera) e teoricamente non mangiano maiale né bevono alcool. Dal punto di vista politico, certo, c’era l’eterno scontro tra Iran e Arabia Saudita, i primi sciiti e i secondi sunniti. Ma mi sembrava che la differenza religiosa tra le due potenze non fosse altro che strumentale alla lotta per supremazia in Medio Oriente, e che faticasse a fare presa sulle popolazioni musulmane di altri Paesi. 

Ora, dopo dieci anni in cui ho lasciato la domanda in sospeso, mi sono decisa a affrontarla di petto. Ora che tutti parlano di scontro globale tra sunniti e sciiti, forse, mi sono chiarita. Avrei potuto farlo molto prima, studiando uno dei tanti testi accademici sull’islam. Invece no, ho aspettato di incappare in un libro francese scritto dall’esperto di strategia e soprattutto di guerriglia Gerard Chaliand, per trovare il nucleo della risposta e fonderlo con le informazioni sparse che tante volte avevo letto ma mai collegato.

Siccome dopo la morte di Maometto il primo califfo ufficiale, quello che deteneva il potere politico nelle terre musulmane, era Abu Bakr, i sostenitori di Ali sono stati emarginati e hanno cominciato a nascondersi. Hanno preso il nome di sciiti e hanno cominciato a professare la loro fede senza poterla sbandierare. Una necessità di segretezza che nei sunniti è sempre stata dipinta come una sorta di codardia, come l’atteggiamento di infingardi che hanno commesso qualche peccato e sanno di dover nascondere qualcosa. Persone poco degne di fiducia.

Gli sciiti, dalla loro parte, si sentivano più vicini a Maometto degli altri perché ritenevano che tutto il potere dovesse appartenere ai suoi discendenti di sangue, quelli nati da Ali e quindi nipoti diretti del Profeta. Data la consanguineità, i leader politici dei primi sciiti erano carne della carne della prima autorità dell’islam, e la loro dimensione religiosa prevaleva su quella politica.

Ecco dunque che il potere terreno, secondo gli sciiti, spetta ai leader religiosi, e non viceversa. Più precisamente spetta ai mullah (i “professori” dell’islam) più autorevoli, ovvero gli ayatollah, ma solo in attesa che arrivi l'”imam nascosto”. Che si chiama anche Mahdi ed è quel dodicesimo imam che scomparve alla fine dell’800 d.C. Pronipote di Maometto, ne sarebbe stato il legittimo successore seguendo la dinastia di Ali, ma secondo la tradizione sciita venne occultato per difenderlo dai nemici sunniti. Riapparirà come salvatore della umma – la comunità islamica – quando sarà arrivato il momento di redimerla. Nel frattempo, lo Stato non può che essere gestito dagli ayatollah, i quali, vista la loro autorevolezza religiosa, hanno il potere di interpretare il Corano e di formare un corpo clericale autonomo, anche in virtù delle risorse finanziarie di cui dispongono, grazie alle donazioni obbligatorie dei fedeli. Gli ayatollah, dunque, sono il riflesso di dio in terra. Per i sunniti, invece, non c’è altra autorità che Allah tradotto da Maometto. I sunniti, invece di affidarsi agli ayatollah, si concentrano sulla sunna, cioè la somma delle opere e delle parole del Profeta.

È vero che sia gli uni che gli altri celebrano il rito del pellegrinaggio a La Mecca, che tutti e due digiunano nel mese del Ramadam, ma gli sciiti celebrano anche altri riti, come il martirio di Hussein, che ricordano con il pellegrinaggio a Karbala, in Iraq, e la commemorazione dell’Ashura, durante la quale manifestano il lutto con l’autoflagellazione. Più in generale, gli sciiti sono meno “assolutisti” dei sunniti, nel senso che accanto alle moschee considerano luoghi sacri anche gli altari dedicati agli imam che hanno fatto la storia della loro religione. In pratica gli sciiti celebrano anche soggetti che non sono Allah e anche se il culto di queste personalità è strettamente legato al culto di Maometto, secondo i sunniti più intransigenti e in particolare secondo gli wahabiti dell’Arabia Saudita, questa è una prova che i “non sunniti” sono degli eretici, dediti a venerare i “santi” invece che Allah.

La contrapposizione tra sunniti sauditi e sciiti iraniani, però, non è antica come alcuni dei primi vorrebbero far pensare. La forbice tra le due correnti dell’islam si è allargata a partire dagli anni Settanta, con l’emergere di nuove personalità politiche che hanno tentato di coniugare la religione musulmana in senso rivoluzionario. Il fenomeno è iniziato in Iran, dove gli oppositori allo Shah hanno adottato l’ideologia di Ali Shariati, il filosofo che ha studiato il marxismo leninismo e ne ha tratto la conclusione che anche dall’islam si poteva ricavare una spinta alla redistribuzione sociale e alla liberazione delle masse. Le idee di Shariati sono state adottate da Khomeini, prima Guida Suprema dell’Iran rivoluzionario e teocratico, che ne ha mutuato anche la vena ecumenica e dunque lo stimolo a esportare in tutto il mondo islamico le “ribellioni dei diseredati”. Khomeini ha cominciato finanziando la crescita del movimento sciita libanese di Hezbollah e poi ha cercato di sfruttare la diaspora libanese in Africa e in Europa per fare proselitismo ma anche per reclamare i territori musulmani contro gli occidentali, eredi dei crociati, da colpire anche con atti terroristici.

In risposta a Khomeini, che proponeva l’Iran come stato leader dei musulmani nel mondo, è arrivato un nuovo radicalismo sunnita guidato dai sauditi, che recuperava la tradizione wahabita. A differenza dei khomeinisti sciiti, gli wahabiti invocano una rivoluzione per tornare indietro e non avanti, per ricostituire una purezza originaria e – in pratica – per conservare più che cambiare. L’analista irano-americano Vali Nasr lo chiama Revivalismo.

Fatto sta che da quel momento la competizione tra arabi e persiani si sposta sull’asse sunniti-sciiti e mette in campo i mujahedin, combattenti del jihad per la fede vera. Quelli che i sauditi finanziano soprattutto in Afghanistan e Pakistan, due Paesi che presentano una forte minoranza sciita (soprattutto l’Afghanistan) e che hanno visto un veloce aumento delle violenze confessionali.

Per due decenni i fondamentalisti sunniti sono sembrati i più forti. Hanno creato al Qaeda e colpito New York. Si sono espansi in Maghreb e rafforzati in Afghanistan e Pakistan. Ma le bombe americane su Baghdad hanno creato anarchia e nuove prospettive per gli sciiti iracheni (il 60 per cento della popolazione) che oggi hanno preso il potere e portato il Paese del petrolio sotto l’influenza iraniana. Il potere contrattuale dei sauditi, considerati gli unici in grado di frenare la bestia che loro stessi hanno creato, è diminuito a favore di quello iraniano. Tant’è che anche in Siria americani e europei hanno repentinamente cambiato fronte. Dopo aver alimentato i ribelli contro Bashar al Assad, solido alleato di Teheran, adesso stanno virando verso la linea Putin: sostegno al presidente siriano contro tutti i combattenti anti Damasco, che siano terroristi o no.

La retorica dello scontro tra sunniti e sciiti è cresciuta per dare un altro nome alla competizione tra arabi e persiani ma anche tra rivoluzione come revival e rivoluzione come liberazione degli oppressi. Secondo la propaganda khomeinista l’Iran deve sostenere gli sciiti di tutto il mondo perché da sempre vessati dai sunniti. Discriminazioni ne subiscono senz’altro gli sciiti del Bahrein, che costituiscono la maggior parte della popolazione ma sono governati da sunniti. E anche nella penisola araba, dove i loro territori coincidono con le aree più ricche di giacimenti petroliferi, non se la passano proprio bene e si vedono negati un bel po’ di diritti dagli sceicchi al potere. In Pakistan finiscono periodicamente uccisi da qualche autobomba dei radicali sunniti e a volte, da brava minoranza, si sentono discriminati in Afghanistan, Indonesia, Malesia, India.

Ma sono state dipinte come guerre confessionali anche conflitti che non lo sono. Quella in Yemen, ad esempio, che va avanti da anni per la spartizione delle risorse interne al di là della divisione tra sciiti zaiditi e resto della popolazione sunnita, tant’è che le tensioni che hanno portato alla deposizione del presidente Hadi sono nate all’interno dello stesso fronte sciita. Solo che nel 2015 i sauditi sono intervenuti (con mezzi militari) per frenare la rivolta zaidita e sostenere il presidente spodestato. E allora il conflitto è diventato religioso, almeno secondo la retorica di Teheran, uno scontro tra i cattivi sunniti (sauditi) e i buoni sciiti (filo iraniani). E naturalmente è stato dipinto come confessionale anche il conflitto in Siria, dove il presidente al potere, Bashar al Assad, fa parte di una dinastia alawita, che è una corrente dello sciismo. Quando le primavere arabe hanno portato aria di cambiamento anche qui, nel cuore del Medio Oriente, si sono alzate le porte dei manutentori dello status quo. Gli iraniani hanno difeso i loro alleati a Damasco con la scusa di una vicinanza confessionale, di un perenne attacco occidentale contro gli oppressi sciiti. Anche se la maggioranza della popolazione, in Siria, è di fede sunnita. E se gli alawiti non hanno niente a che vedere con il khomeinismo.

Questa è la vera storia di sunniti e sciiti. O almeno quello che ho capito io.

 

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