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La donna più odiata dai cinesi

Tsai Ing-wen
Tsai Ing-wen

La Repubblica Popolare dichiara guerra alla Thatcher dell’Estremo Oriente. È della stessa nazionalità del presidente Xi ma guida un altro Paese. E da lì potrebbe lanciare una sfida politica e culturale al maschilismo di Pechino

È la prima cinese che diventa leader del suo Paese. No, nessuna donna ha conquistato Pechino. Tsai Ing-wen ha appena vinto le elezioni a Taiwan, l’isola che si è separata dalla madre patria quando la Cina è diventata Repubblica Popolare, con la fuga dello sconfitto Chiang Kai Shek dal potere di Mao. Tsai ha 59 anni, una visione centrista della politica e un approccio moderato alle relazioni internazionali. Eppure la Cina governata dai comunisti già la odia.

All’indomani della sua elezione, infatti, la China Central Television ha trasmesso immagini di grandiose esercitazioni militari al largo della Cina meridionale: enormi mezzi anfibi, bombardieri che lanciano ordigni dalle scie luminose, e paracadutisti lanciati nel mare della provincia di Fujian, giusto di fronte all’isola di Taiwan. 

Ma il vero attacco alla nuova presidente della Repubblica non popolare di Cina è arrivato dallo spazio virtuale. Subito dopo eletta, la sua pagina Facebook è stata bombardata da decine di migliaia di messaggi di ostilità, una campagna d’odio che gli stessi media di Pechino hanno definito una “guerra santa online” e che è stata organizzata da un forum molto popolare nella Repubblica Popolare: Di Ba, una comunità online da 21 milioni di utenti uniti dall’ideologia nazionalistica. Il bello è che la grande crociata patriottica viene combattuta contravvenendo alle stesse leggi di Pechino. Accedere a Facebook, infatti, è formalmente vietato nella terra di Mao e la pagina di Tsai è stata raggiunta solo da chi ha dimostrato di poter “fregare” il sistema e navigare liberamente su Internet.

Tsai non è ben vista nè dall’opinione pubblica cinese nè dalla sua leadership perché riporta al potere il Dpp, partito che si rifiuta categoricamente di prendere in considerazione la riunificazione con la Repubblica della terraferma. Non che la formazione rivale professi una fede, unionista, anzi. A perdere le elezioni, dopo otto anni di governo, è stato il Kuomintang, partito fondato dallo stesso Chiang Kai-Shek, certamente non tenero con la Repubblica Popolare. Ma a Taiwan nessuno dichiara pubblicamente di voler stare con Pechino. Occorre fare caso alle sfumature per capire dove bisogna bussare per trovare possibili aperture al dialogo.

Apparentemente le parole di Tsai in difesa dello “status quo di pace e stabilità” non suonano diversamente dalla “politica dei 3 NO” del suo predecessore  Ma Ying-jeou – No unificazione, NO indipendenza, NO uso della forza. Ma in realtà il Dpp prende atto che Taiwan e Repubblica Popolare Cinese sono due cose separate e punta sul rafforzamento dell’indipendenza dell’isola, mentre il Kuomintang non abbandona la politica di “Una Cina”, che significa parlare ancora un unico Paese scisso in due, di pezzi che dovrebbero riunirsi, di status quo ante da ripristinare. Naturalmente il Kuomintang vorrebbe che la Grande Cina si ricostituisse sotto l’egida delle forze eredi di Chiank Kai-Shek – e cioè di se stesso – ma in nome del principio di unità è disposto a dialogare con gli altri cinesi, quindi a tenere una porta aperta. E Pechino preferisce sicuramente questo approccio a quello del Dpp, perché restare fedeli alla storia di “Una Cina sola” gli permette di inseguire la speranza di riprendersi Taiwan.

Di fatto, però, la priorità del segretario del Pcc nonché presidente della Cina comunista Xi non è certo l’ampliamento territoriale, ma la stabilizzazione dell’economia cinese prima del prossimo congresso del partito, che si terrà tra due anni. Non è il momento, dunque, di farsi distrarre da disordini nello Stretto di Taiwan o da ulteriori rivendicazioni sulle isole del Mare cinese del Sud. Ai comunisti di Pechino, probabilmente, non dà tanto fastidio che abbia vinto la leader del Dpp, ma che tale leader sia donna, una nuova “Margaret Thatcher” – Tsai stessa l’ha citata come modello – dell’Estremo Oriente. Una vittoria di questo genere, infatti, potrebbe risvegliare le ambizioni si tante cinesi che restano fuori dalla spartizione del potere interna alla Repubblica Democratica. Basti pensare che nel Politburo siedono solo 2 donne su 25 membri e che tutti gli otto uomini del vertice (standing commettee) sono – appunto – uomini. Secondo una recente ricerca, tra l’altro, le donne sono svantaggiare anche nel mondo del lavoro, dove un uomo cinese riceve il 42 per cento dei colloqui in più rispetto a una pari requisiti di sesso opposto.

Taiwan modello di emancipazione femminile, dunque? In realtà, per quanto le donne abbiamo nell’isola maggiori opportunità che a Pechino, anche qui Tsai ha dovuto superare i pregiudizi di molti per accedere alla poltrona più alta del governo. I rappresentanti dell’opposizione l’hanno spesso criticata perché non si è mai sposata e hanno messo in discussione la sua eterosessualità. Il suo sfidante James Soong ha anche scritto sulla sua pagina facebook che Tsai non sarebbe stata capace di “capire i bisogni delle famiglie” in quanto single. Il leader di un partito minore ha anche ipotizzato che la nuova presidente potrebbe essere pericoloso visto che le persone non sposate prendono “decisioni estreme”.

Per ora i toni di Tsai sono tutt’altro che estremi e gli analisti prevedono che la nuova presidenza – che inizierà formalmente a maggio – non porterà scossoni. Con buona pace dei maschilisti.

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