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L’Italia è in guerra. Ma non si dice

 

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni
Le nostre truppe in Iraq sono in prima linea contro l’Isis. I militari italiani presto andranno a recuperare i feriti in mezzo al fuoco nemico. Ma anche se ormai tutte le potenze del mondo stanno combattendo in Siria, Gentiloni e Renzi dichiarano che tutto ciò non ha niente a che fare con la guerra

Il governo italiano è maestro di sinonimi. Per la guerra che sta conducendo in Iraq li ha usati tutti: lotta, contrasto, sfida. E anche adesso che tutte le potenze mondiali si stanno scaraventando in Siria per combattere quella che qualcuno ha già battezzato Guerra mondiale in Medio Oriente, l’Italia non si considera in guerra.

A Erbil, nel Kurdistan iracheno, il governo italiano ha inviato da tempo 750 militari che addestrano i peshmerga curdi a combattere contro Isis. Il ministro degli Esteri Gentiloni ci tiene a precisare che sono solo addestratori, e che il governo non ha nessuna intenzione di inviare forze di terra “operative”, che conducano davvero una “guerra”. Contemporaneamente, però, il premier Renzi si vanta di essere in prima fila nella lotta allo Stato Islamico, in qualità di alleato principale degli Stati Uniti nella Coalizione anti Isis, contribuendo come nessun altro in questa impresa.

Ma c’è di più.

Pochi giorni fa il premier si è incontrato con il primo ministro iracheno al Abadi e gli ha promesso che l’Italia garantirà la sicurezza e la manutenzione della diga di Mosul. Lo farà attraverso l’azienda Trevi e l’invio di 450 militari. La diga è molto importante per l’approvvigionamento idrico dell’Iraq e meno male che qualcuno la vuole difendere, ma visto che ci piace tanto vantarci del nostro coraggio, non potremmo dire chiaramente che la difendiamo con le armi, che queste armi sparano, e che la diga è già caduta una volta nelle mani dello Stato Islamico e quindi è quello che si definisce tecnicamente un “fronte di guerra”? Basta ricordare che Mosul è ancora nelle mani di Isis, che tra l’altro si diletta a usarla come palcoscenico per le sue migliori esecuzioni. Il 14 febbraio, ad esempio, quattro prigionieri iracheni sono stati giustiziati proprio alla periferia di Mosul calando lentamente la gabbia in cui erano rinchiusi dentro una piscina.

E non è finita qui. La ministra della Difesa Pinotti ha annunciato a inizio febbraio che l’Italia rafforzerà il suo contingente a Erbil con l’estensione della missione “personal recovery”. Significa che altri 130 soldati partiranno per il Kurdistan con il compito di recuperare il personale della Coalizione – in pratica i soldati – in tutte le situazioni di difficoltà. Il team italiano andrà a salvare chi rimane ferito o isolato anche in ambienti ostili. Un’altra nobile missione, dunque, che si svolgerà proprio là dove infuria la battaglia. Anche in questo caso, i soldati italiani che andranno a recuperare i colleghi avranno delle armi, e visto che saranno in mezzo al fuoco nemico, probabilmente dovranno sparare. E anche questa cosa qui si chiama guerra.

Mentre il governo italiano si esercita coi sinonimi, inoltre, la guerra in Siria e Iraq diventa sempre più globale. Le truppe di Turchia e Arabia Saudita sono appena partite in direzione Califfato e gli Stati Uniti cercano di definire una strategia che freni l’avanzata russo-iraniana in Siria.

In teoria, lo Stato Islamico sarebbe adesso circondato su tutti i fronti da eserciti che dichiarano di avere a cuore esclusivamente la lotta al terrorismo. Gli Stati Uniti pattugliano il cielo con i loro droni, la Coalizione internazionale anti Isis sostiene iracheni e curdi a est, russi e iraniani favoriscono l’avanzata di Assad “contro tutti i terroristi” in Siria e ora sauditi e turchi lanciano operazioni di terra per “dare il colpo mortale a Isis”. Eppure il Califfato sta sempre lì, un po’ meno esteso ma sempre bellicoso. Qualche decina di migliaia di combattenti che le maggiori potenze militari del mondo ancora non sono riuscite a domare. E non ci riusciranno finché saranno lì per combattere tra loro e spartirsi le aree di influenza. Per questo la chiamano guerra mondiale. E i militari italiani ne fanno parte.
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