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Geopolitica dell’Oscar

The Big Short
The Big Short

Stanotte assegneranno la statuetta al miglior film del 2015. Hollywood torna a ripiegarsi su se stessa, seguendo il trend della politica statunitense. Il dibattito si concentra sulla discriminazione verso gli attori afroamericani. E dimentica guerra, terrorismo, problemi energetici

Gli attori di Hollywood amano esporsi per una buona causa. Quest’anno, nella serata dei premi Oscar, si indigneranno tutti per il razzismo che ancora paralizza la società americana. Come al solito, però, la protesta parte da chi si sente parte lesa: gli attori afroamericani, pochissimo rappresentati nella candidature all’Academy Award, specialmente in quelle dei premi principali. Secondo uno studio sugli ultimi 600 film che hanno ricevuto più premi tra il 2007 e il 2013, il numero di ruoli cinematografici andati ad attori neri è più o meno proporzionale al loro peso percentuale nella popolazione Usa. Ma se si vanno a vedere le interpretazioni di rilievo, quelle che possono aspirare a una statuetta da protagonista o da non-protagonista, solo il 9 per cento sono stati assegnate ad attori afroamericani.

Si torna a parlare di questioni razziali, dunque, proprio alla vigilia delle elezioni presidenziali in cui la Casa Bianca sloggerà un nero per accogliere di nuovo un bianco. È la corsa elettorale che interessa a Hollywood, e questa corsa non punta sulla politica internazionale. Soprattutto se non si vuole rinunciare a un presidente democratico, magari ex segretario di Stato, che non può essere troppo criticato per i suoi errori fatti all’estero. D’altronde negli ultimi sette anni nessuno dei film che ha vinto l’Oscar ha trattato temi politici: si va dai lungometraggi sull’arte dello spettacolo (The Artist, Birdman) a epiche storiche (Il discorso del Re), con l’eccezione di The Hurt Locker (guerra in Iraq) che però andava a criticare il presidente precedente – George W. Bush.

 

Quest’anno i favoriti per il premio al miglior film sono The Big Short – sulla crisi economica del 2008 –  Spotlight – sulle vittime degli abusi dei preti cattolici – e The Revenant – la storia di un cacciatore abbandonato lungo il Missouri e sopravvissuto.

Escluso quest’ultimo, un film fuori dal tempo e dal dibattito politico, i primi due possono inviare dei messaggi ai candidati alle presidenziali. Il primo lancia un monito: attenti a non ripeterci, a non rischiare di nuovo una crisi dei sub-prime, a non fidarci troppo delle banche. Il secondo dà un’indicazione: ai cattolici bisogna stare attenti, fanno tanto i conservatori ma poi abusano dei minorenni. Di cattolici, nella corsa alla Casa Bianca, ce n’è uno solo, che ha pochissime chance: Marco Rubio, candidato repubblicano, già doppiato da Donald Trump. Ma tra i democratici ce n’è uno che ha espresso simpatie per i cattolici e in particolare per l’attuale papa: Bernie Sanders, che si è più volte complimentato con il pontefice per le sue critiche al sistema di mercato che lo renderebbero un “socialista”.

Per parlare di politica internazionale, dunque, bisogna cercare qualche segnale all’interno della sezione “Miglior film straniero”. Il superfavorito è l’ungherese The Son of Saul, che parla dell’Olocausto dal punto di vista di un membro del Sonderkommando, le squadre di ebrei che conducevano gli altri alle camere a gas. Il film riporta in primo piano il tema dell’antisemitismo e dà spazio di discussione alle lobby ebraiche, che non mancheranno di denunciare la scarsa attenzione di Washington per i rischi cui va incontro Israele con l’apertura all’Iran. Meno probabile – ma chissà? – la vittoria di Mustang, una produzione francese che però parla di donne turche che lottano contro il potere patriarcale. Premiarlo sarebbe proprio un dispetto fatto al devoto premier Erdogan, che in una fase così caotica della guerra in Siria sarebbe meglio evitare. Sempre che a Hollywood importi qualcosa.

 

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