Pubblicato in: femminismo, maternità

Il ritorno della mamma

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Le vittorie di Hillary negli Usa riportano in auge il dibattito sul femminismo. Ai movimenti che si battono per le quote rosa nei ruoli dirigenti, si contrappongono sempre più associazioni che difendono i diritti delle donne a concentrarsi sul loro ruolo di madri

Secondo l’ong Representation2020 più di 100 Paesi nel mondo hanno adottato qualche sistema di quote di genere, le cosiddette “quote rosa”. A volte prescrivono un numero minimo di donne in Parlamento, altre colte nella selezione dei candidati dei partiti. Ma solo in 12 nazioni nel mondo l’assemblea legislativa conta  almeno il 40 per cento di rappresentanti femminili. Negli Usa, ad esempio, sono solo il 19.4.

D’altra parte un’alta percentuale di donne in Parlamento non significa per forza un altro indice di sviluppo nazionale, se si considera, ad esempio, che in Ruanda le deputate sono il 66 per cento del totale. Ma nei Paesi più “sviluppati” la polemica sulla parità di genere continua a produrre proposte sulle quote rosa, anche nel settore privato. Nei consigli di amministrazione delle più grandi aziende occidentali, infatti, le donne sono sempre minoranza. E la metà di loro, negli Stati Uniti, sostiene che sarebbe utile fissare una percentuale che assicuri maggiore parità di genere (solo il 10 per cento dei loro colleghi maschi è d’accordo).

Ma mentre Hillary Clinton si avvicina alla Casa Bianca e promette di assegnare il 50 per cento delle poltrone del suo cabinetto a donne, sempre più associazioni che si definiscono femministe difendono invece il diritto delle cittadine a dedicare meno tempo alla carriera e più impegno al loro ruolo di madri.

Ci sono organizzazioni come The Mother Movement, che investe in progetti che diano il potere alle madri di superare insieme le loro difficoltà e “vivere la vita che vogliono”. C’è il Family and home network che si concentra sulla necessità dei figli di avere una relazione più stretta e quotidiana con i loro genitori. C’è l’ormai famosissima Leche league (la Lega del Latte), che svolge un utilissimo servizio di assistenza alle mamme che vogliono allattare – anche in situazioni molto complicate – e che difende il loro diritto a farlo anche contro condizioni di lavoro proibitive. La Leche league è presente ormai in 70 Paesi ed è un’organizzazione che conta un numero incredibile di attiviste: almeno 6000 volontarie accreditate. Difficile trovare lo stesso numero di militanti che si spende gratuitamente per difendere i principi del femminismo “storico”, quello che privilegiava le battaglie per la liberazione dai ruoli tradizionali e anche dagli impegni familiari.

Per non parlare del milione di membri che conta MomsRising, un’associazione americana che lotta per “aumentare la sicurezza economica delle famiglie, porre fine alla discriminazione contro le donne e madri, costruire una nazione dove possono convivere business e famiglia”. Un’organizzazione, dunque, che non abbraccia nè il ruolo di donna in carriera nè quello di mamma full-time, ma che comunque mette l’accento più sul ruolo di progenitrice che di lavoratrice.  La sua rappresentante Kristin Rowe-Finkbeiner scrive ad esempio sull’Huffington Post un elogio alla first lady Michelle Obama perché si è definita “mamma-in-capo” e ha attratto le accuse di alcune attiviste che l’hanno definita “un incubo per le femministe”. Perché, dice la rappresentante di MomsRising, difendere il diritto delle mamme di curare l’alimentazione dei loro figli e lottare contro l’obesità sarebbe un argomento anti femminista? Il vero incubo per le femministe dovrebbero essere le discriminazioni contro le madri, visto che costituiscono l’80 per cento delle donne americane. Ma le donne senza figli guadagnano il 90 per cento dei loro collegi maschi, mentre quelle con figli solo il 73 per cento. E se sono nere il 54 per cento. Tre quarti delle mamme fanno ormai parte della forza lavoro e quando arriva a casa stremata deve anche mettere la cena a tavola, oltre ad aver fatto la spesa. Se guadagnano poco e se hanno poco tempo non riusciranno ad alimentare bene i loro figli.

Insomma, è giusto che le donne lavorino, ma è giusto che abbiano diritto a maggiori risorse per curare la propria famiglia. In gioco non c’è più la battaglia contro la divisione dei ruoli, dunque. C’è il diritto della madre a essere l’accuditrice principale della propria prole.

Stesso discorso per Power of moms, che si pone l’obiettivo di aiutare le mamme ad avere una loro “organizzazione professionale” per aiutarle a svolgere il loro lavoro di genitrice molto seriamente. Oppure per le tante associazioni che si battono per una maggiore flessibilità lavorativa che permetta alle mamme di lavorare soprattutto da casa.

D’altronde, in tanti casi sono proprio le aziende a prediligere l’opzione della flessibilità, dietro la quale nascondono diminuzioni di orario e di stipendi. E la scelta di alcune donne di dedicare maggiore tempo alla famiglia e ai figli è spesso una conseguenza delle mancate opportunità lavorative più che di una reale vocazione. Sarà dunque anche la crisi economica ad aver favorito un revival del ruolo materno in Occidente. Sembra addirittura che in Paesi come gli Stati Uniti e la Gran Bretagna stia aumentando il tasso di fertilità, e non solo a causa dell’alto numero di famiglie immigrate. Negli Usa dal 2011 al 2014 il tasso di nascita per le donne tra i 30 e i 39 anni è salito del 3 per cento. In Gran Bretagna si è registrata addirittura una crescita del 18 per cento in dieci anni, dovuta all’arrivo di madri da altri Paesi ma anche ai progressi fatti nel campo della fecondazione assistita. In Italia, invece, si resta al palo: una donna su cinque, tra le 40-44enni, non ha figli: in Europa ci batte la Svizzera. Colpa di pochi asili – e molto costosi – e di scuole e attività per bambini che non facilitano la vita dei genitori. Difficile ottenere permessi parentali e difficile anche fare un salto culturale che le femministe auspicavano tanto tanto tempo fa: «Il salto da fare», dice al Corriere Maria Letizia Tanturri dell’Università di Padova, «è cominciare a parlare di entrambi i genitori, che davanti al datore di lavoro hanno lo stesso diritto e dovere di occuparsi dei figli». Esistono anche i padri, dunque.

 

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