Pubblicato in: democrazia, proteste, Unione Europea

Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani

Tayyip Erdogan
Recep Tayyip Erdogan

pubblicato su Il Dubbio

Sessantamila purghe tra arresti, sospensioni di dipendenti pubblici, commercianti a cui è stata ritirata la licenza. Ventiquattro emittenti radio e tv chiuse. Striscioni che evocano le impiccagioni e politici che invocano la pena di morte. La Turchia che tutti abbiamo conosciuto, quella su cui contava l’Europa per restare collegata al Medio Oriente, non esiste più.

Finché il delicato equilibrio tra governo e apparato militare ha retto, le spinte autoritarie dei generali o dei presidenti sono state arginate dalla loro controparte. Ankara ha preso di mira i curdi e finanziato gruppi fondamentalisti in Siria, ma ha conservato un certo grado di democrazia e di laicità nelle proprie istituzioni. Poi Erdogan ha deciso di cambiare tutto, e il fallito golpe lo ha aiutato a completare il lavoro.

Da tempo aveva cominciato ad arrestare giornalisti e commissariare quotidiani, ad attaccare oppositori e incarcerare manifestanti, a spingere per una società più attenta ai valori religiosi e meno fedele a quelli laici del fondatore della patria Kemal Ataturk. Adesso il presidente non ha più freni. Organi di informazione, enti pubblici e università possono essere decapitati in nome della lotta ai sovversivi, che secondo Erdogan sarebbero i seguaci dell’imam Feitullah Gulen, suo ex sodale e oggi leader di un’opposizione reazionaria malvista sia dal governo che da partiti e movimenti laici e progressisti.

Ha agito a una velocità record, prima che qualsiasi indagine potesse far luce sui mandanti del golpe, con la sicumera di chi ha già stilato la lista dei non grati. Solo al ministero dell’Istruzione ha sospeso 15.200 persone sospettate di “guleinismo”.

I progressisti laici, per ora, tengono un profilo basso, nella speranza che la resa dei conti danneggi solo i due contendenti, ma rischiando di rimandare la reazione a quando ormai sarà troppo tardi. L’islamizzazione della società è già in atto, e se le voci sull’introduzione obbligatoria del velo non sono confermate, quello che è certo è che Erdogan è riuscito a mobilitare le folle contro i golpisti grazie agli appelli dei maggiori imam del Paese, utilizzando per la prima volta nella storia della Turchia le autorità religiose per scopi politici. E per festeggiare la sua vittoria, lui e i suoi sostenitori mostrano alle telecamere quattro dita della mano, richiamando il simbolo della Fratellanza musulmana, in quella che è una mossa rivolta soprattutto all’esterno.

L’islam sunnita, quello che vuole avere un ruolo politico e contrastare gli sciiti iraniani, ha un nuovo campione, il rinato Erdogan. Un campione che si è già attirato l’odio dell’Egitto e l’amicizia interessata dell’Arabia Saudita.

Da Riad re Salman ha subito mostrato tutta la sua disponibilità a sostenere il governo di Erdogan, chiamandolo per congratularsi con lui quando ha fermato il golpe. Mentre il generale egiziano Abdel-Fattah al-Sisi non solo non l’ha chiamato, ma ha lottato contro la risoluzione dell’Onu che durante il tentato golpe si è espressa a favore del governo democraticamente eletto, sotenendo che il Palazzo di Vetro non è titolato a stabilire chi è democraticamente eletto. Il Cairo sa che un’alleanza tra turchi e sauditi esclude l’Egitto dal gioco mediorientale, come ha espressamente voluto Erdogan mostrando quel quattro che ricorda a tutti gli islamici che il regime egiziano ha messo all’angolo la Fratellanza musulmana e ha tradito la volontà popolare.

Il re saudita, invece, sarebbe disposto a tutto per di frenare l’avanzata dell’Iran, che grazie al sostegno russo e alla compiacenza americana sta riuscendo a consolidare il suo potere in Iraq e a difendere l’alleato Assad in Siria. E quindi è disposti ad allearsi con la rivale Turchia, che a sua volta sceglie Riad anche perché ha bisogno di soldi, tanti soldi, e quelli che le dà l’Europa per tenere fermi i migranti non le bastano. Dopo lo scoppio della bolla immobiliare e la preoccupante flessione del settore turistico, ci vogliono investimenti seri, di gente che abbia in mano capitali privati da spendere, non di governi in crisi economica e morale che pensano solo a tenersi a galla. Meglio andare a braccetto con gli sceicchi, dunque, e persino con gli israeliani e coi russi, pur di fare affari.

La Ue, tanto, continua a porre condizioni su condizioni per procedere con l’abbattimento delle limitazioni ai visti per i cittadini turchi: chiede rispetto dei diritti umani, modifiche alle leggi sull’anti terrorismo, libertà di informazione. Rivolgendosi ad altri partner, Erdogan potrà conservare le norme che lo soddisfano e modificare quelle che non lo aggradano, realizzando finalmente quello che è la sua aspirazione professionale da anni: diventare un super presidente con tutti i poteri esecutivi, grazie alla modifica della Costituzione.

 

 

 

 

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