Pubblicato in: jihad, maternità

Mother power

Carta di Laura Canali

[carta di Laura Canali]

Le mamme dei combattenti stranieri partiti per la guerra santa si aggregano per arginare o prevenire il reclutamento di nuovi ragazzi. Un’arma potente grazie all’importanza materna nell’islam e al legame con il figlio anche dopo la partenza.

Quelle di Plaza de Mayo ormai sono diventate nonne, ma non smettono di fare politica.
Le mamme che creano movimenti e associazioni di lotta civile in nome dei loro figli si moltiplicano. Perché dopo averli persi per sempre, combattere per cambiare la società e la politica può diventare una nuova ragione di vivere.
Succede anche ai tempi del jihadismo globale, con le madri dei nuovi desaparecidos: ragazzi che non sono stati rapiti e uccisi da una dittatura, come successo in Argentina, ma da un’ideologia, che li ha resi prima carnefici e poi vittime del fondamentalismo.

In varie parti del mondo le madri dei foreign fighters, ragazzi cresciuti in Occidente che sono andati a combattere la guerra santa con lo Stato Islamico (Is) o al-Qaida, stanno fondando organizzazioni per arginare il fenomeno della radicalizzazione e impedire che i giovani scelgano la strada del jihad. Forse sono proprio loro l’arma più potente contro il cosiddetto scontro di civiltà, le uniche che i terroristi potrebbero essere disposti ad ascoltare.

Se la First Mom Hillary Clinton, che forse diventerà presidente degli Stati Uniti d’America, non può far dimenticare ai popoli arabi il suo voto a favore dell’invasione dell’Iraq nel 2003, chi ha visto partire il proprio figlio per il jihad ha tutta un’altra presa sulle organizzazioni combattenti. I ragazzi entrati nell’Is o in al-Qaida possono sovvertire i valori con cui sono cresciuti, ma non cancellano l’affetto per la propria madre e il rispetto per quelle dei loro compagni morti. Lo dimostra il fatto che molti dei foreign fighters partiti da Europa e Usa hanno tagliato i ponti con tutti, tranne che con le loro mamme: dal terreno di guerra non rinunciano a telefonare a casa per rassicurarle sulla loro salute e felicità.

Succedeva anche a Christianne Boudreau, una donna canadese che ha perso un figlio in Siria e che ha fondato Mothers for Life, un network di mamme che ha vissuto con sconcerto la radicalizzazione dei propri figli e la loro trasformazione in jihadisti. Molti di questi ragazzi non sono tornati, nonostante le loro madri abbiano fatto di tutto per convincerli che stavano facendo la cosa sbagliata. Mothers for Life non serve solo a condividere una tragedia o per solidarizzare con donne (in Canada, Usa, Germania, Danimarca, Olanda, Svezia e Belgio) che hanno avuto la stessa esperienza. Serve a diffondere le loro storie al più ampio pubblico possibile, in modo che le famiglie di un potenziale “combattente” lo possano fermare.

Chi avverte un pericolo, può contattare il membro più vicino dell’associazione e chiedere aiuto. Può anche invitare le mamme nelle scuole perché raccontino ai ragazzi come è facile e banale imboccare il percorso che porta verso la “guerra santa”. Secondo il co-fondatore dell’associazione Daniel Koehler, esperto di estremismo neonazista, il processo di radicalizzazione di un combattente dell’Is è simile a quello di chi si avvicina a una cellula filonazista.

Nella prima fase un ragazzo che vive in Occidente si converte a una visione radicale dell’islam provando un senso di euforia, tipico di chi ha trovato un significato al proprio mondo. E cerca di convertire parenti e amici, facendo perno sulle sofferenze di un popolo come quello siriano. Nella seconda fase, il convertito si rende conto che i propri familiari non sono ricettivi al suo messaggio e inizia a entrare in conflitto con la famiglia. Quindi decide che l’unico modo per tenere fede ai propri ideali è quello di partire per un paese islamico. Comincia ad allenarsi per affrontare una realtà di guerra e vede nella violenza l’unica soluzione.

L’associazione punta a fermare questo processo, anche quando un ragazzo è già arrivato al punto in cui ha deciso di partire. Boudreau sostiene che il fenomeno può essere combattuto con armi fornite dall’islam stesso. «Le madri – spiega – sono estremamente importanti per i jihadisti. Maometto ha detto “il Paradiso giace ai piedi delle madri” e dovresti chiedere il permesso a loro per partire per la guerra santa». I ragazzi partiti dall’Occidente per la Siria spesso provano a chiamarle anche prima di farsi esplodere, in un ultimo tentativo di convertirle per poi rincontrarle in paradiso.

Anche Karolina Dam, una mamma danese dell’associazione, riceveva costantemente messaggi dal figlio Lukas, partito per la Siria ad appena 18 anni, dopo un’adolescenza molto difficile, segnata dalla sindrome di Asperger e da molti problemi di socializzazione. All’inizio il ragazzo le diceva che faceva il volontario nei campi profughi in Turchia. Poi semplicemente che stava seguendo una giusta causa, che non avrebbe mai accettato le preghiere della madre di tornare a casa, ma che continuava a volerle molto bene. Quando Lukas è morto, sono stati i suoi compagni a contattare la madre per comunicarglielo: ci tenevano che conoscesse la fine da “martire” fatta dal figlio.
Le esperienze di queste madri e il lavoro di un gruppo di ricercatori sono alla base dei progetti di Mothers for life. Ormai del suo network fanno parte anche associazioni meno strutturate e “cosmopolite”, ma sempre nate dall’iniziativa di alcune mamme per bloccare l’emorragia jihadista.

Come “Le parents concernés” – I genitori preoccupati – il movimento fondato a Molenbeek, il quartiere di Bruxelles ad alta densità di residenti musulmani dove sono cresciuti gli attentatori di Parigi e della capitale belga. Già prima che il loro sobborgo diventasse celebre a causa di questi attentati, un gruppo di mamme si incontrava qui per parlare di iniziative sociali e politiche che potevano servire a bloccare il fenomeno dei combattenti stranieri. Dall’inizio del 2015 si vedono due volte a settimana, si fanno forza tra loro ma soprattutto cercano di condividere informazioni e coinvolgere genitori che possono ancora salvare i loro figli.

Una delle fondatrici è Veronique Loute, che ha visto partire il suo ragazzo Sammy nel 2012 e ha saputo della sua morte in Siria a metà 2015. Da quando si è attivata, ha imparato a conoscere meglio i processi di reclutamento e i profili di chi convince i giovani a partire. Quello che aveva arruolato Sammy adesso è in prigione. Si chiama Jean-Louis Denis, “il sottomesso”, un predicatore musulmano che distribuiva pasti gratis ai meno abbienti nei dintorni della Gare du Nord, a Bruxelles. I suoi “adepti” raccontavano alla famiglia che si occupavano di distribuire cibo ai poveri e le mamme come Veronique non si preoccupavano.

I ragazzi vengono cooptati anche nelle palestre o nelle scuole, come racconta una delle militanti più attive, Ben Ali Saliha, che ha visto partire suo figlio Sabri per la Siria nel 2013. «Tutti noi», spiega alle mamme che incontra, «conosciamo qualcuno che è partito – un figlio, un fratello, un amico. Ci sono i reclutatori di “Sharia4Belgium” che girano per le scuole e le moschee a convincere i ragazzi che in questo paese non saranno mai cittadini come gli altri, che senza essere biondi e con gli occhi azzurri non ti assumono né come commesso né come pompiere. È a questi adolescenti che dobbiamo parlare».

I “genitori preoccupati”, infatti, organizzano piccoli gruppi di mamme che vanno nelle scuole a spiegare quello che è successo ai figli, quello che dicono i predicatori su Internet e quali sono le loro bugie. Si appellano ai genitori perché cerchino in ogni modo un dialogo con i ragazzi: «Se non ascoltiamo noi i nostri figli, troveranno altre persone, non altrettanto bene intenzionate, che lo faranno». Le mamme non si limitano a una missione educativa. Si rivolgono anche alle istituzioni, alle quali denunciano le responsabilità delle autorità: nel 2013, dicono, il Belgio faceva partire chiunque per il jihad, l’unica preoccupazione era che gli aspiranti combattenti non tornassero. Solo nel 2015, quando qualcuno si è fatto rivedere in Europa, lo Stato ha cominciato a parlare di controlli e a preoccuparsi di come non farli partire. Anche oggi donne come Ben Ali Saliha non hanno molta fiducia nelle forze dell’ordine: «Lo stesso capo della polizia di Molenbeek mi ha detto, subito dopo gli attacchi di Parigi: “Non sappiamo cosa fare, non capiamo”».

Le autorità locali – dicono le mamme – non capiscono perché i musulmani si sentono ostracizzati dalla società. Eppure secondo loro è evidente che le loro famiglie sono lasciate sole: basti pensare che sono cadute nel vuoto anche le denunce delle mamme che hanno segnalato i loro stessi figli. I ragazzi sono partiti e la violenza jihadista si è espansa, fino a colpire la stessa Bruxelles. L’unica speranza, allora, è fare rete tra le mamme. Così, le organizzazioni familiari contro la radicalizzazione e il reclutamento si diffondono in tutta Europa: da “Syrie prevention famille” in Francia, che ha lanciato il numero verde anti-jihad, all’ong austriaca Women Without Borders che vuole finanziare “scuole di mamme” contro il fondamentalismo in Europa, ma anche direttamente nei paesi a maggioranza islamica, come il Pakistan e l’Indonesia.

Forse l’assenza più grande che percepiscono queste organizzazioni non è tanto quella delle istituzioni, ma quella degli uomini. Alle riunioni delle mamme di Molenbeek non partecipano quasi mai militanti di sesso maschile. Non ci sono i padri, non ci sono gli esponenti religiosi. Alcune delle donne riconoscono “I nostri mariti rifiutano di riconoscere il problema, dobbiamo riuscire a coinvolgerli”. Altre non ci provano neanche, ma si limitano a rimboccarsi le maniche

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