Pubblicato in: democrazia, donne

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Svetlana Gannushkina
Svetlana Gannushkina

Domani assegnano il Premio Nobel per la pace e nonostante non ci sia mai stata tanta penuria di materia prima, gli accademici di Oslo quest’anno hanno ricevuto 376 nomination, un record. La mia intervista del 2013 a una delle candidate

Secondo il direttore del Prio, istituto norvegese di ricerca sulla pace, i favoriti sono cinque: l’attivista russa per i diritti umani Svetlana Gannushkina, presidente del Comitato di assistenza che aiuta migranti e rifugiati; gli Elmetti Bianchi, corpo di volontari siriani che rischiano la vita per salvare le vittime dei bombardamenti; Banyere, Bindu e Mukwege, tre ginecologi congolesi che aiutano i sopravvissuti agli stupri etnici e alle violenze sessuali; Ali Akbar Salehi e Ernest Moniz, ministro iraniano per l’energia e la sua controparte Usa nell’accordo sul nucleare tra i due Paesi; Edward Snowden, famosa spia. Alle previsioni del Prio si aggiungono voci insistenti su un altro candidato forte: i pescatori di Lesbo, che hanno salvato migliaia di migranti che rischiavano di affogare per raggiungere la Grecia. 

Io tifo per gli Elmetti Bianchi, ma sarei contenta anche della Gannushkina, che ho intervistato qualche anno fa. Si era nel 2013, all’indomani dell’attentato alla maratona di Boston.

(pubblicato da Left il 27 aprile 2013) Svetlana Gannushkina è una donna forte e coraggiosa. Se non lo fosse non potrebbe guidare un’organizzazione coma Assistenza civile (Grazhdanskoe Sodeistvie), che osa occuparsi di diritti degli immigrati in un Paese dove gli stranieri sono il nemico numero uno. E non potrebbe nemmeno lavorare per Memorial, la ong con cui collaborava anche Anna Politkovkaya e che continua a essere uno dei pochi baluardi dei difensori dei diritti umani in Russia. Svetlana è stata candidata al Premio Nobel (nel 2010 pare che sia arrivata seconda dopo Liu Xiaobo) eppure è una persona umile e alla mano. È venuta in Italia invitata da Mondo in cammino, organizzazione che si occupa di progetti di pace in Caucaso, ma dopo un giorno riparte per Mosca. Ha fretta, perché in Russia c’è tanta gente che conta solo sul suo lavoro per difendersi dai soprusi dei potenti.

Cosa pensa del coinvolgimento di due ceceni nell’attentato di Boston? 

Penso che alla fine ci vadano sempre di mezzo i ceceni. Guarda cosa è succeso ad Amburgo un anno fa: un cittadino tedesco ha denunciato due persone che aveva visto sulla metropolitana dichiarando che erano ceceni e parlavano in arabo di un possibile attentato. È venuto fuori che erano businessman ingusci che parlavano di affari nella loro lingua. E il tizio che li aveva denunciati non parlava affatto arabo.

In Russia ci saranno conseguenze all’attentato di Boston?

In Cecenia non cambierà niente. Ma sicuramente a Putin farà comodo poter usare un po’ di retorica anti terrorista e anti islamista. Soprattutto gli farà comodo potersela prendere con gli immigrati.

In che senso?

Il Cremlino odia gli immigrati e fa di tutto per creare difficoltà di movimento nel suo territorio. Legare l’idea di chi si sposta – come due ceceni che si trasferiscono negli Usa – all’esportazione del terrorismo non può che fargli gioco. Può affermare che gli emigrati sono sempre in problema, perché portano con sé l’idea di eversione e fomentano la violenza dovunque vadano.

L’isolamento dalla società può essere un motivo che ha spinto Zarnaev ad agire contro gli americani?

In Russia è successo. L’isolamento porta a gesti estremi, come è successo alle vedove cecene che hanno attaccato il teatro Dubrovka. Avevano subito molte violenze, i loro i mariti erano stati uccisi e loro erano rimaste sole in un ambiente ostile. Eppure loro non volevano uccidere nessuno, volevano attirare l’attenzione sulla guerra in Cecenia, usare gli ostaggi per convincere il Cremlino a fermare i massacri. Poi sono arrivate le forze di sicurezza e hanno sparato il gas, causando una strage.

Però è indubbio che ci siano caucasici che si spostano dalla Russia per combattere la guerra santa, ad esempio in Siria…

Sì, certo, ci sono persone che ormai di mestiere fanno i guerriglieri. Che dopo anni di guerre e devastazione non sanno far altro che la guerra. E quindi vanno dove c’è un conflitto per fare il loro mestiere, quello in cui sono “specializzati”. Nella loro terra tutti sono tornati ai loro affari quotidiani lasciandoli soli.

Lei fino a poco tempo fa aveva un incarico importante, faceva parte del Consiglio presidenziale per i diritti umani, ma si è dimessa, perché?

Sì, perché avevo promesso che non avrei mai lavorato con Putin. Quando lui ha vinto le elezioni, nel 2012, mi sono dimessa. Sono ancora membro del Consiglio sui problemi della migrazione, che però non è direttamente dipendente dall’amministrazione presidenziale.

Anche le organizzazioni Soccorso civile e Memorial sono nel mirino?

La nuova legge sulle ong vieta finanziamenti dall’estero per le organizzazione politiche. Noi, secondo la rappresentante del ministro della Giustizia, non rientriamo in questa categoria perché non abbiamo fini politici. Io gli ho detto: come non siamo politici? I nostri rappresentanti fanno da consulenti per la redazione delle leggi. Ma lei dice no, voi non cercate di cambiare la società. E invece sì, rispondo io! No, voi non volete cambiare lo Stato! Insomma, non l’ho convinta. Una cosa è vera: io sono leale con lo Stato se rispetta le leggi. Ma quando sbaglia non transigo. Adesso abbiamo denunciato le autorità alla procura generale.

Perché?

Perché abbiamo subìto controlli illegali legati alla legge sulle ong. Abbiamo consegnato tutto, i nostri conti i nostri documenti, ma a loro non è bastato. Sono arrivati anche due tizi dei corpi speciali contro l’estremismo, due maciste che hanno cercato di intimidirci. Ma la realtà è che sono loro gli estremisti.

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