Pubblicato in: jihad, migranti

La Russia dietro Berlino

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Ci sono varie teorie sul ruolo giocato dal Cremlino negli ultimi attentati terroristici. Da chi lo considera responsabile diretto a chi lo vede come unica salvatrice. Dobbiamo pensare di più ai russi. Non possiamo lasciarli soli. Soli con Putin.

Secondo l’Emirato Islamico del Caucaso – gruppo di jihadisti affiliati ad al Qaida – è Mosca ad aver organizzato l’attentato a Berlino. Il Cremlino aveva avvertito Merkel e Hollande che dovevano smetterla di prendersela con i russi, di spingere sull’allargamento della Nato e di chiudere un occhio sui finanziamenti ai terroristi – in Ucraina in Siria. Continuando su questa linea, gli attentati in patria era il minimo che potessero aspettarsi. «La Russia porta avanti i suoi attacchi sotto falsa bandiera», scrive l’Emirato sul suo sito Kavkaz Center, «e applica la stessa tattica con i cyberattacchi contro Europa e Usa».
Un segnale per punire la Germania, dunque, per far capire a Merkel che deve tornare indietro, sia sulle sanzioni che impone a Mosca, sia sull’ostilità nei confronti delle operazioni russe in Siria.

Questa è la prima teoria, quella di al Qaida.

La dinamica dell’attentato ricorda troppo il massacro di Nizza per non pensare a una medesima matrice. Un lupo solitario, dunque, una persona che trova nell’iconografia jihadista un modo per dare forma alla sua frustrazione. In questo caso, allora, la Russia non c’entra niente? Sbagliato. È proprio Mosca oggi ad alimentare la retorica di un mondo islamico violentato dalle grandi potenze, che in Siria come in Iraq perseguono solo i propri interessi nazionali ai danni della popolazione civile. Bombardamenti senza discrimine su ospedali e scuole, guerra senza quartiere a fianco di un dittatore. I russi forniscono materiale di prim’ordine alla propaganda dello Stato Islamico, che grida alla vendetta contro gli infedeli. E qualunque sia l’origine della rabbia dell’attentatore, il modo di veicolarla è stato copiato da migliaia di video su internet che parlano di vendetta contro chi sta massacrando la Siria.

Questa è la seconda teoria, quella dell’Occidente.

Si è parlato subito di un pakistano fuggito da un campo profughi. Angela Merkel ha dovuto commentare la notizia, scongiurando la possibilità che il nemico arrivi proprio da quella massa di rifugiati accolti in nome della resistenza alla minaccia terroristica. Poi la versione è stata cambiata, ma il timore che i musulmani arrivati di recente in Germania siano fonte di instabilità scorre nelle vene dei tedeschi. E i movimenti neonazi la alimentano, chiedendo di allearsi a tutti quegli Stati che vogliono erigere muri e barriere, Stati e movimenti che si rifiutano di rispettare le regole di accoglienza stabilite da Bruxelles e che preferiscono piuttosto guardare a est, verso possibili alleanze con Mosca. I nazi fanno il tifo per questa seconda opzione e venerano Putin, l’uomo forte che sa come difendere la patria.

Questa è la terza teoria, quella socialdemocratica.

Lo Stato Islamico è in grossa difficoltà nel suo territorio, ma non è morto. Gli attacchi dell’esercito siriano e di quello russo si rivolgono soprattutto contro le altre fazioni di ribelli, quelle che – islamiche o no – non riconoscono l’autorità del Califfato. Lo Stato Islamico, dunque, ha ancora potere, sia evocativo che economico, ma per mantenerlo non può più contare sull’espansione in Siria e Iraq. Deve puntare sui gruppi di affiliati o su chiunque voglia rivendicare un attentato in qualche parte del mondo. Una strategia che rende pericoloso qualsiasi punto del globo, compresa la Russia stessa, che da sempre ha grossi problemi a rapportarsi con le comunità islamiche del suo territorio. A Grozny, in Cecenia, il 17 dicembre c’è stata una sparatoria in pieno centro e sono morte almeno 7 persone. Dicono che si tratti di terroristi islamici, jihadisti tornati dalla Siria. Forse non è vero, forse sono i soliti scontri di potere tra clan del Caucaso, ma quello che è vero è che questa parte di Russia è ad alto rischio, che chiunque voglia guadagnare un po’ di credito e di soldi da queste parti lo può fare tirando fuori il suo ak 47 e che i russi hanno molta paura di quello che potrebbe succedere qui. L’unico che li difende, pensano, in mezzo alle minacce del terrorismo, all’isolamento voluto dagli americani, alle potenze emergenti che non hanno nessun rispetto delle vecchie sfere di influenza, è Putin. Se anche lui rinuncia a tenere il punto, se cede alle sanzioni occidentali, ai prezzi del petrolio stabiliti dall’Arabia Saudita, agli accordi militari siglati senza consultarli, vedranno volar via quel po’ di benessere che il Paese si è costruito negli ultimi quindici anni.

E questa è la quarta teoria. La mia.

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