Pubblicato in: guerra, jihad

Amico Talebano: un’alleanza in nome dell’antiterrorismo

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pubblicato su eastonline.eu

I tempi cambiano. Una volta erano i nemici per antonomasia – peggio di Be Beep e Will il Coyote – oggi possibili alleati. Sono i russi e i talebani, uniti – dicono loro – dalla comune lotta contro lo Stato Islamico.

Oggi, però, una riunione tripartita a Mosca riapre i giochi. A fine dicembre Putin ha ospitato diplomatici cinesi e pakistani per discutere dell’Afghanistan, senza invitare il governo di Kabul. Il presidente russo ha convinto i due partner a redigere un documento finale in cui si auspica maggiore flessibilità con i Talebani, che in Afghanistan controllano circa 40 distretti e ne rivendicano altrettanti su un totale di 398. 

Photo credits longwarjournal.orgPhoto credits longwarjournal.org

Il fronte russo

Una svolta epocale, soprattutto a sentire il Rappresentante speciale per l’Afghanistan Zamir Kabulov: «Gli interessi dei Talebani coincidono con i nostri», dichiara già alla fine del 2015. «La loro organizzazione ha abbandonato l’idea del jihad globale», aggiunge nel dicembre 2016. «Il loro obiettivo è conquistare solo il potere in Afghanistan e infatti oggi rimpiangono di aver seguito la strategia di Osama Bin Laden».

Per la realpolitik putiniana, il nemico del mio nemico è mio amico anche se vuole imporre la sharia e il terrore nel suo Paese. Così, i Talebani sono diventati «il baluardo fondamentale nella guerra contro Is» e nella dichiarazione finale della Trilaterale moscovita si auspica che i nomi di alcuni loro leader vengano rimossi dalla lista degli “indesiderati” ai quali l’Onu proibisce di attraversare i confini nazionali. Non perché siano degli statisti incompresi – il Cremlino non si spinge a tanto – ma perché concedere loro più elasticità favorirebbe il dialogo per la pace nell’area.

Apparentemente, i Talebani, che si autodefiniscono Emirato islamico dell’Afghanistan, rispondono positivamente: «È una gioia vedere che i Paesi della regione», scrivono sul loro sito all’indomani della trilaterale, «hanno capito che siamo una forza politica e militare. La loro proposta di eliminare dalla lista dei personaggi pericolosi alcuni dei nostri rappresentanti è un passo avanti verso la pace dell’Afghanistan».

Ma i Talebani vogliono la pace in Afghanistan? E hanno davvero rinunciato al jihad globale?

Il fronte talebano

In realtà, la pace non conviene affatto ai mujaheddin afgani, che conservano il loro potere e la propria libertà d’azione proprio grazie all’instabilità: siglando un accordo con il governo dovrebbero sottomettersi alle leggi dello Stato. La “scusa” dei negoziati di pace viene utilizzata dall’organizzazione per ottenere concessioni da parte dei propri nemici. Nel 2014, ad esempio, convincono Obama a trasferire i “taliban 5” – 5 prigionieri di guerra – da Guantanamo al Qatar, senza dare seguito all’apertura.  Oggi ci provano con i russi, sperando di sfruttare la competizione tra Mosca e Washington per ottenere maggiore libertà di movimento per i loro leader che vogliono andare all’estero a raccogliere fondi.

Sarebbe inoltre falso il loro “pentimento” per aver seguito Osama Bin Laden. Proprio a dicembre del 2016, infatti, l’Emirato islamico dell’Afghanistan pubblica un video in cui i protagonisti promettono di combattere il jihad globale fino alla fine, ribadendo l’alleanza indissolubile con al Qaeda.

Anche di fronte a questa evidenza, però, Kabulov non si scompone: si tratterebbe, dice il diplomatico russo, solo di alcuni gruppi minoritari dell’organizzazione, gente che segue la frangia radicale capitanata dal signore della guerra Sirajuddin Haqqani.  La maggioranza dei Talebani, invece, vorrebbe emarginare questa fronda radicale e combatterla come fa con Isis.

Gli Usa, invece, sostengono che la maggior minaccia alla pace in Afghanistan siano proprio i Talebani e il sostegno esterno di cui godono, accennando alla “influenza malevola” di PakistanRussia Iran. I veri nemici dell’Isis, dice il Pentagono, non sono certo i Talebani, ma le forze speciali statunitensi, che nel 2016 hanno ucciso 12 dei loro leader e e ridotto i loro santuari da 9 a 3.

Cosa ci riserva il nuovo anno

Nel 2017 degli attuali 10mila soldati Usa resteranno solo la metà. Il governo di Ahraf Ghani resterà quasi solo e Mosca, che per ora non l’ha ancora abbandonato ma evita di invitarlo agli incontri sul suo Paese, potrebbe mollarlo del tutto.

L’Afghanistan non tornerà terra di conquista, come negli anni Ottanta, ma un buco nero da cui tenersi lontani, come nei Novanta. I russi, come gli americani, vorrebbero sigillarlo e dimenticarsene, cancellando il problema delle tonnellate di droga e di estremismo che arrivano da lì in Asia Centrale.

Allearsi con i Talebani, nei progetti dei russi, significa anche isolare tutti quei jihadisti che potrebbero tornare dalla Siria verso UzbekistanTajikistan Kirghizistan una volta sconfitto il Califfato. Senza una sponda afgana, pensa il Cremlino, i centroasiatici sono troppo deboli per inventarsi un jihad domestico. E con i Talebani al loro fianco, lo Stato Islamico non potrà riformarsi a cavallo tra l’Afghanistan e l’Asia centrale.

Ma la Russia sottovaluta una questione fondamentale: i Talebani “cattivi”, quelli “radicali come l’Isis” che sarebbero guidati dal sempreverde Haqqani non sono affatto un’ininfluente minoranza. L’organizzazione dei Talebani, anzi, è lacerata al suo interno da numerose divisioni almeno dal luglio del 2015, quando muore il  leader storico – il mullah Omar –  e viene eletto Ajtar Mansour, ucciso ad aprile 2016 da un drone americano.

Mansour non era un leader condiviso. Anzi: appena eletto si scatenano le polemiche tra varie fazioni dell’Emirato, alcune delle quali sostengono che il figlio del mullah Omar – Mohammad Yaqoob – sia il suo legittimo successore. Alcuni accusano addirittura Mansour di aver complottato per uccidere il suo predecessore. Ed è proprio in questo clima che Mansour instaura i primi contatti con Teheran e Mosca. Contatti che lo Stato Islamico non ha ritardato a stigmatizzare. Gli iraniani, infatti, sono gli apostati più pericolosi secondo il Califfo, che invita a combattere gli sciiti prima ancora dei non musulmani. Una corrente di pensiero condivisa anche da parte dei Talebani, che infatti nel 2015 cominciano a creare nuovi gruppi affiliati a Is.

A luglio 2016, però, la morte di Mansour placa le acque, anche grazie alla nomina a successore di Mawlawi Hibatullah Akhundzada, combattente 55enne considerato dai suoi compagni un rispettabile intellettuale. Hibatullaj Akhundzada vuole lanciare un messaggio di concordia anche con la nomina dei suoi vice, confermando Sirajuddin Haqqani – ben lontano dal considerarsi leader di una minoranza – e aggiungendo quella del figlio del mullah Omar, Yaqoob.

Le ultime mosse dei Talebani sembrano dunque seguire una strategia difensiva più che di apertura. Consolidarsi al proprio interno per evitare nuove emorragie di reclute, specie in quest’anno “tragico” in cui l’abbandono dei soldati Usa darà più margine d’azione ai rivali di Is. Combattere contro i “fratelli” del Califfato non sarà tanto facile. Il rischio è di perdere la battaglia proprio all’interno del fronte estremista, dove Is sfrutta una dipartimento della propaganda assai forte ed incisivo che infatti ha già conquistato buona parte  dei gruppi fondamentalisti centroasiatici (come il movimento uzbeko combattente).

I Talebani non vogliono essere divisi tra “buoni” e “cattivi”, come cerca di fare da anni il Pakistan e come vorrebbe fare oggi la Russia. Sanno che in questo modo perderebbero i “cattivi”, che sono anche i più spregiudicati e potenti. E sanno che aprire il dialogo con iraniani e russi allontanerà finanziatori pakistani e sauditi.

Il Cremlino, dunque, potrà pure puntare sui Talebani (secondo il giornale turco Gunes i russi starebbero già fornendo armi all’Emirato) ma non è affatto detto che i Talebani vogliano puntare sul Cremlino.

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