Pubblicato in: guerra, incontro

La nuova Siria secondo la Russia

putinerdogan

pubblicato su Il Dubbio

Al summit di Astana Mosca e Ankara prendono accordi sul futuro di Damasco, sordi alle dichiarazioni delle parti in guerra

Ad Astana gli invitati sono arrivati un giorno dopo, ma i russi non si sono scomposti. I ritardatari erano i rappresentanti dell’opposizione siriana e il motivo della convocazione i colloqui di pace in Kazakistan. Russia, Iran e Turchia hanno scelto Astana per mettere d’accordo il regime di Assad con quei ribelli che non rientrano nella loro definizione di terroristi. Una sede che ospita i colloqui di pace già da dicembre, nonostante la comunità internazionale si incontri regolarmente a Ginevra, dove i negoziati apriranno di nuovo i battenti il 23 febbraio. Ma i play- maker, in Siria, sono loro – russi e turchi – e ad Astana vogliono trovare la “loro” soluzione, alla quale gli americani sono solo invitati ad assistere.

E i siriani? Loro sono quelli che hanno più difficoltà ad avere voce in capitolo. Il negoziatore nominato dai ribelli, Mohammad Alloush, ha faticato a portare la sua delegazione proprio perché i suoi colleghi dell’opposizione si sentono presi in giro da chi parla di consolidare un cessate il fuoco che esiste solo sulla carta. Alla fine, Alloush è arrivato con un giorno di ritardo e con un team ristretto. Una minoranza della minoranza, tenendo conto che i gruppi d’opposizione cooptati nel negoziato non sono che una briciola all’interno di un fronte ribelle dominato militarmente da “impresentabili” come le ex brigate al Nusra, oggi Jabhat Fateh al- Sham. Eppure è a questa minoranza della minoranza che si rivolgono le grandi potenze per chiedere garanzie su un cessate il fuoco che i militari di Assad sono i primi a non rispettare, come ha denunciato la delegazione di Alloush arrivando in ritardo ad Astana.

Il Cremlino è andato dritto per la sua strada: al termine dei lavori la stampa russa ha riportato dichiarazioni soddisfatte del ministro degli esteri Lavrov a proposito di un nuovo accordo con Iran e Turchia. Poco importa che le armi non abbiano smesso di tuonare e che le parti che dovrebbero riunirsi al tavolo si rifiutino di sedere l’una davanti all’altra. La cosa fondamentale, per Mosca, è affermare che sarà lei, insieme a Teheran e Ankara, a stabilire l’esito della guerra. E lo stabilirà indipendentemente dagli attori che stanno lottando sul terreno che mira a depotenziare il più possibile. In particolare il fronte ribelle, con il quale applica la vecchia strategia del divide et impera, corteggiando alcune fazioni e scartandone altre in modo da seminare zizzania. Una strategia che funziona benissimo, come dimostrano gli scontri avvenuti all’inizio del mese tra Jabhat Fateh al- Sham ( ex al Nusra) e Ahrar al Sham, una formazione di ispirazione islamista che turchi e russi vorrebbero trascinare al tavolo del negoziato. Nella provincia di Idlib, l’unica ancora interamente controllata da loro, gli ex al Nusra stanno cercando di liquidare i loro concorrenti, e imporsi come unici leader del fronte armato anti Assad.

Ma nella galassia che lotta contro il regime ci sono due attori che non sono stati neanche nominati: le Syrian democratic forces – l’alleanza tra i curdi dell’Ypg e ciò che resta dell’Esercito libero siriano – e il Califfato di al Baghdadi. I primi sembrano gli unici realmente interessati a sconfiggere i secondi, ma senza il sostegno di Washington non possono fare molto. E Washington, con l’avvento del presidente più filorusso di sempre, sembra diventata più compiacente anche col comune alleato turco: «Gli Usa hanno adottato un approccio più flessibile in Siria e non insisteranno affinché l’Ypg – alleato del Partito curdo dei lavoratori – sia coinvolto nella liberazione di Raqqa» ha il ministero della Difesa di Ankara.

Con un fronte ribelle così frantumato, i primi a gioire non sono tanto i comandanti di Assad, ma i miliziani dello Stato Islamico, che vedono le potenze straniere concentrate nell’annullamento dei loro concorrenti. E se in Iraq sono costretti dalle milizie sciite ad abbandonare la roccaforte di Mosul, in Siria continuano a contendersi con il regime il controllo di città importanti come Palmira.

Il regime di Damasco, invece, non fa che adottare la sua vecchia strategia: sparare ai nemici più deboli e giustiziare chi dissente – come dimostrano i rapporti di Atlantic Council e quello di Amnesty international. Il primo afferma che Damasco, insieme agli alleati russi, ha attaccato intenzionalmente obiettivi civili, scuole e ospedali. Il secondo che il regime siriano si è reso responsabile di 13mila esecuzioni tra il 2011 e il 2015. Ma il presidente Assad, sempre meno protagonista della scena e forse malato, è ormai costretto a interpretare un ruolo strategico, pedina di una Russia che lo ha esautorato da quello politico. Le decisioni sul futuro della Siria le vuole prendere Mosca, che ad Astana ha anche presentato un documento che dovrà servire da guida per una nuova Costituzione siriana. La nuova Repubblica avrà un territorio inviolabile e indivisibile, la sovranità dovrà essere in mano alle autorità centrali di Damasco. Purché Damasco sia una filiale del Cremlino.

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