Pubblicato in: femminismo

8 marzo 2017 Un giorno senza le donne

Astieniti dal lavoro, non spendere soldi in giro, vestiti di rosso per solidarietà. Sono le regole dello “sciopero delle donne” lanciato per l’8 marzo dall’International women’s strike e dalle organizzatrici della Marcia su Washington.

Oggi le stesse femministe 2.0 che hanno manifestato all’indomani dell’insediamento di Trump stanno organizzando A day without a woman, una giornata di astensione dalla vita produttiva e consumistica da parte della componente femminile della società. Un evento che serve a lanciare un messaggio di protesta contro il rampante maschilismo della nuova amministrazione americana e contro le persistenti ineguaglianze di genere nel resto del mondo. 

L’idea è questa: alla giustizia di genere corrisponde la giustizia razziale e anche la giustizia economica. Tutte le categorie che si sentono sfruttate o discriminate devono combattere insieme e farlo attraverso il potere del proprio portafoglio. Per questo motivo tra le decine di organizzazioni che aderiscono all’evento ci sono i soggetti più diversi, uniti dalla comune lotta alle disuguaglianze: da Psicoanalisi per la responsabilità sociale, a Restaurant opportunity center united (associazione per i diritti dei lavoratori della ristorazione) a numerosi gruppi per i diritti di palestinesi e di ebrei. Presenti anche le associazioni gay e trans e quelle di donne con disabilità (che lamentano un tasso di occupazione delle donne disabili del 25% contro il 66% di tutte le donne).

I precedenti a cui si ispirano le organizzatrici sono proprio quelli che hanno fatto dell’astensione alle attività commerciali la loro arma. In primis la Giornata senza immigrati del 16 febbraio, quando migliaia di lavoratori Usa di origini straniere hanno incrociato le braccia beccandosi feroci ritorsioni.

Pare infatti – a quel che dice Nbc news, che più di 100 dipendenti siano stati licenziati negli Stati di New York, Florida , Tennessee e Oklahoma, proprio per aver partecipato al Day without immigrants.

A seguire, c’è stato il Bodega strike, quello che a Roma si sarebbe chiamato lo “sciopero dei bangla”: quelle botteghe gestite da immigrati (in Italia principalmente bengalesi) che vendono beni di prima necessità giorno e notte.

Negli Usa molto di loro sono yemeniti e mille di loro hanno indetto una protesta contro il bando anti immigrati musulmani di Donald Trump. Le loro botteghe hanno chiuso i battenti per ben 8 ore – un record per chi sta aperto h24 – e i negozianti hanno organizzato piccoli cortei.

Prima ancora c’era stato lo sciopero dell’Associazione dei tassisti di New York, una categoria ad alta densità di lavoratori musulmani, che avevano protestato contro il bando. Infine le organizzatrici di A day without women dicono di ispirarsi alla campagna #GrabYourWallet, che invita a boicottare tutte le società che contribuiscono a moltiplicare i profitti della famiglia Trump.

Le prime dieci elencate nel sito “Tieniti-il-portafoglio” sono quasi tutti rivenditori di vestiti e accessori prodotti dalla first daughter Ivanka: Macy’s, LLbean, Bloomingdale’s, Dillar’s, Zappo’s, Amazon, Hudson Bay, TJ Maxx, Lord & Taylor, Bed, bath and beyond.

Le donne che aderiranno alla giornata dell’8 marzo avranno dunque parecchie battaglie da combattere, e le organizzatrici hanno deciso di raggrupparle in 6 categorie: fine della violenza di genere; libertà riproduttiva (diritto all’aborto), diritti lavorativi (equa paga), servizi sociali (contro il neoliberismo), femminismo antirazzista e antiimperialista (diritti degli afroamericani e dei migranti), giustizia ambientale. Chiunque, maschio o femmina, voglia manifestare per queste battaglie è benvenuto. Basta che si vesta di rosso.

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