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Cecenia: cosa c’è dietro il raid anti gay

Un leader LGBT che denuncia la Novaya Gazeta e una testimonianza che non compare più da nessuna parte. Lo scandalo delle persecuzioni contro gli omosessuali a Grozny nasconde altri segreti

Viktor Alekseev, leader dell’associazione russa Gayrussia.ru, ha citato per diffamazione la Novaya Gazeta, in merito all’inchiesta sulla repressione degli omosessuali in Cecenia. Alekseev, che il giornale aveva citato nel suo reportage, sostiene che non sia vero che il raid punitivo contro i gay sia scaturito dalla sua richiesta di organizzare una manifestazione per i diritti Lgbt nel Caucaso. Alekseev va oltre: su facebook si dice pronto a partire per Grozny con Tatiana Moscalkova, rappresentante governativa per i diritti umani, a verificare che ciò che ha scritto la Novaya Gazeta è una falsità.

Perché il leader di Gayrussia.ru, da sempre in prima linea per difendere i diritti gay, si scaglia contro un giornale che denuncia i terribili soprusi subiti dagli omosessuali? La denuncia di tre morti e decine di torturati, in una Repubblica dove il presidente Kadyrov dichiara che “i gay non esistono”, è una bufala?
No, la notizia di prigioni segrete a Grozny dove spariscono persone, vengono torturate e uccise, non è una bufala. Continua a leggere “Cecenia: cosa c’è dietro il raid anti gay”

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Pubblicato in: calcio, democrazia, guerra

Top ten 2016

Vi sembra un anno da dimenticare? Forse è vero, eppure anche durante gli ultimi dodici mesi l’umanità ha fatto qualche progresso. Ecco dieci cose buone del 2016

  1. È appena finito
  2. Le Olimpiadi di Rio si sono chiuse senza attentatirio-span-600-1
    Il Brasile ha evitato l’enorme flop atteso alla vigilia. Gli atleti hanno gareggiato, vinto medaglie e festeggiato i loro risultati come se fossero a un’Olimpiade normale, e non in una manifestazione organizzata in mezzo alle macerie della politica nazionale e dei disastri internazionali –  una premier deposta, uno scandalo di corruzione grande come il Brasile, l’esclusione dai Giochi della Russia e l’epidemia della febbre Zika. L’unico incidente denunciato dagli atleti si è subito rivelato un falso: quattro nuotatori americani avevano raccontato di aver subito una rapina a mano armata da quei delinquenti dei sudamericani ma sono stati fregati dalle telecamere, che li hanno ripresi mentre – ubriachi – danneggiavano il bagno di una stazione di rifornimento a Rio;
  3. Papa Francesco resiste.
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    Lo aspettavano tutti al varco: prima o poi la dirà una stronzata pure lui, non potrà continuare a dispensare buon senso all’umanità senza chiedere niente in cambio. E invece no. Al netto delle sparate oscurantiste contro aborto e nozze gay, previste dal contratto con Dio, Francesco ha continuato a esprimere concetti sufficientemente logici e piuttosto profondi nonostante la semplicità. Inoltre ha realizzato un bel po’ di passo in avanti per la diplomazia vaticana, dall’incontro col patriarca ortodosso Kirill – che si era sempre rifiutato di vedere un Papa – all’intercessione per il regime cubano di fronte alla Casa Bianca, che anche grazie a lui decide di riaprire i rapporti con i fratelli Castro;
  4.  L’Onu cancella le sanzioni all’Iran.
    Infografica pubblicata dal Daily Mail
    Infografica pubblicata dal Daily Mail

    Spinti dall’interesse di far valere le proprie ragioni sul conflitto in Siria e di fargliela vedere brutta all’Arabia Saudita, Washington e Teheran nel 2015 avevano firmato un accordo preliminare che avrebbe dovuto ripristinare normali relazioni diplomatiche con i Guardiani della Rivoluzione in cambio del loro rispetto di alcuni limiti sul programma nucleare della Repubblica. E il 16 gennaio del 2016 l’Onu ritira ufficialmente le sanzioni all’Iran, dando seguito a un rapporto positivo dell’Agenzia atomica sullo smantellamento degli impianti persiani. Obama ha dunque abbattuto il  muro alzato da Bush, che aveva spinto l’Iran tra le braccia della Russia. Purtroppo Putin ha rilanciato con un intervento diretto a favore del comune amico Bashar al Assad, e per ora sembra aver avuto la meglio;

  5. Il Leicester vince la Premier League. _89548045_leicsfans1_getty
    Cioè: una squadra che sembrava dovesse combattere per la salvezza vince per la prima volta nella sua storia la serie A britannica. A guidare il Leicester è un tecnico italiano, Claudio Ranieri, e quindi la vittoria del club inglese diventa subito una vittoria “nostra” (festeggiata anche da Matteo Renzi con un twit che chiosa #pazzesco), ma la notizia non è questa. La notizia è che può succedere, anche se solo in un anno bisestile e in un Paese che sta per abbandonare il suo continente, che un campionato di calcio non sia truccato, impacchettato o blindato dai tre club più potenti della nazione. C’è luce oltre la siepe;
  6. Radovan Karazdic viene condannato a 40 anni per crimini contro l’umanità.** FILE ** In this May 1994 file photo, Bosnian Serb Stojan Zupljanin, left, and Radovan Karadzic speak in the Bosnian town of Banja Luka, 120 kilometers (75 miles) northwest of the Bosnian capital of Sarajevo. Karadzic, accused architect of massacres making him one of the world's top war crimes fugitives, was arrested on Monday evening, July 21, 2008 in a sweep by Serbian security forces, the country's president and the U.N. tribunal said. Serb authorities turned Zupljanin over to The Hague in June 2008 after nine years on the run. (AP Photo/Radivoje Pavicic)
    Il boia di Srebrenica, serbo-bosniaco che ha guidato i suoi battaglioni paramilitari verso la pulizia etnica dei suoi concittadini musulmani, è stato condannato dal Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia. Ci sono voluti sei anni di processo, ma alla fine la sentenza è arrivata, a dimostrare che anche chi si ritiene intoccabile, se condannato dalla storia, può esserlo anche dai giudici;
  7. Lo scandalo dei Panama papers dimostra che il giornalismo investigativo esiste ancora
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    Il pool del Consorzio internazionale di giornalisti investigativi è venuto in possesso di un database di 11,5 milioni di documenti dello studio legale panamense Mossack Fonseca, che testimoniano fughe di capitali e distrazione si fondi finanziari. Il pool ci si butta a capofitto e analizza i dossier su oltre 214.000 società offshore, senza farsi intimorire da immense e pallosissime liste di dati. Travolto dallo scandalo, il primo ministro islandese si dimette. Altri nomi illustri coinvolti dai papers decidono invece di fregarsene, restando al loro posto senza pudore. Gente come il presidente argentino Mauricio Macrì, lo sceicco degli Emirati Arabi Khalifa bin Zayed al Nahyan, il capo di Stato ucraino Petro Poroshenko, il re dell’Arabia Saudita Salman;
  8. La strage di Orlando non è colpa del “terrorismo islamico”vunjq1nde60lvekryh8co-rvqqkumlb5-xlarge
    Il 12 giugno un giovane americano di origini afgane, Omar Mateen, uccide 29 persone e ne ferisce 43 in un nightclub di Orlando, Usa. Nelle prime 24 ore i media di tutto il mondo si concentrano sulla presunta affiliazione dell’attentatore all’Isis, ma appena fanno due più due capiscono che si tratta di una strage omofoba compiuta da un omosessuale. Il locale di Orlando, Pulse, è un noto locale gay che Mateen frequentava con enormi sensi di colpa. In America la strage viene derubricata da attentato terroristico e diventa crimine d’odio. Il movimento gay si dimostra più potente degli adepti dell’islamofobia;
  9. Il Portogallo vince gli europei e lo fa da squadra – non da groupies di un grande campione.
    160710170039-21-euro-finals-france-portugal-0710-super-169Il capitano portoghese Cristiano Ronaldo (pallone d’oro 2016) gioca male in quasi tutte le partite degli europei e la sua nazionale sembra destinata a uscire al primo turno. Ma poi si riprende per il rotto della cuffia e arriva in modo rocambolesco in finale, dove Ronaldo si fa male ed è costretto a uscire dal campo ma tifa per la sua squadra con una foga da hooligan. E i suoi “gregari” sconfiggono la Francia 1-0;
  10. Il Califfato in Libia si rivela una bufala.1449529470436
    Gli emuli dell’Isis che si erano impadroniti di un fazzoletto di terra intorno a Sirte vengono sconfitti da una breve offensiva dei miliziani di Misurata – sostenuti da Usa e Gran Bretagna. Ciò non significa che la Libia sia pacificata, anzi. Ma aiuta a comprendere la reale natura degli attentati e degli atti di guerriglia che avvengono in tutto il Paese: la lotta per il profitto. Decine e decine di milizie locali si ammantano più o meno di forme di integralismo religioso per legittimare la loro lotta per il potere, ma quasi tutte sono coinvolte nei traffici illegali più redditizi del continente: droga e esseri umani. Non sarà facile soddisfare gli interessi economici di tutti gli attori in campo, ma sempre meno complicato che condurre alla ragione mujaheddin votati alla guerra santa.
Pubblicato in: democrazia, donne

TotoNobel

Svetlana Gannushkina
Svetlana Gannushkina

Domani assegnano il Premio Nobel per la pace e nonostante non ci sia mai stata tanta penuria di materia prima, gli accademici di Oslo quest’anno hanno ricevuto 376 nomination, un record. La mia intervista del 2013 a una delle candidate

Secondo il direttore del Prio, istituto norvegese di ricerca sulla pace, i favoriti sono cinque: l’attivista russa per i diritti umani Svetlana Gannushkina, presidente del Comitato di assistenza che aiuta migranti e rifugiati; gli Elmetti Bianchi, corpo di volontari siriani che rischiano la vita per salvare le vittime dei bombardamenti; Banyere, Bindu e Mukwege, tre ginecologi congolesi che aiutano i sopravvissuti agli stupri etnici e alle violenze sessuali; Ali Akbar Salehi e Ernest Moniz, ministro iraniano per l’energia e la sua controparte Usa nell’accordo sul nucleare tra i due Paesi; Edward Snowden, famosa spia. Alle previsioni del Prio si aggiungono voci insistenti su un altro candidato forte: i pescatori di Lesbo, che hanno salvato migliaia di migranti che rischiavano di affogare per raggiungere la Grecia.  Continua a leggere “TotoNobel”

Pubblicato in: democrazia, Unione Europea

Europa: se non quaglia si squaglia

Jean Claude Juncker e Federica Mogherini
Jean Claude Juncker e Federica Mogherini

La nostra è una “crisi esistenziale”. Lo ha detto il presidente della Commissione europea Juncker commentando l’ennesimo impasse a cui si trova di fronte la Ue. I capi di Stato dei 27 hanno cercato di sbrigliare la matassa a Bratislava, con Renzi e Merkel in prima fila, ma ognuno di loro pensa a una cosa sola: difendere la maglia. Vogliono portare a casa un buon risultato perché la squadra a cui hanno giurato fedeltà è quella nazionale, non quella europea. E la logica di chi vuole essere rieletto è tanto simile a quella dei nostri leghisti di una ventina d’anni fa e cioè dimostrare di avercelo più duro degli altri. Vedi? Ho ottenuto lo sconto sul debito! Hai visto? Li ho costretti ad abbassare la testa! È chiaro? Si fa come dico io!

In questa logica tipicamente maschilista ce l’hanno tutti contro una donna: Angela Merkel, colpevole di guidare la nazione più ricca e sviluppata d’Europa. Difficile perdonarle di aver fatto lo stesso gioco degli uomini – quello di perseguire i propri interessi – e di aver sconfitto tutti gli altri, restando al potere per 8 anni.  Continua a leggere “Europa: se non quaglia si squaglia”

Pubblicato in: democrazia, proteste, Unione Europea

Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani

Tayyip Erdogan
Recep Tayyip Erdogan

pubblicato su Il Dubbio

Sessantamila purghe tra arresti, sospensioni di dipendenti pubblici, commercianti a cui è stata ritirata la licenza. Ventiquattro emittenti radio e tv chiuse. Striscioni che evocano le impiccagioni e politici che invocano la pena di morte. La Turchia che tutti abbiamo conosciuto, quella su cui contava l’Europa per restare collegata al Medio Oriente, non esiste più.

Finché il delicato equilibrio tra governo e apparato militare ha retto, le spinte autoritarie dei generali o dei presidenti sono state arginate dalla loro controparte. Ankara ha preso di mira i curdi e finanziato gruppi fondamentalisti in Siria, ma ha conservato un certo grado di democrazia e di laicità nelle proprie istituzioni. Poi Erdogan ha deciso di cambiare tutto, e il fallito golpe lo ha aiutato a completare il lavoro. Continua a leggere “Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani”