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A Ginevra le donne non servono

pubblicato su Huffington Post

La delegazione del governo siriano a Ginevra
La delegazione del governo siriano a Ginevra

I negoziati di pace per la Siria stanno andando avanti come sempre: un fallimento. D’altronde non è facile trovare un accordo di pace escludendo del tutto la componente femminile del popolo in guerra

Il 23 febbraio sono arrivati a Ginevra – per un nuovo round di negoziati sulla Siria – i rappresentanti del governo di Damasco e dell’opposizione. L’articolo “i” di “rappresentanti” non è generico, ma di genere. Nel senso che le persone chiamate a negoziare sono esclusivamente uomini. Uomini i leader di 21 fazioni ribelli, uomini i delegati del governo di Assad, uomini il rappresentante Onu per la Siria, quello americano e quello russo.

L’assenza di donne al tavolo sembra quasi scontata ormai, e farla notare è una questione di lana caprina, da femminista inacidita, che guarda il dito e non vede la luna. La pensano così i diplomatici di mezzo mondo, quelli che stanno guidando l’ennesimo fallimentare incontro per la pace in Siria, quelli che preferiscono dirigere i loro sforzi nel coinvolgimento del “Cairo group” – gruppuscolo d’opposizione sostenuto dall’Egitto – e del Moscow group – suo omologo russo – piuttosto che nell’inclusione femminile. “È una situazione complicata, non possiamo pensare a queste cose”, risposero nel 2014 a chi gli chiedeva perché non c’era nessuna donna al primo incontro tra le parti del conflitto siriano.  Continua a leggere “A Ginevra le donne non servono”

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Pubblicato in: guerra, incontro

La nuova Siria secondo la Russia

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pubblicato su Il Dubbio

Al summit di Astana Mosca e Ankara prendono accordi sul futuro di Damasco, sordi alle dichiarazioni delle parti in guerra

Ad Astana gli invitati sono arrivati un giorno dopo, ma i russi non si sono scomposti. I ritardatari erano i rappresentanti dell’opposizione siriana e il motivo della convocazione i colloqui di pace in Kazakistan. Russia, Iran e Turchia hanno scelto Astana per mettere d’accordo il regime di Assad con quei ribelli che non rientrano nella loro definizione di terroristi. Una sede che ospita i colloqui di pace già da dicembre, nonostante la comunità internazionale si incontri regolarmente a Ginevra, dove i negoziati apriranno di nuovo i battenti il 23 febbraio. Ma i play- maker, in Siria, sono loro – russi e turchi – e ad Astana vogliono trovare la “loro” soluzione, alla quale gli americani sono solo invitati ad assistere. Continua a leggere “La nuova Siria secondo la Russia”

Pubblicato in: guerra, jihad

Amico Talebano: un’alleanza in nome dell’antiterrorismo

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pubblicato su eastonline.eu

I tempi cambiano. Una volta erano i nemici per antonomasia – peggio di Be Beep e Will il Coyote – oggi possibili alleati. Sono i russi e i talebani, uniti – dicono loro – dalla comune lotta contro lo Stato Islamico.

Oggi, però, una riunione tripartita a Mosca riapre i giochi. A fine dicembre Putin ha ospitato diplomatici cinesi e pakistani per discutere dell’Afghanistan, senza invitare il governo di Kabul. Il presidente russo ha convinto i due partner a redigere un documento finale in cui si auspica maggiore flessibilità con i Talebani, che in Afghanistan controllano circa 40 distretti e ne rivendicano altrettanti su un totale di 398.  Continua a leggere “Amico Talebano: un’alleanza in nome dell’antiterrorismo”

Pubblicato in: calcio, democrazia, guerra

Top ten 2016

Vi sembra un anno da dimenticare? Forse è vero, eppure anche durante gli ultimi dodici mesi l’umanità ha fatto qualche progresso. Ecco dieci cose buone del 2016

  1. È appena finito
  2. Le Olimpiadi di Rio si sono chiuse senza attentatirio-span-600-1
    Il Brasile ha evitato l’enorme flop atteso alla vigilia. Gli atleti hanno gareggiato, vinto medaglie e festeggiato i loro risultati come se fossero a un’Olimpiade normale, e non in una manifestazione organizzata in mezzo alle macerie della politica nazionale e dei disastri internazionali –  una premier deposta, uno scandalo di corruzione grande come il Brasile, l’esclusione dai Giochi della Russia e l’epidemia della febbre Zika. L’unico incidente denunciato dagli atleti si è subito rivelato un falso: quattro nuotatori americani avevano raccontato di aver subito una rapina a mano armata da quei delinquenti dei sudamericani ma sono stati fregati dalle telecamere, che li hanno ripresi mentre – ubriachi – danneggiavano il bagno di una stazione di rifornimento a Rio;
  3. Papa Francesco resiste.
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    Lo aspettavano tutti al varco: prima o poi la dirà una stronzata pure lui, non potrà continuare a dispensare buon senso all’umanità senza chiedere niente in cambio. E invece no. Al netto delle sparate oscurantiste contro aborto e nozze gay, previste dal contratto con Dio, Francesco ha continuato a esprimere concetti sufficientemente logici e piuttosto profondi nonostante la semplicità. Inoltre ha realizzato un bel po’ di passo in avanti per la diplomazia vaticana, dall’incontro col patriarca ortodosso Kirill – che si era sempre rifiutato di vedere un Papa – all’intercessione per il regime cubano di fronte alla Casa Bianca, che anche grazie a lui decide di riaprire i rapporti con i fratelli Castro;
  4.  L’Onu cancella le sanzioni all’Iran.
    Infografica pubblicata dal Daily Mail
    Infografica pubblicata dal Daily Mail

    Spinti dall’interesse di far valere le proprie ragioni sul conflitto in Siria e di fargliela vedere brutta all’Arabia Saudita, Washington e Teheran nel 2015 avevano firmato un accordo preliminare che avrebbe dovuto ripristinare normali relazioni diplomatiche con i Guardiani della Rivoluzione in cambio del loro rispetto di alcuni limiti sul programma nucleare della Repubblica. E il 16 gennaio del 2016 l’Onu ritira ufficialmente le sanzioni all’Iran, dando seguito a un rapporto positivo dell’Agenzia atomica sullo smantellamento degli impianti persiani. Obama ha dunque abbattuto il  muro alzato da Bush, che aveva spinto l’Iran tra le braccia della Russia. Purtroppo Putin ha rilanciato con un intervento diretto a favore del comune amico Bashar al Assad, e per ora sembra aver avuto la meglio;

  5. Il Leicester vince la Premier League. _89548045_leicsfans1_getty
    Cioè: una squadra che sembrava dovesse combattere per la salvezza vince per la prima volta nella sua storia la serie A britannica. A guidare il Leicester è un tecnico italiano, Claudio Ranieri, e quindi la vittoria del club inglese diventa subito una vittoria “nostra” (festeggiata anche da Matteo Renzi con un twit che chiosa #pazzesco), ma la notizia non è questa. La notizia è che può succedere, anche se solo in un anno bisestile e in un Paese che sta per abbandonare il suo continente, che un campionato di calcio non sia truccato, impacchettato o blindato dai tre club più potenti della nazione. C’è luce oltre la siepe;
  6. Radovan Karazdic viene condannato a 40 anni per crimini contro l’umanità.** FILE ** In this May 1994 file photo, Bosnian Serb Stojan Zupljanin, left, and Radovan Karadzic speak in the Bosnian town of Banja Luka, 120 kilometers (75 miles) northwest of the Bosnian capital of Sarajevo. Karadzic, accused architect of massacres making him one of the world's top war crimes fugitives, was arrested on Monday evening, July 21, 2008 in a sweep by Serbian security forces, the country's president and the U.N. tribunal said. Serb authorities turned Zupljanin over to The Hague in June 2008 after nine years on the run. (AP Photo/Radivoje Pavicic)
    Il boia di Srebrenica, serbo-bosniaco che ha guidato i suoi battaglioni paramilitari verso la pulizia etnica dei suoi concittadini musulmani, è stato condannato dal Tribunale internazionale per la ex Jugoslavia. Ci sono voluti sei anni di processo, ma alla fine la sentenza è arrivata, a dimostrare che anche chi si ritiene intoccabile, se condannato dalla storia, può esserlo anche dai giudici;
  7. Lo scandalo dei Panama papers dimostra che il giornalismo investigativo esiste ancora
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    Il pool del Consorzio internazionale di giornalisti investigativi è venuto in possesso di un database di 11,5 milioni di documenti dello studio legale panamense Mossack Fonseca, che testimoniano fughe di capitali e distrazione si fondi finanziari. Il pool ci si butta a capofitto e analizza i dossier su oltre 214.000 società offshore, senza farsi intimorire da immense e pallosissime liste di dati. Travolto dallo scandalo, il primo ministro islandese si dimette. Altri nomi illustri coinvolti dai papers decidono invece di fregarsene, restando al loro posto senza pudore. Gente come il presidente argentino Mauricio Macrì, lo sceicco degli Emirati Arabi Khalifa bin Zayed al Nahyan, il capo di Stato ucraino Petro Poroshenko, il re dell’Arabia Saudita Salman;
  8. La strage di Orlando non è colpa del “terrorismo islamico”vunjq1nde60lvekryh8co-rvqqkumlb5-xlarge
    Il 12 giugno un giovane americano di origini afgane, Omar Mateen, uccide 29 persone e ne ferisce 43 in un nightclub di Orlando, Usa. Nelle prime 24 ore i media di tutto il mondo si concentrano sulla presunta affiliazione dell’attentatore all’Isis, ma appena fanno due più due capiscono che si tratta di una strage omofoba compiuta da un omosessuale. Il locale di Orlando, Pulse, è un noto locale gay che Mateen frequentava con enormi sensi di colpa. In America la strage viene derubricata da attentato terroristico e diventa crimine d’odio. Il movimento gay si dimostra più potente degli adepti dell’islamofobia;
  9. Il Portogallo vince gli europei e lo fa da squadra – non da groupies di un grande campione.
    160710170039-21-euro-finals-france-portugal-0710-super-169Il capitano portoghese Cristiano Ronaldo (pallone d’oro 2016) gioca male in quasi tutte le partite degli europei e la sua nazionale sembra destinata a uscire al primo turno. Ma poi si riprende per il rotto della cuffia e arriva in modo rocambolesco in finale, dove Ronaldo si fa male ed è costretto a uscire dal campo ma tifa per la sua squadra con una foga da hooligan. E i suoi “gregari” sconfiggono la Francia 1-0;
  10. Il Califfato in Libia si rivela una bufala.1449529470436
    Gli emuli dell’Isis che si erano impadroniti di un fazzoletto di terra intorno a Sirte vengono sconfitti da una breve offensiva dei miliziani di Misurata – sostenuti da Usa e Gran Bretagna. Ciò non significa che la Libia sia pacificata, anzi. Ma aiuta a comprendere la reale natura degli attentati e degli atti di guerriglia che avvengono in tutto il Paese: la lotta per il profitto. Decine e decine di milizie locali si ammantano più o meno di forme di integralismo religioso per legittimare la loro lotta per il potere, ma quasi tutte sono coinvolte nei traffici illegali più redditizi del continente: droga e esseri umani. Non sarà facile soddisfare gli interessi economici di tutti gli attori in campo, ma sempre meno complicato che condurre alla ragione mujaheddin votati alla guerra santa.
Pubblicato in: guerra

Italiani combattenti. Su tutti i fronti

Karim Franceschi
Karim Franceschi

A fianco dello Stato Islamico. Ma anche dei curdi. E persino dell’esercito di Assad. CHi sono gli italiani che sparano in Siria

In mezzo a un vergognoso appiattimento dei media italiani sul referendum renziano, ogni tre o quattro giorni riesce a farsi largo una notiziola su Siria e Iraq. Non quelle sui massacri di civili, per carità: il pubblico si è ormai assuefatto ai bombardamenti, e anche se a essere uccisi non sono gli stessi di un mese fa, anche se sono morti nuovi, la notizia è vecchia.

Quindi è relativamente ininfluente se sono 926 i civili uccisi in Iraq solo a novembre, se l’intelligence americana ha riconosciuto di aver ucciso 24 civili nell’offensiva di Manbij e se ad Aleppo i morti sono circa 240 a settimana, perché i bombardamenti del regime e dei russi stanno facendo tabula rosa dei quartieri orientali. Continua a leggere “Italiani combattenti. Su tutti i fronti”

Pubblicato in: guerra, jihad

I cuccioli del Califfato

Bambini soldato in Siria
Bambini soldato in Siria

Bambini istruiti a combattere, uccidere e torturare. Fin da cinque anni. Basta un pupazzo di Spiderman per avvicinarli. E un bagno nella violenza per non farli tornare indietro

pubblicato su eastonline

Sono “buoni” eppure sparano contro i bambini. I peshmerga curdi che combattono contro l’Isis lo hanno dichiarato più volte: «Ci tocca aprire il fuoco sui ragazzini, perché il Califfo li manda in prima linea».

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Pubblicato in: guerra, jihad

La carriera dei terroristi

Fezzani
Il “jihadista” Fezzani

pubblicato su Huffington Post

La notizia dell’arresto di Fezzani – “il reclutatore dell’Isis in Italia” – racconta un paio di verità essenziali nella storia del jihadismo contemporaneo.

La prima è che lo Stato Islamico è un brand così forte da spingere i giornalisti a citarlo a ogni piè sospinto, anche se – come in questo caso – si parla di un’epoca in cui Is non esisteva, dato che Fezzani reclutava in Italia nei primi anni Duemila e quindi lavorava per al Qaida, non per Is. Come molti seguaci di Bin Laden, anche lui pare sia finito a combattere dalla parte del Califfo, ma molti anni dopo aver operato nel nostro Paese.

La seconda verità, e forse la più importante, è che i jihadisti non scompaiono con il jihad. Quando una guerra finisce, quando due parti si accordano per un cessate il fuoco, quando centinaia di terroristi vengono arrestati, i combattenti della guerra santa che restano fuori – dal carcere e dal negoziato – non scompaiono. Semplicemente, si spostano.

Fezzani è libico, ma è partito per l’Italia dalla Tunisia. A Milano vive di espedienti, fa anche lo spacciatore, poi nei primi anni Novanta cambia vita, prende il fucile e va a combattere in Bosnia, dove era stata proclamata l’indipendenza dalla Jugoslavia e una popolazione nominalmente musulmana combatteva contro una prevalentemente cristiano-ortodossa.

I mujaheddin stranieri che in Afghanistan non avevano più che fare, perché la guerra contro i sovietici era finita, decisero che potevano andare a Sarajevo a combatter un nuovo jihad, a convincere la gente che il nazionalismo doveva trasformarsi in fondamentalismo. Arrivarono in quasi cinquemila, reclutando anche gente come Fezzani, che era stato arrestato un po’ di volte per droga, poi era diventato “un uomo pio” e aveva trovato la sua strada nel terrorismo islamico.

“La sua è la classica figura – aveva spiegato il gip Salvini – di immigrato degli anni ’90 che in poco tempo finisce nel mondo della piccola criminalità. Non è un predicatore, ma un operativo, capace di convincere le persone. Va in giro nei dormitori pubblici, nei giardinetti, nelle stazioni dove ci sono pakistani e tunisini, e li porta in moschea”.

Fezzani è stato beccato e ha cambiato aria, andando a raggiungere i compagni jihadisti in Afghanistan, per combattere contro gli americani. Nel 2002 è stato arrestato in Pakistan ed è entrato nell’eccitante circuito dello scaricabarile: gli Usa lo hanno estradato in Italia, che lo ha espulso in Tunisia, che lo ha fatto scappare in Libia. Qui è rientrato nel giro dei terroristi: ha fatto la spola tra Siria e Libia per poi essere sospettato di aver partecipato all’attentato del Bardo (Tunisi, marzo 2015) e di sostenere l’Is a Sirte.

I jihadisti più anziani hanno fatto di meglio: hanno intrapreso la carriera di combattenti stranieri in Afghanistan, raggiungendo i mujaheddin che combattevano contro i sovietici, poi si sono divisi tra quelli che andavano in Bosnia e quelli che raggiungevano l’Algeria, dove il Gruppo islamico combattente lottava contro i francesi e organizzava pure attentati in Europa. Nella seconda metà degli anni Novanta si sono impegnati a costruire cellule di al Qaida in giro per il mondo oppure sono andati a combattere in Cecenia, dove il padre dell’oggi filo-putiniano Kadyrov aveva proclamato il jihad contro il Cremlino.

In questi anni i jihadisti hanno imparato a combattere in contesti urbani e hanno accumulato l’esperienza per alimentare le successive guerre in Medio Oriente. Hanno capito come diffondere l’ideologia e come prolungare i conflitti introducendo episodi di violenza estrema, atti terroristici, propaganda.

Con le guerre americane in Afghanistan e in Iraq sono potuti tornare a combattere. Hanno aiutato e aiutano i Talebani a contrastare il governo di Kabul e sono dilagati in Siria, sparsi tra le formazioni fedeli a al Qaida e quelle del Califfo al Baghdadi. Fezzani ha provato anche l’avventura in Libia, ma gli è andata male, si è dovuto spostare in Sudan e lì è stato arrestato.

Ma nella guerra siriana sono arrivate giovani leve che non hanno nessuna intenzione di mollare, perché sanno che hanno una carriera davanti. Quando il conflitto finirà, verranno espulsi, allontanati, dimenticati, e loro andranno altrove a fare l’unica cosa che sanno fare: combattere.

P.S. La guerra in Siria non è in standby in attesa del referendum italiano. Oggi, ad Aleppo, l’esercito governativo ha bombardato un ospedale pediatrico.