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Cecenia: cosa c’è dietro il raid anti gay

Un leader LGBT che denuncia la Novaya Gazeta e una testimonianza che non compare più da nessuna parte. Lo scandalo delle persecuzioni contro gli omosessuali a Grozny nasconde altri segreti

Viktor Alekseev, leader dell’associazione russa Gayrussia.ru, ha citato per diffamazione la Novaya Gazeta, in merito all’inchiesta sulla repressione degli omosessuali in Cecenia. Alekseev, che il giornale aveva citato nel suo reportage, sostiene che non sia vero che il raid punitivo contro i gay sia scaturito dalla sua richiesta di organizzare una manifestazione per i diritti Lgbt nel Caucaso. Alekseev va oltre: su facebook si dice pronto a partire per Grozny con Tatiana Moscalkova, rappresentante governativa per i diritti umani, a verificare che ciò che ha scritto la Novaya Gazeta è una falsità.

Perché il leader di Gayrussia.ru, da sempre in prima linea per difendere i diritti gay, si scaglia contro un giornale che denuncia i terribili soprusi subiti dagli omosessuali? La denuncia di tre morti e decine di torturati, in una Repubblica dove il presidente Kadyrov dichiara che “i gay non esistono”, è una bufala?
No, la notizia di prigioni segrete a Grozny dove spariscono persone, vengono torturate e uccise, non è una bufala. Continua a leggere “Cecenia: cosa c’è dietro il raid anti gay”

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Pubblicato in: democrazia, proteste, Unione Europea

Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani

Tayyip Erdogan
Recep Tayyip Erdogan

pubblicato su Il Dubbio

Sessantamila purghe tra arresti, sospensioni di dipendenti pubblici, commercianti a cui è stata ritirata la licenza. Ventiquattro emittenti radio e tv chiuse. Striscioni che evocano le impiccagioni e politici che invocano la pena di morte. La Turchia che tutti abbiamo conosciuto, quella su cui contava l’Europa per restare collegata al Medio Oriente, non esiste più.

Finché il delicato equilibrio tra governo e apparato militare ha retto, le spinte autoritarie dei generali o dei presidenti sono state arginate dalla loro controparte. Ankara ha preso di mira i curdi e finanziato gruppi fondamentalisti in Siria, ma ha conservato un certo grado di democrazia e di laicità nelle proprie istituzioni. Poi Erdogan ha deciso di cambiare tutto, e il fallito golpe lo ha aiutato a completare il lavoro. Continua a leggere “Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani”

Pubblicato in: proteste

La guerra della salsicce

Il Kiwi café, Tbilisi
Il Kiwi café, Tbilisi

Carnivori contro vegan. Non è una rissa verbale che avviene sui social network, ma un’aggressione vera, avvenuta in una città vera.

È successo a Tbilisi, capitale della Georgia, la più occidentale delle nazioni del Caucaso. Un gruppo di persone armato di braciole e salsicce ha attaccato il Kiwi café, un bar che offre cucina vegan. Le persone che seguono questa dieta – prova di carne e suoi derivati – sono molto poche da queste parti e vengono considerate non solo strane, ma anche arroganti, perché non si accontentano di mangiare come tutti gli altri e seguono un’alimentazione “sofisticata”. I vegan sono stati aggrediti, dunque, perché scimmiottano abitudini di Paesi “ricchi” come quelli europei o americani e le preferiscono alle sane tradizioni locali. E non solo: chi si ciba di vegetali, dicono queste persone, non è un vero maschio, perché non mangiare le proteine della carne rende deboli come donne. O come gay. È un vecchio luogo comune che vale in tutte le parti del mondo. Figuriamoci nei Paesi del Caucaso, dove cultura machista e spiedini d’agnello vanno a braccetto. Continua a leggere “La guerra della salsicce”

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L’Islanda non è un Paese scandinavo

Reykjavik, le proteste fuori dal Parlamento dopo lo scandalo dei Panama Papers
Reykjavik, le proteste fuori dal Parlamento dopo lo scandalo dei Panama Papers

Si è dimesso, ma non si è ritirato. L’ex premier islandese Sigmundur David Gunnlaugsson, travolto dallo scandalo Panama Papers, non è più a capo del governo, ma resta parlamentare e leader del suo partito – i progressisti. E non solo. Secondo l’opposizione sarebbe anche il burattinaio del suo successore, l’ex ministro per l’Agricoltura Sigurdur Ingi Johannsson, che gode di appena un 3 per cento dei consensi e viene rappresentato sui social network come un pupazzo in mano a un ventriloquo con le fattezze di Gunnlaugsson.

Il passo indietro del premier, dunque, è stato un’operazione di facciata per salvare il governo, che non ha nessuna intenzione di sciogliersi. La coalizione di centrodestra formata da Partito indipendentista e Partito progressista può contare infatti 38 seggi su 63 e sa che se evita di tornare alle urne può continuare a fare il bello e il cattivo tempo nella politica islandese. Continua a leggere “L’Islanda non è un Paese scandinavo”