Pubblicato in: jihad, migranti

La Russia dietro Berlino

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Ci sono varie teorie sul ruolo giocato dal Cremlino negli ultimi attentati terroristici. Da chi lo considera responsabile diretto a chi lo vede come unica salvatrice. Dobbiamo pensare di più ai russi. Non possiamo lasciarli soli. Soli con Putin.

Secondo l’Emirato Islamico del Caucaso – gruppo di jihadisti affiliati ad al Qaida – è Mosca ad aver organizzato l’attentato a Berlino. Il Cremlino aveva avvertito Merkel e Hollande che dovevano smetterla di prendersela con i russi, di spingere sull’allargamento della Nato e di chiudere un occhio sui finanziamenti ai terroristi – in Ucraina in Siria. Continuando su questa linea, gli attentati in patria era il minimo che potessero aspettarsi. «La Russia porta avanti i suoi attacchi sotto falsa bandiera», scrive l’Emirato sul suo sito Kavkaz Center, «e applica la stessa tattica con i cyberattacchi contro Europa e Usa».
Un segnale per punire la Germania, dunque, per far capire a Merkel che deve tornare indietro, sia sulle sanzioni che impone a Mosca, sia sull’ostilità nei confronti delle operazioni russe in Siria.

Questa è la prima teoria, quella di al Qaida. Continua a leggere “La Russia dietro Berlino”

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Pubblicato in: costume

Il regalo giusto

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Il 2016 sta finendo e noi ci sentiamo in colpa. Non abbiamo fatto abbastanza per fermare le guerre, per salvare i bambini, per migliorare la società in cui viviamo.

Il Natale peggiora le cose, perché  mentre mettiamo i regali sotto l’albero e sommergiamo i bimbi di oggetti inutili ci sentiamo ancora più ipocriti. Maestri dei due pesi e due misure.

Possiamo risolvere questo problema? No. Possiamo lavarci dal senso di colpa? No.

Però invece di sprecare tutti i nostri soldi, ma proprio tutti, in beni superflui e inquinanti (dove li butto i giocattoli dopo che il mio viziatissimo figlio se ne è stufato?) possiamo pure investirne qualcuno per una causa utile. Continua a leggere “Il regalo giusto”

Pubblicato in: guerra

Italiani combattenti. Su tutti i fronti

Karim Franceschi
Karim Franceschi

A fianco dello Stato Islamico. Ma anche dei curdi. E persino dell’esercito di Assad. CHi sono gli italiani che sparano in Siria

In mezzo a un vergognoso appiattimento dei media italiani sul referendum renziano, ogni tre o quattro giorni riesce a farsi largo una notiziola su Siria e Iraq. Non quelle sui massacri di civili, per carità: il pubblico si è ormai assuefatto ai bombardamenti, e anche se a essere uccisi non sono gli stessi di un mese fa, anche se sono morti nuovi, la notizia è vecchia.

Quindi è relativamente ininfluente se sono 926 i civili uccisi in Iraq solo a novembre, se l’intelligence americana ha riconosciuto di aver ucciso 24 civili nell’offensiva di Manbij e se ad Aleppo i morti sono circa 240 a settimana, perché i bombardamenti del regime e dei russi stanno facendo tabula rosa dei quartieri orientali. Continua a leggere “Italiani combattenti. Su tutti i fronti”

Pubblicato in: guerra, jihad

I cuccioli del Califfato

Bambini soldato in Siria
Bambini soldato in Siria

Bambini istruiti a combattere, uccidere e torturare. Fin da cinque anni. Basta un pupazzo di Spiderman per avvicinarli. E un bagno nella violenza per non farli tornare indietro

pubblicato su eastonline

Sono “buoni” eppure sparano contro i bambini. I peshmerga curdi che combattono contro l’Isis lo hanno dichiarato più volte: «Ci tocca aprire il fuoco sui ragazzini, perché il Califfo li manda in prima linea».

Continua a leggere “I cuccioli del Califfato”

Pubblicato in: costume

La strana passione di Fidel Castro per le tedesche

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Il lider maximo indossa sempre tute da ginnastica, ma a volte cambia colore e persino brand. I perché di un look fuori dal tempo

È lui o non è lui? È un sosia come quelli di Breznev e di Saddam Hussein? Viene tenuto in piedi con qualche tensostruttura tipo il palo a cui appendevano Francisco Franco? Su Fidel Castro i complottisti di tutto il mondo hanno fatto autoerotismo per anni, ma non si sono chiesti la domanda più importante: perché il lider maximo indossa sempre una tristissima tuta dell’Adidas? Continua a leggere “La strana passione di Fidel Castro per le tedesche”

Pubblicato in: guerra, jihad

La carriera dei terroristi

Fezzani
Il “jihadista” Fezzani

pubblicato su Huffington Post

La notizia dell’arresto di Fezzani – “il reclutatore dell’Isis in Italia” – racconta un paio di verità essenziali nella storia del jihadismo contemporaneo.

La prima è che lo Stato Islamico è un brand così forte da spingere i giornalisti a citarlo a ogni piè sospinto, anche se – come in questo caso – si parla di un’epoca in cui Is non esisteva, dato che Fezzani reclutava in Italia nei primi anni Duemila e quindi lavorava per al Qaida, non per Is. Come molti seguaci di Bin Laden, anche lui pare sia finito a combattere dalla parte del Califfo, ma molti anni dopo aver operato nel nostro Paese.

La seconda verità, e forse la più importante, è che i jihadisti non scompaiono con il jihad. Quando una guerra finisce, quando due parti si accordano per un cessate il fuoco, quando centinaia di terroristi vengono arrestati, i combattenti della guerra santa che restano fuori – dal carcere e dal negoziato – non scompaiono. Semplicemente, si spostano.

Fezzani è libico, ma è partito per l’Italia dalla Tunisia. A Milano vive di espedienti, fa anche lo spacciatore, poi nei primi anni Novanta cambia vita, prende il fucile e va a combattere in Bosnia, dove era stata proclamata l’indipendenza dalla Jugoslavia e una popolazione nominalmente musulmana combatteva contro una prevalentemente cristiano-ortodossa.

I mujaheddin stranieri che in Afghanistan non avevano più che fare, perché la guerra contro i sovietici era finita, decisero che potevano andare a Sarajevo a combatter un nuovo jihad, a convincere la gente che il nazionalismo doveva trasformarsi in fondamentalismo. Arrivarono in quasi cinquemila, reclutando anche gente come Fezzani, che era stato arrestato un po’ di volte per droga, poi era diventato “un uomo pio” e aveva trovato la sua strada nel terrorismo islamico.

“La sua è la classica figura – aveva spiegato il gip Salvini – di immigrato degli anni ’90 che in poco tempo finisce nel mondo della piccola criminalità. Non è un predicatore, ma un operativo, capace di convincere le persone. Va in giro nei dormitori pubblici, nei giardinetti, nelle stazioni dove ci sono pakistani e tunisini, e li porta in moschea”.

Fezzani è stato beccato e ha cambiato aria, andando a raggiungere i compagni jihadisti in Afghanistan, per combattere contro gli americani. Nel 2002 è stato arrestato in Pakistan ed è entrato nell’eccitante circuito dello scaricabarile: gli Usa lo hanno estradato in Italia, che lo ha espulso in Tunisia, che lo ha fatto scappare in Libia. Qui è rientrato nel giro dei terroristi: ha fatto la spola tra Siria e Libia per poi essere sospettato di aver partecipato all’attentato del Bardo (Tunisi, marzo 2015) e di sostenere l’Is a Sirte.

I jihadisti più anziani hanno fatto di meglio: hanno intrapreso la carriera di combattenti stranieri in Afghanistan, raggiungendo i mujaheddin che combattevano contro i sovietici, poi si sono divisi tra quelli che andavano in Bosnia e quelli che raggiungevano l’Algeria, dove il Gruppo islamico combattente lottava contro i francesi e organizzava pure attentati in Europa. Nella seconda metà degli anni Novanta si sono impegnati a costruire cellule di al Qaida in giro per il mondo oppure sono andati a combattere in Cecenia, dove il padre dell’oggi filo-putiniano Kadyrov aveva proclamato il jihad contro il Cremlino.

In questi anni i jihadisti hanno imparato a combattere in contesti urbani e hanno accumulato l’esperienza per alimentare le successive guerre in Medio Oriente. Hanno capito come diffondere l’ideologia e come prolungare i conflitti introducendo episodi di violenza estrema, atti terroristici, propaganda.

Con le guerre americane in Afghanistan e in Iraq sono potuti tornare a combattere. Hanno aiutato e aiutano i Talebani a contrastare il governo di Kabul e sono dilagati in Siria, sparsi tra le formazioni fedeli a al Qaida e quelle del Califfo al Baghdadi. Fezzani ha provato anche l’avventura in Libia, ma gli è andata male, si è dovuto spostare in Sudan e lì è stato arrestato.

Ma nella guerra siriana sono arrivate giovani leve che non hanno nessuna intenzione di mollare, perché sanno che hanno una carriera davanti. Quando il conflitto finirà, verranno espulsi, allontanati, dimenticati, e loro andranno altrove a fare l’unica cosa che sanno fare: combattere.

P.S. La guerra in Siria non è in standby in attesa del referendum italiano. Oggi, ad Aleppo, l’esercito governativo ha bombardato un ospedale pediatrico.

Pubblicato in: democrazia, donne

TotoNobel

Svetlana Gannushkina
Svetlana Gannushkina

Domani assegnano il Premio Nobel per la pace e nonostante non ci sia mai stata tanta penuria di materia prima, gli accademici di Oslo quest’anno hanno ricevuto 376 nomination, un record. La mia intervista del 2013 a una delle candidate

Secondo il direttore del Prio, istituto norvegese di ricerca sulla pace, i favoriti sono cinque: l’attivista russa per i diritti umani Svetlana Gannushkina, presidente del Comitato di assistenza che aiuta migranti e rifugiati; gli Elmetti Bianchi, corpo di volontari siriani che rischiano la vita per salvare le vittime dei bombardamenti; Banyere, Bindu e Mukwege, tre ginecologi congolesi che aiutano i sopravvissuti agli stupri etnici e alle violenze sessuali; Ali Akbar Salehi e Ernest Moniz, ministro iraniano per l’energia e la sua controparte Usa nell’accordo sul nucleare tra i due Paesi; Edward Snowden, famosa spia. Alle previsioni del Prio si aggiungono voci insistenti su un altro candidato forte: i pescatori di Lesbo, che hanno salvato migliaia di migranti che rischiavano di affogare per raggiungere la Grecia.  Continua a leggere “TotoNobel”