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Amico Talebano: un’alleanza in nome dell’antiterrorismo

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pubblicato su eastonline.eu

I tempi cambiano. Una volta erano i nemici per antonomasia – peggio di Be Beep e Will il Coyote – oggi possibili alleati. Sono i russi e i talebani, uniti – dicono loro – dalla comune lotta contro lo Stato Islamico.

Oggi, però, una riunione tripartita a Mosca riapre i giochi. A fine dicembre Putin ha ospitato diplomatici cinesi e pakistani per discutere dell’Afghanistan, senza invitare il governo di Kabul. Il presidente russo ha convinto i due partner a redigere un documento finale in cui si auspica maggiore flessibilità con i Talebani, che in Afghanistan controllano circa 40 distretti e ne rivendicano altrettanti su un totale di 398.  Continua a leggere “Amico Talebano: un’alleanza in nome dell’antiterrorismo”

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Il regalo giusto

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Il 2016 sta finendo e noi ci sentiamo in colpa. Non abbiamo fatto abbastanza per fermare le guerre, per salvare i bambini, per migliorare la società in cui viviamo.

Il Natale peggiora le cose, perché  mentre mettiamo i regali sotto l’albero e sommergiamo i bimbi di oggetti inutili ci sentiamo ancora più ipocriti. Maestri dei due pesi e due misure.

Possiamo risolvere questo problema? No. Possiamo lavarci dal senso di colpa? No.

Però invece di sprecare tutti i nostri soldi, ma proprio tutti, in beni superflui e inquinanti (dove li butto i giocattoli dopo che il mio viziatissimo figlio se ne è stufato?) possiamo pure investirne qualcuno per una causa utile. Continua a leggere “Il regalo giusto”

Pubblicato in: guerra, jihad

La carriera dei terroristi

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Il “jihadista” Fezzani

pubblicato su Huffington Post

La notizia dell’arresto di Fezzani – “il reclutatore dell’Isis in Italia” – racconta un paio di verità essenziali nella storia del jihadismo contemporaneo.

La prima è che lo Stato Islamico è un brand così forte da spingere i giornalisti a citarlo a ogni piè sospinto, anche se – come in questo caso – si parla di un’epoca in cui Is non esisteva, dato che Fezzani reclutava in Italia nei primi anni Duemila e quindi lavorava per al Qaida, non per Is. Come molti seguaci di Bin Laden, anche lui pare sia finito a combattere dalla parte del Califfo, ma molti anni dopo aver operato nel nostro Paese.

La seconda verità, e forse la più importante, è che i jihadisti non scompaiono con il jihad. Quando una guerra finisce, quando due parti si accordano per un cessate il fuoco, quando centinaia di terroristi vengono arrestati, i combattenti della guerra santa che restano fuori – dal carcere e dal negoziato – non scompaiono. Semplicemente, si spostano.

Fezzani è libico, ma è partito per l’Italia dalla Tunisia. A Milano vive di espedienti, fa anche lo spacciatore, poi nei primi anni Novanta cambia vita, prende il fucile e va a combattere in Bosnia, dove era stata proclamata l’indipendenza dalla Jugoslavia e una popolazione nominalmente musulmana combatteva contro una prevalentemente cristiano-ortodossa.

I mujaheddin stranieri che in Afghanistan non avevano più che fare, perché la guerra contro i sovietici era finita, decisero che potevano andare a Sarajevo a combatter un nuovo jihad, a convincere la gente che il nazionalismo doveva trasformarsi in fondamentalismo. Arrivarono in quasi cinquemila, reclutando anche gente come Fezzani, che era stato arrestato un po’ di volte per droga, poi era diventato “un uomo pio” e aveva trovato la sua strada nel terrorismo islamico.

“La sua è la classica figura – aveva spiegato il gip Salvini – di immigrato degli anni ’90 che in poco tempo finisce nel mondo della piccola criminalità. Non è un predicatore, ma un operativo, capace di convincere le persone. Va in giro nei dormitori pubblici, nei giardinetti, nelle stazioni dove ci sono pakistani e tunisini, e li porta in moschea”.

Fezzani è stato beccato e ha cambiato aria, andando a raggiungere i compagni jihadisti in Afghanistan, per combattere contro gli americani. Nel 2002 è stato arrestato in Pakistan ed è entrato nell’eccitante circuito dello scaricabarile: gli Usa lo hanno estradato in Italia, che lo ha espulso in Tunisia, che lo ha fatto scappare in Libia. Qui è rientrato nel giro dei terroristi: ha fatto la spola tra Siria e Libia per poi essere sospettato di aver partecipato all’attentato del Bardo (Tunisi, marzo 2015) e di sostenere l’Is a Sirte.

I jihadisti più anziani hanno fatto di meglio: hanno intrapreso la carriera di combattenti stranieri in Afghanistan, raggiungendo i mujaheddin che combattevano contro i sovietici, poi si sono divisi tra quelli che andavano in Bosnia e quelli che raggiungevano l’Algeria, dove il Gruppo islamico combattente lottava contro i francesi e organizzava pure attentati in Europa. Nella seconda metà degli anni Novanta si sono impegnati a costruire cellule di al Qaida in giro per il mondo oppure sono andati a combattere in Cecenia, dove il padre dell’oggi filo-putiniano Kadyrov aveva proclamato il jihad contro il Cremlino.

In questi anni i jihadisti hanno imparato a combattere in contesti urbani e hanno accumulato l’esperienza per alimentare le successive guerre in Medio Oriente. Hanno capito come diffondere l’ideologia e come prolungare i conflitti introducendo episodi di violenza estrema, atti terroristici, propaganda.

Con le guerre americane in Afghanistan e in Iraq sono potuti tornare a combattere. Hanno aiutato e aiutano i Talebani a contrastare il governo di Kabul e sono dilagati in Siria, sparsi tra le formazioni fedeli a al Qaida e quelle del Califfo al Baghdadi. Fezzani ha provato anche l’avventura in Libia, ma gli è andata male, si è dovuto spostare in Sudan e lì è stato arrestato.

Ma nella guerra siriana sono arrivate giovani leve che non hanno nessuna intenzione di mollare, perché sanno che hanno una carriera davanti. Quando il conflitto finirà, verranno espulsi, allontanati, dimenticati, e loro andranno altrove a fare l’unica cosa che sanno fare: combattere.

P.S. La guerra in Siria non è in standby in attesa del referendum italiano. Oggi, ad Aleppo, l’esercito governativo ha bombardato un ospedale pediatrico.

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Storia di Abdullah, rispedito a Kabul perché i Talebani non sono terroristi

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Dalla Turchia gli afgani vengono rimpatriati senza se e senza ma. Perché solo i siriani possono essere usati come merce di scambio con l’Europa

Abdullah ha viaggiato per 4500 chilometri, e cioè dieci volte la distanza che c’è tra Roma e Milano, ma senza Frecciarossa. È salito su una jeep, poi è stato rinchiuso in qualche appartamento abbandonato, poi di nuovo in moto su un pick up schiacciato come una sardina. Insomma, ne ha fatte di ogni, come tutti i bravi migranti sanno, per raggiungere questa benedetta Europa. Partendo dal lontano Afghanistan è riuscito ad affacciarsi sul Mar Egeo. Ormai era fatta, stava per salire su una barca che l’avrebbe portato sulle isole greche. E invece Abdullah è stato preso dalla guardia costiera turca, portato in un centro di detenzione a Smirne, costretto con la forza ad apporre le impronte digitali su un documento in cui dichiarava che aveva accettato il ritorno volontario nella sua terra. Continua a leggere “Storia di Abdullah, rispedito a Kabul perché i Talebani non sono terroristi”

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La vera storia dei sunniti e degli sciiti

L'ayatollah Khomeini
L’ayatollah Khomeini

Con la rottura dei rapporti tra Arabia Saudita e l’Iran torna in auge la retorica dello scontro tra le due confessioni dell’Islam. È il momento di capire quali sono le differenze tra i due e chi alimenta questa contrapposizione

Sarà capitato anche a voi, di avere una domanda in testa. Di avercela da anni, ma non essere mai riusciti a risponderle veramente. La mia era: ma qual è la vera differenza tra sunniti e sciiti?

La storia che sanno tutti la sapevo anch’io, ok, tutta la faccenda della discendenza da Maometto, dei sunniti che riconoscevano come legittimo successore del profeta il suo migliore amico – nonché suocero – Abu Bakr e degli sciiti che invece avrebbero voluto che gli discendesse Ali, il genero. Ma poi? Possibile che una storia di 1400 anni fa continuasse a generare conflittualità tra i due gruppi senza che ci fossero sostanziali differenze tra i seguaci dell’uno e quelli dell’altro? Mi sembrava come se i cristiani si fossero divisi tra tifosi di diversi evangelisti, luchiti contro giovanniti, o marchiti contro matteiti.

Invece no, mi dicevano i miei amici islamisti (non nel senso dei fondamentalisti ma degli studiosi). C’è una conflittualità politica importante tra sunniti e sciiti che deriva anche dalla  loro storia e dal diverso modo in cui concepiscono l’aspetto religioso dell’esistenza. Eppure a me i due approcci sembravano uguali: il Profeta è Maometto e il Libro il Corano, vanno tutti in moschea e ascoltano gli imam, credono nei cinque pilastri dell’islam (fede nell’unico dio Allah, elemosina, pellegrinaggio, ramandam, obbligo di preghiera) e teoricamente non mangiano maiale né bevono alcool. Dal punto di vista politico, certo, c’era l’eterno scontro tra Iran e Arabia Saudita, i primi sciiti e i secondi sunniti. Ma mi sembrava che la differenza religiosa tra le due potenze non fosse altro che strumentale alla lotta per supremazia in Medio Oriente, e che faticasse a fare presa sulle popolazioni musulmane di altri Paesi.  Continua a leggere “La vera storia dei sunniti e degli sciiti”

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L’Isis nel mondo

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In Libia e in Somalia, ma anche in Afghanistan a sfidare i Talebani. Lo Stato Islamico fa affiliati in tutto il mondo. E procede verso est 

Originariamente pubblicato da La Regione Ticino

Con gli attentati di Parigi il mondo si è accorto che lo Stato Islamico non colpisce solo in Siria e in Iraq. In realtà è da tempo che l’Isis fa proseliti in tutto il mondo, grazie alla fama di vincenti che hanno conquistato i suoi militanti tra i gruppi armati di ogni latitudine. In cerca dello stesso successo, ma soprattutto degli stessi finanziamenti, anche criminali che hanno scoperto da poco l’Islam o militanti che finora avevano simpatizzato con al Qaeda hanno giurato fedeltà al Califfato. In Sinai gruppi di beduini da sempre recalcitranti ad accettare le regole del governo centrale hanno cominciato a strizzare l’occhio ai terroristi quando hanno conquistato una certa autonomia economica, grazie ai traffici illeciti con i palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza. Per poter continuare a guadagnare in quel modo, bisognava affiliarsi a uno Stato che non vietasse il loro commercio, uno che avesse tutte altre regole. E cioè l’Isis.

La grande madre del nuovo jihad contro gli occidentali non è più il conflitto israelo-palestinese, ma la guerra in Libia. Continua a leggere “L’Isis nel mondo”

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I migranti non esistono

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Bono Vox all’Expo ha sostenuto che tutti i fuggitivi sono profughi. E non ha tutti i torti. La storia ci dice che la differenza tra richiedente asilo e semplice immigrato è stata creata ad hoc dagli americani

Non c’è solo Bono a dire che profughi e migranti sono la stessa cosa. La studiosa francese Karen Akoka su Délinquance, justice et autres questions de société spiega perché i due concetti siano stati differenziati e strumentalizzati dalle potenze uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale. Anzi, da alcune potenze tra quelle vittoriose.

Con la Convenzione di Ginevra del 1949, infatti, la comunità internazionale ha definito il profugo come una  “vittima di persecuzione”, decidendo di circoscrivere il campo delle sciagure a quelle imposte dalla politica. Sono stati gli Occidentali a volerlo, perché avevano in mente un profugo ben preciso: il cittadino del Blocco sovietico, che fuggiva dal “giogo del comunismo”. Gli Stati socialisti avevano provato ad imporre un’altra definizione, che comprendesse le vittime di violenze economiche, ma erano in minoranza e non ci sono riusciti. Continua a leggere “I migranti non esistono”