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I cuccioli del Califfato

Bambini soldato in Siria
Bambini soldato in Siria

Bambini istruiti a combattere, uccidere e torturare. Fin da cinque anni. Basta un pupazzo di Spiderman per avvicinarli. E un bagno nella violenza per non farli tornare indietro

pubblicato su eastonline

Sono “buoni” eppure sparano contro i bambini. I peshmerga curdi che combattono contro l’Isis lo hanno dichiarato più volte: «Ci tocca aprire il fuoco sui ragazzini, perché il Califfo li manda in prima linea».

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L’Italia riparte per la Libia

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pubblicato da Huffington Post

Tutto è pronto per cominciare i bombardamenti su Sirte, dove è nato un secondo Califfato dell’Isis. Come cinque anni fa gli europei vogliono vincere dall’aria, senza un vero alleato sul terreno

Visto che l’Isis non si riesce a sconfiggere in Siria, allora andiamo a combatterlo in Libia. È questa l’intenzione degli americani, che dopo quasi due anni di bombardamenti sul Califfato vogliono trasferire la stessa strategia sui cieli di Sirte, dove si sta espandendo un secondo Stato Islamico. La guerra in Siria non solo non l’hanno vinta, ma l’hanno consegnata ai russi, che stanno facendo tutto il contrario di quello che si era prefissata Washington. Eppure sia gli Usa che i loro alleati europei sono convinti che il modello di intervento siriano debba essere praticato anche in Libia. “L’ultima cosa al mondo che vogliamo è un falso califfato che abbia accesso a risorse petrolifere che valgono miliardi di dollari”, ha detto il segretario di Stato Kerry a Roma pochi giorni fa, sostenendo il progetto di un intervento bellico a guida italiana. D’altronde, quella del petrolio è la stessa preoccupazione nutrita da Roma e da Parigi, che non vogliono vedere i pozzi in mano a Isis, né in mano a nessun altro. Continua a leggere “L’Italia riparte per la Libia”

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L’Italia è in guerra. Ma non si dice

 

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni
Le nostre truppe in Iraq sono in prima linea contro l’Isis. I militari italiani presto andranno a recuperare i feriti in mezzo al fuoco nemico. Ma anche se ormai tutte le potenze del mondo stanno combattendo in Siria, Gentiloni e Renzi dichiarano che tutto ciò non ha niente a che fare con la guerra

Il governo italiano è maestro di sinonimi. Per la guerra che sta conducendo in Iraq li ha usati tutti: lotta, contrasto, sfida. E anche adesso che tutte le potenze mondiali si stanno scaraventando in Siria per combattere quella che qualcuno ha già battezzato Guerra mondiale in Medio Oriente, l’Italia non si considera in guerra.

A Erbil, nel Kurdistan iracheno, il governo italiano ha inviato da tempo 750 militari che addestrano i peshmerga curdi a combattere contro Isis. Il ministro degli Esteri Gentiloni ci tiene a precisare che sono solo addestratori, e che il governo non ha nessuna intenzione di inviare forze di terra “operative”, che conducano davvero una “guerra”. Contemporaneamente, però, il premier Renzi si vanta di essere in prima fila nella lotta allo Stato Islamico, in qualità di alleato principale degli Stati Uniti nella Coalizione anti Isis, contribuendo come nessun altro in questa impresa.

Ma c’è di più.

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AAA Cuoco cercasi per Califfato

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apparso su eastonline.eu

Lo Stato Islamico offre lavoro. Da esperti di esplosivi a chef e perfino allenatori. Ma anche social media manager e smanettoni del computer.

Nel 2015 l’organizzazione terroristica più temuta del mondo si è impegnata a cercare qualcuno che la aiutasse a gestire la propria strategia mediatica, e sembra che qualche assunzione azzeccata l’abbia fatta, a giudicare dalla risonanza ottenuta dalle centinaia di video e messaggi che veicola su internet.

A parlare della necessità di nuove reclute, già la scorsa primavera, era apparso un certo Abu Sa’eed Al Britani, ex fruttivendolo inglese convertito alla causa jihadista. In un video dell’ormai collaudata serie Message of a mujahid il combattente britannico aveva fatto appello ai suoi connazionali per trovare esperti di comunicazione che aiutassero l’organizzazione. Tra gli obiettivi: fornire a tutti i militanti le giuste risposte ai dubbi ideologici e pratici che emergevano in battaglia. Dopo i media, secondo Al Britani, il problema era quello degli ospedali, c’era bisogno di medici esperti per controllare lo stato di salute dei “fratelli”, spesso resi disabili dai combattimenti. E poi le cucine: i luoghi dove si prepara il pasto ai jihadisti sono lontani dalle linee di combattimento – almeno 30 chilometri – e chi ancora non se la sente di andare in prima linea può impegnarsi qui, nelle retrovie. Per assicurarsi che non solo il cibo, ma anche le armi e l’equipaggiamento arrivino ai “soldati” in buono stato. Infine gli aspiranti colletti bianchi dei jihadisti possono anche prestare le proprie abilità meccaniche per supervisionare la flotta di furgoncini bianchi che servono ai militanti dello Stato Islamico per qualsiasi spostamento. “Essere un meccanico nel garage di Dawlah è un lavoro utile e pieno di soddisfazioni. Se conoscete la meccanica, lavorate per noi e potete assistere i mujahedin grazie alle vostre capacità”. Continua a leggere “AAA Cuoco cercasi per Califfato”

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Il masochismo dello Stato Islamico

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Aumentano i disertori di Isis. Scappano da un esercito che gli aveva promesso tanti onori, ma gli ha dato solo oneri

pubblicato su eastonline.eu

Lo Stato islamico è una prigione anche per i suoi stessi combattenti. Niente a che vedere con al Qaeda, dove l’indottrinamento e il senso di appartenenza cementavano l’adesione alla causa e impedivano ripensamenti. Isis, al contrario, subisce centinaia di defezioni e tentativi di fuga.

Secondo una ricercatrice del Center for the resolution of intractable conflict che ha incontrato alcuni combattenti in stato di arresto, l’organizzazione di al Baghdadi è meno solida perché le sue campagne di arruolamento non puntano sulla conoscenza dell’islam e sul movente religioso, ma sul desiderio di vendetta e sulla ricerca di un riscatto. Solo che gli stessi che ti devono salvare diventano i tuoi nuovi oppressori. Continua a leggere “Il masochismo dello Stato Islamico”

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L’Isis nel mondo

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In Libia e in Somalia, ma anche in Afghanistan a sfidare i Talebani. Lo Stato Islamico fa affiliati in tutto il mondo. E procede verso est 

Originariamente pubblicato da La Regione Ticino

Con gli attentati di Parigi il mondo si è accorto che lo Stato Islamico non colpisce solo in Siria e in Iraq. In realtà è da tempo che l’Isis fa proseliti in tutto il mondo, grazie alla fama di vincenti che hanno conquistato i suoi militanti tra i gruppi armati di ogni latitudine. In cerca dello stesso successo, ma soprattutto degli stessi finanziamenti, anche criminali che hanno scoperto da poco l’Islam o militanti che finora avevano simpatizzato con al Qaeda hanno giurato fedeltà al Califfato. In Sinai gruppi di beduini da sempre recalcitranti ad accettare le regole del governo centrale hanno cominciato a strizzare l’occhio ai terroristi quando hanno conquistato una certa autonomia economica, grazie ai traffici illeciti con i palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza. Per poter continuare a guadagnare in quel modo, bisognava affiliarsi a uno Stato che non vietasse il loro commercio, uno che avesse tutte altre regole. E cioè l’Isis.

La grande madre del nuovo jihad contro gli occidentali non è più il conflitto israelo-palestinese, ma la guerra in Libia. Continua a leggere “L’Isis nel mondo”