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Cecenia: cosa c’è dietro il raid anti gay

Un leader LGBT che denuncia la Novaya Gazeta e una testimonianza che non compare più da nessuna parte. Lo scandalo delle persecuzioni contro gli omosessuali a Grozny nasconde altri segreti

Viktor Alekseev, leader dell’associazione russa Gayrussia.ru, ha citato per diffamazione la Novaya Gazeta, in merito all’inchiesta sulla repressione degli omosessuali in Cecenia. Alekseev, che il giornale aveva citato nel suo reportage, sostiene che non sia vero che il raid punitivo contro i gay sia scaturito dalla sua richiesta di organizzare una manifestazione per i diritti Lgbt nel Caucaso. Alekseev va oltre: su facebook si dice pronto a partire per Grozny con Tatiana Moscalkova, rappresentante governativa per i diritti umani, a verificare che ciò che ha scritto la Novaya Gazeta è una falsità.

Perché il leader di Gayrussia.ru, da sempre in prima linea per difendere i diritti gay, si scaglia contro un giornale che denuncia i terribili soprusi subiti dagli omosessuali? La denuncia di tre morti e decine di torturati, in una Repubblica dove il presidente Kadyrov dichiara che “i gay non esistono”, è una bufala?
No, la notizia di prigioni segrete a Grozny dove spariscono persone, vengono torturate e uccise, non è una bufala. Continua a leggere “Cecenia: cosa c’è dietro il raid anti gay”

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Un bimbo tagiko non vale niente

Umarali Nazarov
Umarali Nazarov

Russia, San Pietroburgo, bassifondi post sovietici. Storia di Umarali, un bambino di 5 mesi con la colpa di essere tagiko  

Zarina Nazarova ha 21 anni, un figlio di cinque mesi, un marito operaio. Il 13 ottobre a San Pietroburgo fa già freddissimo, ma fortunatamente il suo appartamento è talmente minuscolo che si riscalda con l’alito. Il piccolo Umarali, quindi, dorme tranquillamente mentre lei fa le pulizia di casa. Ma a metà mattinata arriva la polizia. Sono alti, hanno occhi di ghiaccio e urlano in una lingua che lei capisce poco, perché Zarina viene dal Tagikistan, un Paese che una volta faceva parte dell’Urss e che oggi è stato risucchiato dalla miseria. Continua a leggere “Un bimbo tagiko non vale niente”

Ella, da Beslan contro il Cremlino

presidente Golos Beslana
Ella Kesaeva, presidente Golos Beslana

Questa è la prima puntata di Domina, apparsa su Limes il 13 aprile 2015. Una rubrica “femminile” che non si rivolge solo alle donne, ma a chiunque sia interessato a capire come il fattore umano influenzi le relazioni internazionali, e viceversa. Gli spostamenti di popolazione cambiano la struttura familiare, le crisi economiche rafforzano una componente fondamentalista di una chiesa o di una religione, il cambiamento climatico cambia lo stile di vita e può trasformare uno Stato inutile in uno Stato chiave.
Nella prima puntata l’eccidio di una famiglia riassume la politica di un governo, attraverso le parole della rappresentante di Golos Beslana, unica associazione che difende i diritti delle vittime di Beslan. Undici anni fa, nel sud della Russia, centinaia di bambini furono sterminati. Lei ci spiega perché.

A prima vista, Ella Kesaeva sembra una donna qualunque, più avvezza ai lavori domestici che alla politica. Invece è una leader, la più coraggiosa del sud della Russia. Sulla cinquantina, piccola e rotondetta, vestita in modo severo e ordinato, Ella ha un profilo decisamente caucasico. Infatti proviene dall’Ossezia del Nord, quella repubblica che ha ottenuto il privilegio dei riflettori solo una volta nella sua vita, quella più tragica: il massacro di Beslan.

Ella Kesaeva è il capo dell’unica associazione rimasta a difendere i diritti delle vittime, i parenti di quei bambini che nel 2004 furono massacrati nella scuola elementare numero uno. Un gruppo di terroristi, subito bollati dalle autorità come fondamentalisti ceceni, prese in ostaggio l’istituto il primo settembre, quando si festeggiava l’inizio delle lezioni. L’esercito russo intervenne con spietata violenza e il bilancio finale delle vittime raggiunse quota 308.

Da allora, Mosca non ha ancora fatto chiarezza sugli autori del massacro né sulle vere cause della morte dei bambini e dei loro genitori. Ella sostiene che fu l’intervento dell’esercito a mietere i morti e che tutto l’attacco era stato preordinato. Per questa sua posizione, viene minacciata ogni giorno e rischia la galera, ma lei non ha paura.

LIMES: Cosa è successo veramente a Beslan?

ELLA KESAEVA: Centinaia di bambini che potevano salvarsi sono stati uccisi per dare una dimostrazione della forza del Cremlino e della necessità di combattere più aspramente il terrorismo. Finché la scuola è stata in mano ai sequestratori, seppur in condizioni disperate, tutti i bambini erano vivi tranne una ragazzina diabetica che aveva finito l’insulina. Ma con l’intervento dell’esercito, un terzo delle persone che erano nella scuola è stato ucciso. Mia figlia e mio nipote sono usciti da una finestra mentre è avvenuto l’assalto, ma mio nipote non è mai riuscito ad arrivare: l’hanno ucciso tre pallottole dei soldati mentre stava scappando.

Le autorità avevano fatto circondare la scuola da tre anelli di agenti che ci impedivano di avvicinarci. Quando siamo riusciti a penetrare nel primo cordone ci hanno stretto tra un cerchio e l’altro, ci hanno imprigionati. In quei trenta minuti alcuni degli ostaggi si sono trasferiti nel refettorio, poi le Forze di sicurezza russe hanno cominciato a lanciare razzi sulla palestra, e infine su tutto l’edificio. Alla fine per terra c’era un mare di bossoli, che le autorità hanno fatto sparire.

Erano bossoli di lanciarazzi piazzati sui tetti delle case vicine. Proiettili esplosivi i che raggiungono la temperatura di 800 gradi in un secondo e che bruciano i corpi esternamente mentre fanno letteralmente bollire le viscere. È questa la morte che hanno ricevuto le vittime di Beslan.

Quindi il massacro non è colpa dei sequestratori?

Ovviamente è colpa anche dei sequestratori, ma chi li ha manovrati? Della banda di attentatori, 7 dovevano essere in prigione in quel momento e invece erano stati liberati alla vigilia del massacro. Ho visto personalmente i documenti in cui un colonnello dell’esercito russo autorizzava la liberazione di questi prigionieri. Poi si è aggiunta la violenza dell’incursione, sferrata con carri armati e lanciarazzi, un’attrezzatura da guerra, non da intervento di polizia.

Sperate ancora nella giustizia?

Per qualche mese ci abbiamo sperato, ma poi ci siamo resi conto che dietro il massacroc’erano i generali e dietro di loro il governo. Quel massacro serviva al potere per varare una legge più repressiva sulla libertà d’espressione. Nessuno ha mai ammesso che c’era stata della premeditazione nel massacro, anche se noi abbiamo i testimoni. Sulle responsabilità dell’esercito si è pronunciato anche Savelyev, matematico esperto di balistica che faceva parte della commissione di inchiesta istituita dal governo, ma il Cremlino ha dichiarato che non c’era nessun lanciafiamme.

Allora abbiamo seguito il consiglio di Anna Politkovskaya e ci siamo appellati alla Corte di Strasburgo, che non si è ancora pronunciata. L’Osce intanto ha affermato che le autorità russe non hanno fatto chiarezza sull’accaduto.

Come si vive oggi in Caucaso?

I ceceni stanno mandando i loro estremisti nelle altre repubbliche del Caucaso,destabilizzando le aree fuori dai propri confini e migliorando la situazione all’interno, dove si gode anche di un certo grado di libertà. In Cecenia, ad esempio, c’è la libertà di registrarsi come ong. In Ossezia, invece, visto che è da sempre considerata la repubblica più fedele del Cremlino, non è ammessa nessuna apertura e nessuna critica.

Non ci sono organizzazioni non governative a parte la mia, che non è autorizzata a registrarsi. Ci sono controlli a tappeto, non c’è telefono che non sia intercettato e non c’è giornalista libero di scrivere.

Eppure lei e sua sorella lottate ancora…

Io resisto, anche se le forze di sicurezza hanno fatto varie incursioni nei nostri uffici e ci impediscono di lavorare liberamente. Qualche anno fa è venuto un gruppo di storici dalla Repubblica Ceca per fare delle interviste. Volevano visitare un monastero, ma la polizia li ha fermati, ha detto che c’erano delle segnalazioni su stranieri pericolosi. È arrivato un funzionario dell’Fsb e non solo ha bloccato l’escursione, ma ha espulso i cechi per 5 anni! Mia sorella, dopo aver perso sia i figli che il marito, sta cercando di ricostruirsi una vita e ora ha preso in affidamento un bambino.

Sua figlia si è salvata e oggi vive a Mosca, ma i Suoi due nipoti sono morti: come ha reagito sua sorella? 

Dopo i funerali non riusciva più a dormire. Cominciò a frequentare le madri delle vittime, ma la mia famiglia era molto in ansia per lei. Impossibile anche soltanto concepire come un dolore simile possa rovesciarsi su di un’unica persona, tanto era pesante il fardello che le toccava sopportare. Ma lei era sorprendente, quasi stoica nell’affrontare un dolore così grande. Di giorno cercava di sbrigare qualche faccenda, poi le commemorazioni settimanali la distraevano. Non l’ho mai sentita dire: «Ecco, i terroristi erano musulmani». Un vero fedele, diceva, non ucciderebbe mai un uomo. Tantomeno un bambino.  Una volta, durante una notte insonne, mi ha detto: «Eppure non riesco a capire perché Dio non abbia preso anche me, perché mi ha lasciata qua?». «Significa che tu hai un altro destino di fronte, significa che devi ancora fare qualcosa su questa terra», le ho risposto.

Secondo alcuni critici del Cremlino, anche l’omicidio Nemcov fa parte della strategia repressiva del governo, Lei cosa pensa?

Nemcov era un uomo molto rispettoso con i musulmani e non è credibile che sia stato ucciso per oltraggio all’islam. In realtà il suo errore è stato di pubblicare su internet le minacce di morte che aveva ricevuto. In Russia queste cose non si fanno, perché si squarcia un velo che deve rimanere chiuso. Penso dunque che i ceceni lo abbiano ucciso per ordini ricevuti dall’alto, perché lui metteva a rischio il sistema.

Nemcov era un’ottima persona, che nelle sue argomentazioni contro Putin non mancava mai di citare il massacro di Beslan, al contrario di molti oppositori che non hanno il coraggio di affrontare una questione tabù come la nostra. Noi ci rivolgevamo spesso a lui perché non aveva paura di difenderci, anche se in Russia nessuno difende le vittime. Adesso i progressisti non sanno più cosa fare. Il clima in Russia è durissimo, i giornali non hanno libertà d’espressione e il Cremlino esercita un potere assoluto.

Grazie a Mondo in Cammino, associazione di Carmagnola che da dieci anni si occupa di cooperazione in Caucaso e nelle aree colpite da inquinamento nucleare, che ci ha permesso di incontrare Ella. Grazie a Gisella Molino per le foto.