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Da Ikea ai risultati elettorali spagnoli in dieci passi

 

Da sinistra a destra: Mariano Rajoy (Ppe), Albert Rivera (Ciudadanos), Pablo Iglesias (Podemos) e Pedro Sanchez (Psoe)
Da sinistra a destra: Mariano Rajoy (Ppe), Albert Rivera (Ciudadanos), Pablo Iglesias (Podemos) e Pedro Sanchez (Psoe)

1) Ikea apre il suo museo. La celebre azienda svedese vuole celebrare i suoi successi mettendo in mostra gli oggetti che ha creato negli ultimi 70 anni (è stata fondata nel 1943) Il 30 giugno ci sarà una grande cerimonia di apertura a Älmhult, in Svezia, in cui migliaia di persone visiteranno stanzoni pieni di mobili, ma stavolta non potranno nè toccarli nè comprarli. La struttura del museo è grande 7mila metri e contiene 20mila oggetti

2) Contemporaneamente all’apertura del museo verrà inaugurato un programma di formazione da parte dei professionisti di Ikea, che proprio nel Museo istituiranno il proprio dipartimento per l’educazione.  Il focus è quello dell’imprenditoria, della tecnologia e del design Continua a leggere “Da Ikea ai risultati elettorali spagnoli in dieci passi”

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I nostri arabi preferiti

Attivisti per i diritti umani simulazione di una decapitazione in Arabia Saudita
Attivisti per i diritti umani simulazione di una decapitazione in Arabia Saudita

Le donne votano in Arabia Saudita. Ma in realtà a Riad le elezioni non esistono. E la monarchia continua a uccidere chi le pare

Una rivoluzione, una pietra miliare, un salto in avanti. Delle elezioni municipali in Arabia Saudita si è parlato solo per festeggiare l’entrata in campo delle donne, finalmente ammesse a partecipare a un’occasione consultiva nel Paese della segregazione sessuale. Ma come si può parlare di rivoluzione se su circa 800 candidature femminili probabilmente solo una o due si tradurranno in vittorie? Per non parlare del fatto che in Arabia Saudita, in realtà, non si vota. Queste elezioni sono limitate ai consigli municipali, che hanno competenze nella difesa dell’ambiente e nei servizi locali, ma non possono dire una sola parola sulla famiglia reale o sul ruolo del clero. Giusto per aggiungere un dato: su 20 milioni di cittadini, solo un milione e mezzo si è registrato per votare. E di questi, solo 130mila sono donne. Continua a leggere “I nostri arabi preferiti”

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Egitto: se vuoi votare vestiti per bene

Samira Ibrahim, attivista egiziana per i diritti delle donne
Samira Ibrahim, attivista egiziana per i diritti delle donne

Il 18 e 19 ottobre si vota per rinnovare il Parlamento egiziano. Ma le donne che vogliono entrare in un seggio dovranno stare attente a cosa indossano 

Le donne egiziane possono votare, ma non come gli uomini. Gli uomini hanno diritto a inserire la scheda nell’urna in qualsiasi caso, che arrivino al seggio in pigiama o con le pinne e gli occhiali. Le donne, invece, devono stare particolarmente attente. Non devono essere nè troppo coperte nè troppo scoperte, solo chi troverà il giusto equilibrio potrà votare. Continua a leggere “Egitto: se vuoi votare vestiti per bene”

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In Turchia la vagina è un handicap

Women shout slogans and hold banners as they march through central Ankara to commemorate International Women's Day March 8, 2012. REUTERS/Umit Bektas (TURKEY - Tags: SOCIETY CIVIL UNREST) ORG XMIT: ANK01

Il 7 giugno ad Ankara si vota e Erdogan si aspetta – come al solito – di stravincere. Ma molte donne non saranno entusiaste di votare il suo partito, visto che negli anni dei governi Akp la condizione femminile è peggiorata esponenzialmente. E chi uccide la moglie viene invitato come ospite in tv

«L’islam ha chiarito qual è la posizione della donna, è quella di madre. Una donna non può essere trattata come un uomo, perché va contro le leggi di natura. Le caratteristiche, le abitudini e i particolari fisici femminili sono diversi da quelli maschili, non si può certo mettere una madre che allatta un figlio sullo stesso piano del marito. E le donne non possono fare gli stessi lavori degli uomini, come si faceva nei regimi comunisti». Non è il califfo dello Stato Islamico a parlare ma Tayyp Erdogan, presidente del Paese musulmano più secolarizzato del Medio Oriente, la Turchia. L’ha detto pubblicamente, di fronte a un’audience che comprendeva sua figlia Sumeyye, l’anno scorso. Il premier non si vergogna di apparire un maschilista, perché in questi ultimi quindici anni il suo partito ha sempre guadagnato la stragrande maggioranza dei voti nonostante – o grazie a – le sue esternazioni contro una società troppo secolarizzata e una donna troppo emancipata.

Il 7 giugno, però, il partito di Erdogan si presenterà alle elezioni parlamentari indebolito da scandali politici e problemi internazionali, e il malcontento delle donne potrebbe essere la goccia che fa traboccare il vaso. La società turca, infatti, è ammalata di un cronico pregiudizio nei confronti della sua parte femminile, considerata dai più un appendice di quella maschile, che di fronte ai soprusi e alle violenze dei mariti deve tollerare e comprendere. E gli anni di governo dell’Akp non hanno fatto che peggiorare la situazione. «Nel 2010 l’allora ministro della Giustizia rivelò che i femminicidi erano aumentati del 1400 per cento nel corso degli ultimi 7 anni», denuncia Gülsum Kav dell’associazione “Fermeremo gli assassinii di donne”, «Poi però si è pentito di aver parlato e da quel momento non ha più fornito dati. Adesso non abbiamo nessun informazione ufficiali sul fenomeno».

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