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Il regalo giusto

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Il 2016 sta finendo e noi ci sentiamo in colpa. Non abbiamo fatto abbastanza per fermare le guerre, per salvare i bambini, per migliorare la società in cui viviamo.

Il Natale peggiora le cose, perché  mentre mettiamo i regali sotto l’albero e sommergiamo i bimbi di oggetti inutili ci sentiamo ancora più ipocriti. Maestri dei due pesi e due misure.

Possiamo risolvere questo problema? No. Possiamo lavarci dal senso di colpa? No.

Però invece di sprecare tutti i nostri soldi, ma proprio tutti, in beni superflui e inquinanti (dove li butto i giocattoli dopo che il mio viziatissimo figlio se ne è stufato?) possiamo pure investirne qualcuno per una causa utile. Continua a leggere “Il regalo giusto”

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L’Italia è in guerra. Ma non si dice

 

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni
Le nostre truppe in Iraq sono in prima linea contro l’Isis. I militari italiani presto andranno a recuperare i feriti in mezzo al fuoco nemico. Ma anche se ormai tutte le potenze del mondo stanno combattendo in Siria, Gentiloni e Renzi dichiarano che tutto ciò non ha niente a che fare con la guerra

Il governo italiano è maestro di sinonimi. Per la guerra che sta conducendo in Iraq li ha usati tutti: lotta, contrasto, sfida. E anche adesso che tutte le potenze mondiali si stanno scaraventando in Siria per combattere quella che qualcuno ha già battezzato Guerra mondiale in Medio Oriente, l’Italia non si considera in guerra.

A Erbil, nel Kurdistan iracheno, il governo italiano ha inviato da tempo 750 militari che addestrano i peshmerga curdi a combattere contro Isis. Il ministro degli Esteri Gentiloni ci tiene a precisare che sono solo addestratori, e che il governo non ha nessuna intenzione di inviare forze di terra “operative”, che conducano davvero una “guerra”. Contemporaneamente, però, il premier Renzi si vanta di essere in prima fila nella lotta allo Stato Islamico, in qualità di alleato principale degli Stati Uniti nella Coalizione anti Isis, contribuendo come nessun altro in questa impresa.

Ma c’è di più.

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AAA Cuoco cercasi per Califfato

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apparso su eastonline.eu

Lo Stato Islamico offre lavoro. Da esperti di esplosivi a chef e perfino allenatori. Ma anche social media manager e smanettoni del computer.

Nel 2015 l’organizzazione terroristica più temuta del mondo si è impegnata a cercare qualcuno che la aiutasse a gestire la propria strategia mediatica, e sembra che qualche assunzione azzeccata l’abbia fatta, a giudicare dalla risonanza ottenuta dalle centinaia di video e messaggi che veicola su internet.

A parlare della necessità di nuove reclute, già la scorsa primavera, era apparso un certo Abu Sa’eed Al Britani, ex fruttivendolo inglese convertito alla causa jihadista. In un video dell’ormai collaudata serie Message of a mujahid il combattente britannico aveva fatto appello ai suoi connazionali per trovare esperti di comunicazione che aiutassero l’organizzazione. Tra gli obiettivi: fornire a tutti i militanti le giuste risposte ai dubbi ideologici e pratici che emergevano in battaglia. Dopo i media, secondo Al Britani, il problema era quello degli ospedali, c’era bisogno di medici esperti per controllare lo stato di salute dei “fratelli”, spesso resi disabili dai combattimenti. E poi le cucine: i luoghi dove si prepara il pasto ai jihadisti sono lontani dalle linee di combattimento – almeno 30 chilometri – e chi ancora non se la sente di andare in prima linea può impegnarsi qui, nelle retrovie. Per assicurarsi che non solo il cibo, ma anche le armi e l’equipaggiamento arrivino ai “soldati” in buono stato. Infine gli aspiranti colletti bianchi dei jihadisti possono anche prestare le proprie abilità meccaniche per supervisionare la flotta di furgoncini bianchi che servono ai militanti dello Stato Islamico per qualsiasi spostamento. “Essere un meccanico nel garage di Dawlah è un lavoro utile e pieno di soddisfazioni. Se conoscete la meccanica, lavorate per noi e potete assistere i mujahedin grazie alle vostre capacità”. Continua a leggere “AAA Cuoco cercasi per Califfato”

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La vera storia dei sunniti e degli sciiti

L'ayatollah Khomeini
L’ayatollah Khomeini

Con la rottura dei rapporti tra Arabia Saudita e l’Iran torna in auge la retorica dello scontro tra le due confessioni dell’Islam. È il momento di capire quali sono le differenze tra i due e chi alimenta questa contrapposizione

Sarà capitato anche a voi, di avere una domanda in testa. Di avercela da anni, ma non essere mai riusciti a risponderle veramente. La mia era: ma qual è la vera differenza tra sunniti e sciiti?

La storia che sanno tutti la sapevo anch’io, ok, tutta la faccenda della discendenza da Maometto, dei sunniti che riconoscevano come legittimo successore del profeta il suo migliore amico – nonché suocero – Abu Bakr e degli sciiti che invece avrebbero voluto che gli discendesse Ali, il genero. Ma poi? Possibile che una storia di 1400 anni fa continuasse a generare conflittualità tra i due gruppi senza che ci fossero sostanziali differenze tra i seguaci dell’uno e quelli dell’altro? Mi sembrava come se i cristiani si fossero divisi tra tifosi di diversi evangelisti, luchiti contro giovanniti, o marchiti contro matteiti.

Invece no, mi dicevano i miei amici islamisti (non nel senso dei fondamentalisti ma degli studiosi). C’è una conflittualità politica importante tra sunniti e sciiti che deriva anche dalla  loro storia e dal diverso modo in cui concepiscono l’aspetto religioso dell’esistenza. Eppure a me i due approcci sembravano uguali: il Profeta è Maometto e il Libro il Corano, vanno tutti in moschea e ascoltano gli imam, credono nei cinque pilastri dell’islam (fede nell’unico dio Allah, elemosina, pellegrinaggio, ramandam, obbligo di preghiera) e teoricamente non mangiano maiale né bevono alcool. Dal punto di vista politico, certo, c’era l’eterno scontro tra Iran e Arabia Saudita, i primi sciiti e i secondi sunniti. Ma mi sembrava che la differenza religiosa tra le due potenze non fosse altro che strumentale alla lotta per supremazia in Medio Oriente, e che faticasse a fare presa sulle popolazioni musulmane di altri Paesi.  Continua a leggere “La vera storia dei sunniti e degli sciiti”

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Le donne della settimana

1) Alexandra Messare

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La direttrice dei programmi in Grecia di Greenpeace ha inaugurato un’operazione salva profughi nel Mar Egeo insieme a Medici senza frontiere. L’organizzazione ambientalista si è dovuta esporre sul fronte umanitario perché le istituzioni europee stanno lasciando morire decine di migranti che tentano ancora di raggiungere la Grecia via mare dalla Turchia. Continua a leggere “Le donne della settimana”

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Come sconfiggere l’Isis. In 4 mosse

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Sgombrare il campo ideologico, radiare i finanziatori, accerchiare Daesh e attenderne l’implosione. Il generale Mini spiega come affondare i jihadisti. Senza bombardamenti a pioggia 

Un’alleanza con la Russia per bombardare lo Stato Islamico? Se non è corale e condivisa da tutti non solo è inutile, ma controproducente. Trattare il conflitto con i jihadisti come uno scontro di civilità? Un’idea stupida di chi è caduto vittima della propaganda. Il generale Mini, già comandante delle forze Nato in Kosovo, ha le idee chiare: «Non ha senso bombardare a casaccio senza colpire il cuore del nemico. Dobbiamo trattare i jihadisti per quello che sono: una banda di criminali, ai quali bisogna togliere i mezzi di sussistenza. Dobbiamo metterci in testa che per sconfiggerli  dobbiamo assumere dei rischi. L’Occidente si è cullato per decenni nell’idea di poter vivere in pace senza dover tanto faticare per conservarla. È ora che guardi la realtà».

Generale, se i bombardamenti aerei – quelli sferrati da russi, francesi, inglesi – non servono a niente, qual è la prima mossa che gli europei dovrebbero fare per fermare la minaccia jihadista? Continua a leggere “Come sconfiggere l’Isis. In 4 mosse”

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L’Isis nel mondo

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In Libia e in Somalia, ma anche in Afghanistan a sfidare i Talebani. Lo Stato Islamico fa affiliati in tutto il mondo. E procede verso est 

Originariamente pubblicato da La Regione Ticino

Con gli attentati di Parigi il mondo si è accorto che lo Stato Islamico non colpisce solo in Siria e in Iraq. In realtà è da tempo che l’Isis fa proseliti in tutto il mondo, grazie alla fama di vincenti che hanno conquistato i suoi militanti tra i gruppi armati di ogni latitudine. In cerca dello stesso successo, ma soprattutto degli stessi finanziamenti, anche criminali che hanno scoperto da poco l’Islam o militanti che finora avevano simpatizzato con al Qaeda hanno giurato fedeltà al Califfato. In Sinai gruppi di beduini da sempre recalcitranti ad accettare le regole del governo centrale hanno cominciato a strizzare l’occhio ai terroristi quando hanno conquistato una certa autonomia economica, grazie ai traffici illeciti con i palestinesi rinchiusi nella Striscia di Gaza. Per poter continuare a guadagnare in quel modo, bisognava affiliarsi a uno Stato che non vietasse il loro commercio, uno che avesse tutte altre regole. E cioè l’Isis.

La grande madre del nuovo jihad contro gli occidentali non è più il conflitto israelo-palestinese, ma la guerra in Libia. Continua a leggere “L’Isis nel mondo”