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I cuccioli del Califfato

Bambini soldato in Siria
Bambini soldato in Siria

Bambini istruiti a combattere, uccidere e torturare. Fin da cinque anni. Basta un pupazzo di Spiderman per avvicinarli. E un bagno nella violenza per non farli tornare indietro

pubblicato su eastonline

Sono “buoni” eppure sparano contro i bambini. I peshmerga curdi che combattono contro l’Isis lo hanno dichiarato più volte: «Ci tocca aprire il fuoco sui ragazzini, perché il Califfo li manda in prima linea».

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Pubblicato in: guerra, jihad

La carriera dei terroristi

Fezzani
Il “jihadista” Fezzani

pubblicato su Huffington Post

La notizia dell’arresto di Fezzani – “il reclutatore dell’Isis in Italia” – racconta un paio di verità essenziali nella storia del jihadismo contemporaneo.

La prima è che lo Stato Islamico è un brand così forte da spingere i giornalisti a citarlo a ogni piè sospinto, anche se – come in questo caso – si parla di un’epoca in cui Is non esisteva, dato che Fezzani reclutava in Italia nei primi anni Duemila e quindi lavorava per al Qaida, non per Is. Come molti seguaci di Bin Laden, anche lui pare sia finito a combattere dalla parte del Califfo, ma molti anni dopo aver operato nel nostro Paese.

La seconda verità, e forse la più importante, è che i jihadisti non scompaiono con il jihad. Quando una guerra finisce, quando due parti si accordano per un cessate il fuoco, quando centinaia di terroristi vengono arrestati, i combattenti della guerra santa che restano fuori – dal carcere e dal negoziato – non scompaiono. Semplicemente, si spostano.

Fezzani è libico, ma è partito per l’Italia dalla Tunisia. A Milano vive di espedienti, fa anche lo spacciatore, poi nei primi anni Novanta cambia vita, prende il fucile e va a combattere in Bosnia, dove era stata proclamata l’indipendenza dalla Jugoslavia e una popolazione nominalmente musulmana combatteva contro una prevalentemente cristiano-ortodossa.

I mujaheddin stranieri che in Afghanistan non avevano più che fare, perché la guerra contro i sovietici era finita, decisero che potevano andare a Sarajevo a combatter un nuovo jihad, a convincere la gente che il nazionalismo doveva trasformarsi in fondamentalismo. Arrivarono in quasi cinquemila, reclutando anche gente come Fezzani, che era stato arrestato un po’ di volte per droga, poi era diventato “un uomo pio” e aveva trovato la sua strada nel terrorismo islamico.

“La sua è la classica figura – aveva spiegato il gip Salvini – di immigrato degli anni ’90 che in poco tempo finisce nel mondo della piccola criminalità. Non è un predicatore, ma un operativo, capace di convincere le persone. Va in giro nei dormitori pubblici, nei giardinetti, nelle stazioni dove ci sono pakistani e tunisini, e li porta in moschea”.

Fezzani è stato beccato e ha cambiato aria, andando a raggiungere i compagni jihadisti in Afghanistan, per combattere contro gli americani. Nel 2002 è stato arrestato in Pakistan ed è entrato nell’eccitante circuito dello scaricabarile: gli Usa lo hanno estradato in Italia, che lo ha espulso in Tunisia, che lo ha fatto scappare in Libia. Qui è rientrato nel giro dei terroristi: ha fatto la spola tra Siria e Libia per poi essere sospettato di aver partecipato all’attentato del Bardo (Tunisi, marzo 2015) e di sostenere l’Is a Sirte.

I jihadisti più anziani hanno fatto di meglio: hanno intrapreso la carriera di combattenti stranieri in Afghanistan, raggiungendo i mujaheddin che combattevano contro i sovietici, poi si sono divisi tra quelli che andavano in Bosnia e quelli che raggiungevano l’Algeria, dove il Gruppo islamico combattente lottava contro i francesi e organizzava pure attentati in Europa. Nella seconda metà degli anni Novanta si sono impegnati a costruire cellule di al Qaida in giro per il mondo oppure sono andati a combattere in Cecenia, dove il padre dell’oggi filo-putiniano Kadyrov aveva proclamato il jihad contro il Cremlino.

In questi anni i jihadisti hanno imparato a combattere in contesti urbani e hanno accumulato l’esperienza per alimentare le successive guerre in Medio Oriente. Hanno capito come diffondere l’ideologia e come prolungare i conflitti introducendo episodi di violenza estrema, atti terroristici, propaganda.

Con le guerre americane in Afghanistan e in Iraq sono potuti tornare a combattere. Hanno aiutato e aiutano i Talebani a contrastare il governo di Kabul e sono dilagati in Siria, sparsi tra le formazioni fedeli a al Qaida e quelle del Califfo al Baghdadi. Fezzani ha provato anche l’avventura in Libia, ma gli è andata male, si è dovuto spostare in Sudan e lì è stato arrestato.

Ma nella guerra siriana sono arrivate giovani leve che non hanno nessuna intenzione di mollare, perché sanno che hanno una carriera davanti. Quando il conflitto finirà, verranno espulsi, allontanati, dimenticati, e loro andranno altrove a fare l’unica cosa che sanno fare: combattere.

P.S. La guerra in Siria non è in standby in attesa del referendum italiano. Oggi, ad Aleppo, l’esercito governativo ha bombardato un ospedale pediatrico.

Pubblicato in: jihad, maternità

Mother power

Carta di Laura Canali

[carta di Laura Canali]

Le mamme dei combattenti stranieri partiti per la guerra santa si aggregano per arginare o prevenire il reclutamento di nuovi ragazzi. Un’arma potente grazie all’importanza materna nell’islam e al legame con il figlio anche dopo la partenza.

Quelle di Plaza de Mayo ormai sono diventate nonne, ma non smettono di fare politica.
Le mamme che creano movimenti e associazioni di lotta civile in nome dei loro figli si moltiplicano. Perché dopo averli persi per sempre, combattere per cambiare la società e la politica può diventare una nuova ragione di vivere.
Succede anche ai tempi del jihadismo globale, con le madri dei nuovi desaparecidos: ragazzi che non sono stati rapiti e uccisi da una dittatura, come successo in Argentina, ma da un’ideologia, che li ha resi prima carnefici e poi vittime del fondamentalismo.

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Pubblicato in: guerra, jihad

Le nostre armi contro il terrorismo

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Non sarà un piano a tre punti che sconfiggerà Isis e al Qaida. E non ci sarà nessuna mission accomplished. Ma gli attentati si possono fermare se un certo tipo di uomini con la pistola impara a organizzarsi

Uno, due e tre. Nell’era del powerpoint e dei social network non c’è niente che funzioni di più delle liste a 3 punti. Tre come la trinità, come tesi-antitesi-sintesi di Kant, come le parti in cui si deve svolgere un compito in classe a Parigi, come i primi numeri scanditi dai bambini per salire le scale o giocare a bandierina. Niente di meglio di un piano in tre punti che risolva tutti i problemi del mondo, pensano gli americani, che amano semplicità e classificazione.  Continua a leggere “Le nostre armi contro il terrorismo”

Pubblicato in: jihad

Chi e perché ha fatto l’attentato in Turchia

At Least 10 Killed In Suicide Bomb Attack On Ataturk International Airport In Istanbul

Non è la prima volta che i terroristi colpiscono la Turchia, ma è la prima in cui attaccano un luogo di importanza internazionale come l’aeroporto. I colpevoli sono i jihadisti di Isis e l’obiettivo è senza dubbio mettere in guardia il governo di Erdogan per le scelte che sta facendo in politica estera. E i motivi per cui l’attentato avviene qui e ora sono tre:

  1. Il governo turco è molto indebolito. Per anni ha tollerato la crescita dello Stato Islamico ai suoi confini a patto che lottasse contro il proprio nemico numero uno in Siria, il presidente siriano Assad. Ma i veri alleati dei turchi non erano quelli di Isis, bensì i combattenti islamici dell’Esercito della Conquista, un insieme di fazioni più vicine ad al Qaida. Negli ultimi tempi non è più stato possibile fare l’equilibrista, perché Isis ha attaccato sempre di più queste fazioni islamiche, invece del presidente Assad, ed è arrivata ad attaccare la stessa Turchia. Erdogan ha quindi deciso di chiudere molti canali di passaggio che portavano  combattenti e rifornimenti allo Stato Islamico. Ha ricucito i rapporti con gli Usa e persino con Israele – nemici di tutti i jihadisti. Per rompere queste alleanza non c’è niente di meglio che colpire il punto debole dei turchi: l’eterna guerra contro i curdi. Un popolo considerato nemico dalla Turchia perché lotta per l’indipendenza del suo territorio, ma amico storico degli israeliani e oggi anche degli americani perché combatte con successo contro Isis.  Quindi lo Stato Islamico ha attaccato Istanbul per avvertire i turchi che non devono andare avanti con questa politica, e non ha rivendicato l’attentato proprio per alimentare il sospetto che i colpevoli siano terroristi curdi.
  2. Negli ultimi mesi la Turchia sta cercando di negoziare un avvicinamento anche con la Russia, che è alleata da sempre con il presidente siriano Assad e che ha bombardato e colpito duramente l’Esercito della Conquista. Turchi e russi per questo motivo avevano rotto ogni rapporto, ma adesso tutti entrambi i Paesi hanno problemi economici e subiscono l’isolamento dei Paesi occidentali, che li condannano per violazioni dei diritti umani, quindi cercano di farsi forza. Il loro riavvicinamento, però, non può che essere malvisto dai  jihadisti, in particolar modo da quelli che vengono da regioni russe o sotto influenza russa, che combattono il jihad proprio per dimostrare a Putin che non può mettere i piedi in testa ai musulmani. Guarda caso, gli attentatori di Istanbul vengono proprio da queste regioni: Uzbekistan, Kirghizistan e Caucaso.
  3. La nota positiva è che lo Stato islamico somiglia sempre più alla mafia e come la mafia compie attacchi via via più spettacolari man mano che si indebolisce. Isis in Iraq e Siria ha perso molti territori e c’è l’ipotesi che voglia trasferire le sue attività proprio in Turchia, dove si sarebbero formate cellule autonome di jihadisti che organizzano attentati anche in luoghi lontani dal confine. Il problema è che la mafia, dopo gli attentati del 1992-93 in Italia, ha cominciato a perdere colpi sul territorio, ma si è rafforzata come rete, gestendo affari sempre più internazionali. Così i jihadisti rischiano di perdere il loro Califfato ma di proseguire la loro impresa terroristica in tutto il mondo, se non vengono fermate le loro fonti di finanziamento

 

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Fighetti del jihad?

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Groupie nell’Isis? Sono poche, ma ci sono anche donne che esaltano il jihadista macho

Li chiamano jihotties, che in italiano suona un po’ come idioti. In realtà, in americano è un neologismo per definire i “fighetti del jihad”. L’ha coniato la Cnn parlando dei combattenti della guerra santa che postano le loro foto su internet per convincere donne occidentali a sposare un valoroso guerrigliero jihadista.

In realtà il fenomeno delle groupies tra le ragazze europee che partono per lo Stato islamico è assolutamente minoritario e la maggior parte di queste donne partono perché convinte di poter seguire una causa ideologica più grande e potente di quelle che offre loro l’Occidente. Eppure c’è anche chi usa l’arma dell’attrazione per incoraggiare le ragazze a venire a sposarsi in Siria. Ci sarebbe una blogger, in particolare, di nome Shams, che si fa chiamare Uccello del Jannah (paradiso) e che proviene dalla Malesia, assoldata dal 2013 dall’Isis. Shams è impegnata a scrivere post capaci di rievocare racconti romantici che sottolineano la possibilità di lasciarsi indietro il passato per scegliere una nuova vita fatta di passione travolgente. I combattenti, infatti, sarebbero garanzia di mascolinità, e vengono rappresentati come eroi che sanno essere molto affascinati proprio per il loro coraggio e il loro desiderio di combattere.

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L’Italia riparte per la Libia

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pubblicato da Huffington Post

Tutto è pronto per cominciare i bombardamenti su Sirte, dove è nato un secondo Califfato dell’Isis. Come cinque anni fa gli europei vogliono vincere dall’aria, senza un vero alleato sul terreno

Visto che l’Isis non si riesce a sconfiggere in Siria, allora andiamo a combatterlo in Libia. È questa l’intenzione degli americani, che dopo quasi due anni di bombardamenti sul Califfato vogliono trasferire la stessa strategia sui cieli di Sirte, dove si sta espandendo un secondo Stato Islamico. La guerra in Siria non solo non l’hanno vinta, ma l’hanno consegnata ai russi, che stanno facendo tutto il contrario di quello che si era prefissata Washington. Eppure sia gli Usa che i loro alleati europei sono convinti che il modello di intervento siriano debba essere praticato anche in Libia. “L’ultima cosa al mondo che vogliamo è un falso califfato che abbia accesso a risorse petrolifere che valgono miliardi di dollari”, ha detto il segretario di Stato Kerry a Roma pochi giorni fa, sostenendo il progetto di un intervento bellico a guida italiana. D’altronde, quella del petrolio è la stessa preoccupazione nutrita da Roma e da Parigi, che non vogliono vedere i pozzi in mano a Isis, né in mano a nessun altro. Continua a leggere “L’Italia riparte per la Libia”