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Il regalo giusto

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Il 2016 sta finendo e noi ci sentiamo in colpa. Non abbiamo fatto abbastanza per fermare le guerre, per salvare i bambini, per migliorare la società in cui viviamo.

Il Natale peggiora le cose, perché  mentre mettiamo i regali sotto l’albero e sommergiamo i bimbi di oggetti inutili ci sentiamo ancora più ipocriti. Maestri dei due pesi e due misure.

Possiamo risolvere questo problema? No. Possiamo lavarci dal senso di colpa? No.

Però invece di sprecare tutti i nostri soldi, ma proprio tutti, in beni superflui e inquinanti (dove li butto i giocattoli dopo che il mio viziatissimo figlio se ne è stufato?) possiamo pure investirne qualcuno per una causa utile. Continua a leggere “Il regalo giusto”

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Perché i fatti di Colonia non c’entrano con l’islam. Ovvero Tutti femministi col culo degli altri

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Le violenze contro le donne registrate a Colonia hanno fatto gridare di nuovo al conflitto tra Occidente cristiano e mondo musulmano. Invece quello che è successo ha poco a che fare con la religione

In Germania nella notte tra il 31 dicembre e il 1 gennaio si è registrato un numero altissimo di assalti sessuali nei confronti delle donne. Le denunce di molestie si sono moltiplicate soprattutto a Colonia, città del sud cattolico tedesco, dove il numero di donne che si sono rivolte al tribunale è cresciuto giorno dopo giorno, fino a raggiungere quota 652. Non tutte sono denunce di violenza sessuale: secondo alcuni giornali il 40 per cento, secondo altri l’80. Due sarebbero i casi di stupro, mentre centinaia gli episodi di contatti fisici aggressivi, mani che toccano parti intime o che addirittura si infilano sotto i vestiti, gruppi di maschi che circondano donne e cercano di spogliarle. Da nessuna parte si riescono a trovare le statistiche relative ai Capodanni degli anni precedenti, e resta ancora poco chiaro il motivo di un’escalation graduale di denunce, che sono cresciute giorno dopo giorno parallelamente alle proteste contro i costi dell’accoglienza agli immigrati.

Ma diamo per assodato che il fenomeno sia davvero fuori da ogni scala. Sgombriamo il campo da possibili complotti securitari, anche se il governo tedesco sta parlando di aumentare i fondi per gli apparati di intelligence e sta assegnando nuovi agenti di sicurezza ai commissariati locali con lo scopo di prevenire nuovi episodi. Quello che va sottolineato è la diversità d’approccio tra la stampa tedesca e quella italiana. L’opinione pubblica di tutta la Germania ha messo sotto accusa un gruppo preciso di persone: i poliziotti. Sono loro che avrebbero dovuto pattugliare meglio le strade e le piazza delle maggiori città del Paese, inondate da gente mezza ubriaca e stipata come sardine di fronte ai concerti di capodanno. Sono loro che avrebbero dovuto prevedere la possibilità di episodi di questo genere e organizzarsi per difendere i cittadini più vulnerabili, ovvero le donne.

Invece in Italia di questo dibattito non si è nemmeno parlato. In Italia tanta gente ha gongolato contro l’odiata Frau Merkel pensando: L’hai voluti ospita’ tutti ‘sti rifugiati? E mo’ ti ci voglio. A questo sentimento comune ha dato voce anche Lucia Annunziata sull’Huffington Post.

La notte che ha inaugurato il 2016 nel paese che ha generosamente aperto le porte al maggior numero, circa un milione, di profughi dal Medioriente e da altre zone di guerra, è stata macchiata da quello che possiamo definire il primo episodio di scontro di civiltà, la prima sfida consapevole dei nuovi arrivati al nostro mondo. Un annuncio gravido di molte cose a venire. Tanto più grave perché qui non si tratta di Isis, qui non siamo di fronte a nessuna motivazione religiosa: anzi i giovani immigrati arrivati a migliaia di migliaia in Europa in questi mesi e generosamente accolti in Germania sono tecnicamente in fuga dalla guerra. 

Solo che questa nemesi della Germania che si ritrova a essere attaccata da gente che ha “generosamente” ospitato, immigrati arrivati negli ultimi mesi scappando da Isis, non esiste. Perché chi è stato a colpire le donne ancora non si sa – hanno già arrestato e rilasciato più di 20 persone – ma tutti i sospettati sono nordafricani – probabilmente algerini e marocchini – e non hanno niente a che fare con la straordinaria ondata di rifugiati giunti da Siria e Iraq in questi mesi. Continua a leggere “Perché i fatti di Colonia non c’entrano con l’islam. Ovvero Tutti femministi col culo degli altri”

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Le donne della settimana

1) Alexandra Messare

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La direttrice dei programmi in Grecia di Greenpeace ha inaugurato un’operazione salva profughi nel Mar Egeo insieme a Medici senza frontiere. L’organizzazione ambientalista si è dovuta esporre sul fronte umanitario perché le istituzioni europee stanno lasciando morire decine di migranti che tentano ancora di raggiungere la Grecia via mare dalla Turchia. Continua a leggere “Le donne della settimana”

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Primo, unico, insostituibile

Isaias Afewerki
Isaias Afewerki

La malattia butta giù dalla poltrona Afewerki, il presidente che ha creato il maggior numero di rifugiati in Europa

Dopo 22 anni al potere, anche lui non ce la fa più a sopportare se stesso. Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea da quando è nata, sta male. Fonti della diaspora raccontano che è così malato da non poter più esercitare le sue funzioni, assunte da un quadrumvirato di militari. Continua a leggere “Primo, unico, insostituibile”

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Aiutarli a casa loro/2: Nigeria

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La maggior parte dei profughi nigeriani non vivono in Europa, ma in Nigeria. A Maidoguri ci sono un milione e 600mila rifugiati interni, fuggiti dai raid di Boko Haram. Qualche consiglio per aiutarli

Il gruppo dei combattenti islamici nigeriani è così spietato che la stessa al Qaeda in passato aveva espresso perplessità sui metodi della sua filiale. Ora, però, Boko Haram è passato dalla parte dello Stato Islamico e non teme più critiche. Continua a leggere “Aiutarli a casa loro/2: Nigeria”

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Come e perché sono scappato dall’Eritrea

La fuga dei migranti da Eritrea, Etiopia e Somalia verso l’Europa segue un itinerario preciso, dettato da agenzie sudanesi specializzate nel “trasporto” di esseri umani. Da Asmara scappano 3mila persone al mese, perché in uno Stato militare non c’è futuro. E se il flusso di rifugiati aumenta, i trafficanti combattono per guadagnarsi una reputazione e prendersi la fetta più grande del mercato

Il traffico di esseri umani sposa il libero mercato. Per chi vuole scappare dal Corno d’Africa – Etiopia, Eritrea, Somalia – oggi c’è una ricca offerta di servizi, tutti basati in Sudan. È qui che si è sviluppato il ricchissimo business dello sfruttamento dei migranti.

A Khartoum una serie di agenzie offre viaggi in Libia e cerca di conquistare il maggior numero di fuggitivi snocciolando i numeri dei propri successi: mille, duemila persone portate in Europa, nessun naufragio, solo qualche disperso in mare. Per avere tanti clienti conviene garantire l’efficienza del servizio: non più infiniti passaggi di mano tra piccoli trafficanti dunque, ma un unico viaggio verso una destinazione certa in Libia, dove gli accordi con gli scafisti locali sono già siglati.

“In meno di una settimana si arriva sulla costa e dopo qualche giorno si sale sul barcone“, spiega Amr Adam, attivista eritreo che vive in Italia e membro del Coordinamento Eritrea Democratica. “Niente stupri nel tragitto, altrimenti ci si rovina la reputazione e i rifugiati si rivolgono a un altro trafficante. Naturalmente per garantire l’efficienza bisogna abbattere i costi e il viaggio verso la Libia si fa in 40 su una jeep”. Pensa a tutto il trafficante, che di solito è della stessa nazionalità del migrante, perché è tramite i connazionali in patria che si costruisce la reputazione.

I libici subentrano alla fine della filiera, per trasportare le persone attraverso il Mar Mediterraneo. “Ogni agenzia di trafficanti ha il suo ‘ufficio’ in una città della Libia”, racconta Adem. “La sede è in una villetta anonima, dove si arriva di notte e ci si infila dentro in 200. Quando è pronta la barca, si esce e si va sulla spiaggia, dove i motoscafi ritirano i migranti dieci a dieci per caricarli sulla barca…

L’articolo completo su Limes