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I migranti non esistono

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Bono Vox all’Expo ha sostenuto che tutti i fuggitivi sono profughi. E non ha tutti i torti. La storia ci dice che la differenza tra richiedente asilo e semplice immigrato è stata creata ad hoc dagli americani

Non c’è solo Bono a dire che profughi e migranti sono la stessa cosa. La studiosa francese Karen Akoka su Délinquance, justice et autres questions de société spiega perché i due concetti siano stati differenziati e strumentalizzati dalle potenze uscite vittoriose dalla Seconda guerra mondiale. Anzi, da alcune potenze tra quelle vittoriose.

Con la Convenzione di Ginevra del 1949, infatti, la comunità internazionale ha definito il profugo come una  “vittima di persecuzione”, decidendo di circoscrivere il campo delle sciagure a quelle imposte dalla politica. Sono stati gli Occidentali a volerlo, perché avevano in mente un profugo ben preciso: il cittadino del Blocco sovietico, che fuggiva dal “giogo del comunismo”. Gli Stati socialisti avevano provato ad imporre un’altra definizione, che comprendesse le vittime di violenze economiche, ma erano in minoranza e non ci sono riusciti. Continua a leggere “I migranti non esistono”

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Come e perché sono scappato dall’Eritrea

La fuga dei migranti da Eritrea, Etiopia e Somalia verso l’Europa segue un itinerario preciso, dettato da agenzie sudanesi specializzate nel “trasporto” di esseri umani. Da Asmara scappano 3mila persone al mese, perché in uno Stato militare non c’è futuro. E se il flusso di rifugiati aumenta, i trafficanti combattono per guadagnarsi una reputazione e prendersi la fetta più grande del mercato

Il traffico di esseri umani sposa il libero mercato. Per chi vuole scappare dal Corno d’Africa – Etiopia, Eritrea, Somalia – oggi c’è una ricca offerta di servizi, tutti basati in Sudan. È qui che si è sviluppato il ricchissimo business dello sfruttamento dei migranti.

A Khartoum una serie di agenzie offre viaggi in Libia e cerca di conquistare il maggior numero di fuggitivi snocciolando i numeri dei propri successi: mille, duemila persone portate in Europa, nessun naufragio, solo qualche disperso in mare. Per avere tanti clienti conviene garantire l’efficienza del servizio: non più infiniti passaggi di mano tra piccoli trafficanti dunque, ma un unico viaggio verso una destinazione certa in Libia, dove gli accordi con gli scafisti locali sono già siglati.

“In meno di una settimana si arriva sulla costa e dopo qualche giorno si sale sul barcone“, spiega Amr Adam, attivista eritreo che vive in Italia e membro del Coordinamento Eritrea Democratica. “Niente stupri nel tragitto, altrimenti ci si rovina la reputazione e i rifugiati si rivolgono a un altro trafficante. Naturalmente per garantire l’efficienza bisogna abbattere i costi e il viaggio verso la Libia si fa in 40 su una jeep”. Pensa a tutto il trafficante, che di solito è della stessa nazionalità del migrante, perché è tramite i connazionali in patria che si costruisce la reputazione.

I libici subentrano alla fine della filiera, per trasportare le persone attraverso il Mar Mediterraneo. “Ogni agenzia di trafficanti ha il suo ‘ufficio’ in una città della Libia”, racconta Adem. “La sede è in una villetta anonima, dove si arriva di notte e ci si infila dentro in 200. Quando è pronta la barca, si esce e si va sulla spiaggia, dove i motoscafi ritirano i migranti dieci a dieci per caricarli sulla barca…

L’articolo completo su Limes