Pubblicato in: guerra, incontro

La nuova Siria secondo la Russia

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pubblicato su Il Dubbio

Al summit di Astana Mosca e Ankara prendono accordi sul futuro di Damasco, sordi alle dichiarazioni delle parti in guerra

Ad Astana gli invitati sono arrivati un giorno dopo, ma i russi non si sono scomposti. I ritardatari erano i rappresentanti dell’opposizione siriana e il motivo della convocazione i colloqui di pace in Kazakistan. Russia, Iran e Turchia hanno scelto Astana per mettere d’accordo il regime di Assad con quei ribelli che non rientrano nella loro definizione di terroristi. Una sede che ospita i colloqui di pace già da dicembre, nonostante la comunità internazionale si incontri regolarmente a Ginevra, dove i negoziati apriranno di nuovo i battenti il 23 febbraio. Ma i play- maker, in Siria, sono loro – russi e turchi – e ad Astana vogliono trovare la “loro” soluzione, alla quale gli americani sono solo invitati ad assistere. Continua a leggere “La nuova Siria secondo la Russia”

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Pubblicato in: democrazia, proteste, Unione Europea

Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani

Tayyip Erdogan
Recep Tayyip Erdogan

pubblicato su Il Dubbio

Sessantamila purghe tra arresti, sospensioni di dipendenti pubblici, commercianti a cui è stata ritirata la licenza. Ventiquattro emittenti radio e tv chiuse. Striscioni che evocano le impiccagioni e politici che invocano la pena di morte. La Turchia che tutti abbiamo conosciuto, quella su cui contava l’Europa per restare collegata al Medio Oriente, non esiste più.

Finché il delicato equilibrio tra governo e apparato militare ha retto, le spinte autoritarie dei generali o dei presidenti sono state arginate dalla loro controparte. Ankara ha preso di mira i curdi e finanziato gruppi fondamentalisti in Siria, ma ha conservato un certo grado di democrazia e di laicità nelle proprie istituzioni. Poi Erdogan ha deciso di cambiare tutto, e il fallito golpe lo ha aiutato a completare il lavoro. Continua a leggere “Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani”

Pubblicato in: jihad

Chi e perché ha fatto l’attentato in Turchia

At Least 10 Killed In Suicide Bomb Attack On Ataturk International Airport In Istanbul

Non è la prima volta che i terroristi colpiscono la Turchia, ma è la prima in cui attaccano un luogo di importanza internazionale come l’aeroporto. I colpevoli sono i jihadisti di Isis e l’obiettivo è senza dubbio mettere in guardia il governo di Erdogan per le scelte che sta facendo in politica estera. E i motivi per cui l’attentato avviene qui e ora sono tre:

  1. Il governo turco è molto indebolito. Per anni ha tollerato la crescita dello Stato Islamico ai suoi confini a patto che lottasse contro il proprio nemico numero uno in Siria, il presidente siriano Assad. Ma i veri alleati dei turchi non erano quelli di Isis, bensì i combattenti islamici dell’Esercito della Conquista, un insieme di fazioni più vicine ad al Qaida. Negli ultimi tempi non è più stato possibile fare l’equilibrista, perché Isis ha attaccato sempre di più queste fazioni islamiche, invece del presidente Assad, ed è arrivata ad attaccare la stessa Turchia. Erdogan ha quindi deciso di chiudere molti canali di passaggio che portavano  combattenti e rifornimenti allo Stato Islamico. Ha ricucito i rapporti con gli Usa e persino con Israele – nemici di tutti i jihadisti. Per rompere queste alleanza non c’è niente di meglio che colpire il punto debole dei turchi: l’eterna guerra contro i curdi. Un popolo considerato nemico dalla Turchia perché lotta per l’indipendenza del suo territorio, ma amico storico degli israeliani e oggi anche degli americani perché combatte con successo contro Isis.  Quindi lo Stato Islamico ha attaccato Istanbul per avvertire i turchi che non devono andare avanti con questa politica, e non ha rivendicato l’attentato proprio per alimentare il sospetto che i colpevoli siano terroristi curdi.
  2. Negli ultimi mesi la Turchia sta cercando di negoziare un avvicinamento anche con la Russia, che è alleata da sempre con il presidente siriano Assad e che ha bombardato e colpito duramente l’Esercito della Conquista. Turchi e russi per questo motivo avevano rotto ogni rapporto, ma adesso tutti entrambi i Paesi hanno problemi economici e subiscono l’isolamento dei Paesi occidentali, che li condannano per violazioni dei diritti umani, quindi cercano di farsi forza. Il loro riavvicinamento, però, non può che essere malvisto dai  jihadisti, in particolar modo da quelli che vengono da regioni russe o sotto influenza russa, che combattono il jihad proprio per dimostrare a Putin che non può mettere i piedi in testa ai musulmani. Guarda caso, gli attentatori di Istanbul vengono proprio da queste regioni: Uzbekistan, Kirghizistan e Caucaso.
  3. La nota positiva è che lo Stato islamico somiglia sempre più alla mafia e come la mafia compie attacchi via via più spettacolari man mano che si indebolisce. Isis in Iraq e Siria ha perso molti territori e c’è l’ipotesi che voglia trasferire le sue attività proprio in Turchia, dove si sarebbero formate cellule autonome di jihadisti che organizzano attentati anche in luoghi lontani dal confine. Il problema è che la mafia, dopo gli attentati del 1992-93 in Italia, ha cominciato a perdere colpi sul territorio, ma si è rafforzata come rete, gestendo affari sempre più internazionali. Così i jihadisti rischiano di perdere il loro Califfato ma di proseguire la loro impresa terroristica in tutto il mondo, se non vengono fermate le loro fonti di finanziamento

 

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Un conflitto senza jihadisti è un conflitto di serie B

Il Nagorno Karabakh
Il Nagorno Karabakh

Scoppia di nuovo la guerra in Caucaso. Si combattono cristiani contro musulmani, ma in Nagorno Karabakh non c’è traccia di al Qaeda o Isis. A muovere armeni è azerbaijani è soprattutto l’orgoglio nazionale

I giornali italiani si sono accorti che c’è una guerra in Nagorno Karabakh. La guerra, in realtà, c’è dagli anni Ottanta, quando ha ha giocato un ruolo fondamentale nella disintegrazione dell’Urss, ma di solito si fa finta che non ci sia, un po’ perché questo posto ha un nome impossibile da pronunciare, un po’ perché il conflitto è congelato da 20 anni e di solito i due contendenti – Armenia e Azerbaijan – si sparano solo qualche colpo di mitra.

In questi tre giorni però, sono morte circa 300 persone. Continua a leggere “Un conflitto senza jihadisti è un conflitto di serie B”

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Storia di Abdullah, rispedito a Kabul perché i Talebani non sono terroristi

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Dalla Turchia gli afgani vengono rimpatriati senza se e senza ma. Perché solo i siriani possono essere usati come merce di scambio con l’Europa

Abdullah ha viaggiato per 4500 chilometri, e cioè dieci volte la distanza che c’è tra Roma e Milano, ma senza Frecciarossa. È salito su una jeep, poi è stato rinchiuso in qualche appartamento abbandonato, poi di nuovo in moto su un pick up schiacciato come una sardina. Insomma, ne ha fatte di ogni, come tutti i bravi migranti sanno, per raggiungere questa benedetta Europa. Partendo dal lontano Afghanistan è riuscito ad affacciarsi sul Mar Egeo. Ormai era fatta, stava per salire su una barca che l’avrebbe portato sulle isole greche. E invece Abdullah è stato preso dalla guardia costiera turca, portato in un centro di detenzione a Smirne, costretto con la forza ad apporre le impronte digitali su un documento in cui dichiarava che aveva accettato il ritorno volontario nella sua terra. Continua a leggere “Storia di Abdullah, rispedito a Kabul perché i Talebani non sono terroristi”

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L’Italia è in guerra. Ma non si dice

 

Il ministro degli Esteri italiano Paolo Gentiloni
Le nostre truppe in Iraq sono in prima linea contro l’Isis. I militari italiani presto andranno a recuperare i feriti in mezzo al fuoco nemico. Ma anche se ormai tutte le potenze del mondo stanno combattendo in Siria, Gentiloni e Renzi dichiarano che tutto ciò non ha niente a che fare con la guerra

Il governo italiano è maestro di sinonimi. Per la guerra che sta conducendo in Iraq li ha usati tutti: lotta, contrasto, sfida. E anche adesso che tutte le potenze mondiali si stanno scaraventando in Siria per combattere quella che qualcuno ha già battezzato Guerra mondiale in Medio Oriente, l’Italia non si considera in guerra.

A Erbil, nel Kurdistan iracheno, il governo italiano ha inviato da tempo 750 militari che addestrano i peshmerga curdi a combattere contro Isis. Il ministro degli Esteri Gentiloni ci tiene a precisare che sono solo addestratori, e che il governo non ha nessuna intenzione di inviare forze di terra “operative”, che conducano davvero una “guerra”. Contemporaneamente, però, il premier Renzi si vanta di essere in prima fila nella lotta allo Stato Islamico, in qualità di alleato principale degli Stati Uniti nella Coalizione anti Isis, contribuendo come nessun altro in questa impresa.

Ma c’è di più.

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Come sconfiggere l’Isis. In 4 mosse

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Sgombrare il campo ideologico, radiare i finanziatori, accerchiare Daesh e attenderne l’implosione. Il generale Mini spiega come affondare i jihadisti. Senza bombardamenti a pioggia 

Un’alleanza con la Russia per bombardare lo Stato Islamico? Se non è corale e condivisa da tutti non solo è inutile, ma controproducente. Trattare il conflitto con i jihadisti come uno scontro di civilità? Un’idea stupida di chi è caduto vittima della propaganda. Il generale Mini, già comandante delle forze Nato in Kosovo, ha le idee chiare: «Non ha senso bombardare a casaccio senza colpire il cuore del nemico. Dobbiamo trattare i jihadisti per quello che sono: una banda di criminali, ai quali bisogna togliere i mezzi di sussistenza. Dobbiamo metterci in testa che per sconfiggerli  dobbiamo assumere dei rischi. L’Occidente si è cullato per decenni nell’idea di poter vivere in pace senza dover tanto faticare per conservarla. È ora che guardi la realtà».

Generale, se i bombardamenti aerei – quelli sferrati da russi, francesi, inglesi – non servono a niente, qual è la prima mossa che gli europei dovrebbero fare per fermare la minaccia jihadista? Continua a leggere “Come sconfiggere l’Isis. In 4 mosse”