Pubblicato in: democrazia, Unione Europea

Europa: se non quaglia si squaglia

Jean Claude Juncker e Federica Mogherini
Jean Claude Juncker e Federica Mogherini

La nostra è una “crisi esistenziale”. Lo ha detto il presidente della Commissione europea Juncker commentando l’ennesimo impasse a cui si trova di fronte la Ue. I capi di Stato dei 27 hanno cercato di sbrigliare la matassa a Bratislava, con Renzi e Merkel in prima fila, ma ognuno di loro pensa a una cosa sola: difendere la maglia. Vogliono portare a casa un buon risultato perché la squadra a cui hanno giurato fedeltà è quella nazionale, non quella europea. E la logica di chi vuole essere rieletto è tanto simile a quella dei nostri leghisti di una ventina d’anni fa e cioè dimostrare di avercelo più duro degli altri. Vedi? Ho ottenuto lo sconto sul debito! Hai visto? Li ho costretti ad abbassare la testa! È chiaro? Si fa come dico io!

In questa logica tipicamente maschilista ce l’hanno tutti contro una donna: Angela Merkel, colpevole di guidare la nazione più ricca e sviluppata d’Europa. Difficile perdonarle di aver fatto lo stesso gioco degli uomini – quello di perseguire i propri interessi – e di aver sconfitto tutti gli altri, restando al potere per 8 anni.  Continua a leggere “Europa: se non quaglia si squaglia”

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Pubblicato in: guerra, jihad

Le nostre armi contro il terrorismo

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Non sarà un piano a tre punti che sconfiggerà Isis e al Qaida. E non ci sarà nessuna mission accomplished. Ma gli attentati si possono fermare se un certo tipo di uomini con la pistola impara a organizzarsi

Uno, due e tre. Nell’era del powerpoint e dei social network non c’è niente che funzioni di più delle liste a 3 punti. Tre come la trinità, come tesi-antitesi-sintesi di Kant, come le parti in cui si deve svolgere un compito in classe a Parigi, come i primi numeri scanditi dai bambini per salire le scale o giocare a bandierina. Niente di meglio di un piano in tre punti che risolva tutti i problemi del mondo, pensano gli americani, che amano semplicità e classificazione.  Continua a leggere “Le nostre armi contro il terrorismo”

Pubblicato in: democrazia, proteste, Unione Europea

Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani

Tayyip Erdogan
Recep Tayyip Erdogan

pubblicato su Il Dubbio

Sessantamila purghe tra arresti, sospensioni di dipendenti pubblici, commercianti a cui è stata ritirata la licenza. Ventiquattro emittenti radio e tv chiuse. Striscioni che evocano le impiccagioni e politici che invocano la pena di morte. La Turchia che tutti abbiamo conosciuto, quella su cui contava l’Europa per restare collegata al Medio Oriente, non esiste più.

Finché il delicato equilibrio tra governo e apparato militare ha retto, le spinte autoritarie dei generali o dei presidenti sono state arginate dalla loro controparte. Ankara ha preso di mira i curdi e finanziato gruppi fondamentalisti in Siria, ma ha conservato un certo grado di democrazia e di laicità nelle proprie istituzioni. Poi Erdogan ha deciso di cambiare tutto, e il fallito golpe lo ha aiutato a completare il lavoro. Continua a leggere “Meglio un petroldollaro oggi che un euro domani”

Pubblicato in: donne, Unione Europea

Dal cappellino della regina alla Brexit in dieci passi

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I giornali italiani hanno dedicato per anni i loro servizi sulla Gran Bretagna all’abbigliamento della famiglia reale. In questo modo si sono persi la trasformazione del paese in un’isola ribelle che rischia di uscire dall’Europa. Per rimediare all’errore, ho cercato di trovare un collegamento tra i due fenomeni. 

1) La regina è arrivata alla corsa di cavalli più elegante del mondo, quella di Royal Ascot, indossando un cappellino arancione per niente demodé. Stavolta il suo copricapo, pur decorato da un motivo floreale, non era né eccessivo né adatto a una “anziana carampana”. Era carino e trendy.

2) La regina indossava un cappellino trendy perché le grandi marche di cappelli per signora, anche quelle di lusso, si sono buttate nel mercato di massa e hanno iniziato a confezionare modelli meno ingessati. Continua a leggere “Dal cappellino della regina alla Brexit in dieci passi”

Pubblicato in: banche, Islanda, proteste

L’Islanda non è un Paese scandinavo

Reykjavik, le proteste fuori dal Parlamento dopo lo scandalo dei Panama Papers
Reykjavik, le proteste fuori dal Parlamento dopo lo scandalo dei Panama Papers

Si è dimesso, ma non si è ritirato. L’ex premier islandese Sigmundur David Gunnlaugsson, travolto dallo scandalo Panama Papers, non è più a capo del governo, ma resta parlamentare e leader del suo partito – i progressisti. E non solo. Secondo l’opposizione sarebbe anche il burattinaio del suo successore, l’ex ministro per l’Agricoltura Sigurdur Ingi Johannsson, che gode di appena un 3 per cento dei consensi e viene rappresentato sui social network come un pupazzo in mano a un ventriloquo con le fattezze di Gunnlaugsson.

Il passo indietro del premier, dunque, è stato un’operazione di facciata per salvare il governo, che non ha nessuna intenzione di sciogliersi. La coalizione di centrodestra formata da Partito indipendentista e Partito progressista può contare infatti 38 seggi su 63 e sa che se evita di tornare alle urne può continuare a fare il bello e il cattivo tempo nella politica islandese. Continua a leggere “L’Islanda non è un Paese scandinavo”

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I problemi di un Paese che è troppo ricco

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pubblicato su Limes

Il Lussemburgo strabocca di banconote da 500 euro e fa da paradiso fiscale per tutte le compagnie d’Europa. E le banche fanno corsi nelle scuole per insegnare ai bambini come spendere tutti questi soldi

Venerdì 18 marzo finisce in Lussemburgo la “settimana dei soldi”. Non che le altre settimane i soldi manchino. Ma questi giorni sono dedicati all’educazione monetaria, per spiegare ai bambini come gestire le banconote. A scuola si insegna a non spendere troppo. Sì, perché in un paese dove il pil pro capite è di 96 mila dollari a persona e dove confluiscono i capitali di tutte le multinazionali del mondo, il problema non è come fare entrare soldi, ma come evitare che escano. Continua a leggere “I problemi di un Paese che è troppo ricco”

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Storia di Abdullah, rispedito a Kabul perché i Talebani non sono terroristi

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Dalla Turchia gli afgani vengono rimpatriati senza se e senza ma. Perché solo i siriani possono essere usati come merce di scambio con l’Europa

Abdullah ha viaggiato per 4500 chilometri, e cioè dieci volte la distanza che c’è tra Roma e Milano, ma senza Frecciarossa. È salito su una jeep, poi è stato rinchiuso in qualche appartamento abbandonato, poi di nuovo in moto su un pick up schiacciato come una sardina. Insomma, ne ha fatte di ogni, come tutti i bravi migranti sanno, per raggiungere questa benedetta Europa. Partendo dal lontano Afghanistan è riuscito ad affacciarsi sul Mar Egeo. Ormai era fatta, stava per salire su una barca che l’avrebbe portato sulle isole greche. E invece Abdullah è stato preso dalla guardia costiera turca, portato in un centro di detenzione a Smirne, costretto con la forza ad apporre le impronte digitali su un documento in cui dichiarava che aveva accettato il ritorno volontario nella sua terra. Continua a leggere “Storia di Abdullah, rispedito a Kabul perché i Talebani non sono terroristi”